VII Domenica di Pentecoste – Anno C
Gs 24,1-2a.15b-27; Sal 104; 1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69

VIIPentecoste2022È la domenica della domanda vera, la domanda che non riguarda solo gli altri, ma riguarda tutti e ciascuno di noi. È domanda che non è confinata nel passato come erroneamente si tende a credere, è domanda che esige oggi anche la nostra risposta. Anche noi siamo chiamati a confermare ogni giorno la nostra libertà di scelta. Già il testo della Lettura vede Giosuè chiedere: «Sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Giosuè rivolgendosi a tutte le tribù convocate a Sichem dice: gli dèi (plurale) o il Signore (l'unico)! In quella assemblea vi erano sicuramente presenti chi non aveva conosciuto la schiavitù in Egitto ed erano sicuramente presenti coloro che avevano da poco attraversato il Giordano tornando dalla prigionia. Coloro che non avevano affrontato la schiavitù in Egitto di fatto avevano sofferto meno degli altri; essi non erano al giogo di nessuno e continuavano a mantenere i propri dèi pagani ritenuti protettori del loro bestiame, della loro terra e della loro sicurezza. Coloro che invece avevano vissuto la prigionia affollata di complessità e di fatiche immense, avevano potuto sperimentare la potente storia di liberazione anche se non si erano staccati del tutto dal ricordo di quei pochi momenti di quiete ritenuti dei vantaggi che la schiavitù dava loro: «in terra d’Egitto, […] eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!» (Es 16,3). Dunque, alcuni hanno creduto di sperimentare la protezione dei loro dèi; altri invece hanno fatto esperienza di Dio che libera sì, ma che spinge a muoversi, spinge a crescere e che quasi disturba. Ci sono gli dèi e c’è Dio. Oggi sembra proprio che queste due situazioni siano presenti entrambe in ognuno di noi. Tutti, chi più e chi meno, abbiamo vissuto l'esperienza del fermarci nella pseudo tranquillità che i nostri dèi ci davano (denaro, prestigio, possesso…); ci siamo fermati lì vivendo il timore di cambiare e abbiamo preferito rimanere nella posizione di nicchia che ci siamo ritagliati, abbiamo preferito non lasciare le nostre abitudini, il nostro comfort anche relativo. Anche noi sappiamo per esperienza che gli dèi «oltre il fiume» esigono molto meno di quanto pensiamo “esiga” il Signore; riteniamo infatti che i nostri dèi siano molto più accomodanti, non vietano questo e quello, basta loro sacrificare qualcosa di nostro (onestà, interesse per gli altri…), per riuscire a comprarne il favore. Ma se pensiamo che la vita vissuta in questo modo, sia vera fino in fondo, risulterà davvero difficile comprendere il Vangelo di oggi. Se non capiamo il valore di una vita data, una liberazione offerta, uno strappo che metta in movimento, allora siamo fermi con coloro che dicono: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Fortunatamente però abbiamo anche l'esperienza della seconda situazione, quella di chi si è alzato e messo in cammino per vivere l'esperienza di liberazione. Conosciamo queste situazioni; quando si è padre o madre, quando ci si dona al servizio degli altri, quando ci si lascia sradicare, quando si osa nell’assumersi fino in fondo la responsabilità verso gli altri, allora il Vangelo si fa davvero chiamata alla vita. La vita reale è questa, è quella vissuta in mezzo a sorelle e fratelli che come noi vivono le difficoltà e le fragilità, ma che riescono a dire con Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». È questo, il brano che chiude il capitolo 6 del Vangelo secondo Giovanni. Capitolo in cui la folla prova la mancanza assoluta di cibo e poi la sazietà per quel pane moltiplicato; capitolo in cui succede di tutto: inizia nel deserto e termina all’interno della sinagoga di Cafarnao, e in mezzo c’è una notte di pausa e l’attraversata di un lago.

È un capitolo che vede emergere il fenomeno di fanatismo collettivo: “Vennero per prenderlo e farlo re” (Gv 6,15), ma vede anche il ripiegamento sul monte che Gesù mette in atto proprio per non passare come il taumaturgo. All’interno di questo contesto, l’evangelista Giovanni ci parla della rivelazione che Gesù fa di sé seguendo un preciso cammino. Si avvicina la Pasqua e Gesù compie quel gesto significativo: moltiplica i pani. Quello è il segno che invita ad andare oltre ed interrogarsi sulla vera identità di chi lo compie, ma l’Evangelista registra solo la durezza dei cuori. Gesù non intende illudere nessuno né vuole mendicare consensi a basso prezzo, ha parole precise e nette sulla sua persona e queste scatenano la reazione decisa: «molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui». Quella sicurezza materiale che li ha condotti a seguirlo il Lui non la trovano più. È in questo frangente che Gesù rivolge ai suoi discepoli la domanda vera: «Volete andarvene anche voi?». È Pietro a rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». È come se dicesse a nome di tutti: “Signore, chi sarà per noi sostegno, sicurezza, orientamento? Solo Tu! Le Tue parole danno la vita eterna”. A Sichem e a Cafarnao, il popolo d'Israele e l'apostolo Pietro comprendono la sfida: non si tratta di servire Dio come se fosse un rapporto di dominio da padrone a servo; si tratta di servire Dio perché con Lui si instaura una relazione d’amore che permette di non essere soggiogati, indeboliti, oppressi. La Pasqua di Gesù testimonia proprio questo: la sua non fu “sottomissione", ma dono, offerta di sé al Padre. Si è fidato e affidato al Padre fino alla fine senza mai essere espropriato della propria libertà. Penso allora che la Parola di Dio oggi, chiami tutti a non essere più cristiani per abitudine, per tradizione, per convenienza o per convenzione sociale. «Volete andarvene anche voi?» è la domanda che pur mostrando l’emergere di una crisi, apre ad un appello di libertà per ciascuno. Gesù ci dice: siete liberi, anda­te o restate, ma scegliete! È dunque domanda che arriva al cuore di ciascuno e chiama tutti ad una risposta sincera di vita verso di Lui e verso noi stessi. Se ci poniamo così di fronte alla Parola di Dio, sentiremmo da parte di Gesù non durezza di linguaggio, ma parole ricche di vita che riescono ad ingentilire la nostra resistenza del cuore. Chiediamo di essere e sentirci sempre in compagnia di Simon Pietro proprio perché “Tu o Padre non sei un Dio che sta nei cieli tutto preoccupato della tua gloria; sei pane che sta sulla nostra tavola, cibo per i tuoi amici, dono da accogliere, da desiderare, da chiedere”.

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