II Domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista – Anno C
Is,5,1-7; Sa 79; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32

Vigna«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». Comincia con queste parole la liturgia di questa domenica. Per parlarci di Dio il profeta Isaia parte dal rapporto tra il vignaiolo e la sua vigna vista come il popolo di Israele. Dio ci viene presentato come Colui che ha fatto tutto per la sua vigna con un amore appassionato che tuttavia non viene corrisposto. È davvero evidente come la delusione e l’amarezza sgorghino dal cuore di Dio: quella vigna produce soltanto acini acerbi fatti di menzogne, di violenza e di tradimento. Per questo Dio decide di togliere la siepe dalla vigna e di trasformarla in pascolo; di demolire il suo muro di cinta e lasciare che essa sia calpestata. È abbandono patito come silenzio e miseria che però si traduce in offerta all'uomo di tornare a Lui, di convertire il proprio cuore ed essere vigna che produce. Questo è lo spazio che Dio lascia all'uomo per tornare: l'abbandono non è reale; Dio non può mai abbandonare il suo popolo, verrebbe meno alla sua parola di alleanza. L’attesa di Dio per la vigna nella quale ha investito premura, attenzioni, lavoro e fatica rimangono ancora attese vere, ce lo dice il testo del Vangelo. Gesù inizia il suo racconto con una domanda: «Che ve ne pare?», non è tanto domanda alla quale si attende la risposta, quanto un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma entrarci e farsi toccare da essa. E la parabola ha come conclusione un’altra domanda: «Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre?». Due domande, dunque, che non si possono eludere e dinanzi alle quali non si può rimanere neutrali senza prendere posizione. Che parabola strana questa, si può dire che il senso lo si afferra abbastanza presto dato che si è allenati in questo. Nella vita di tutti i giorni, infatti, scopriamo rapidamente quante persone dicono di sì con la loro voce e poi dicono di no nei fatti, e quante persone che magari snobbano le varie proposte e poi entrano a lavorare. Dove risiede la novità in questa parola? Il Signore prende come terreno di confronto il luogo della vigna, perché la vigna è da sempre sinonimo del popolo di Israele. È parabola che per la sua presunta chiarezza, può portare alla separazione: i buoni, nei quali anche noi facciamo parte, e gli altri, i malvagi dall’altra parte per cui basterebbe scegliere la propria parte e attenersi ad essa. Ma in verità c’è qualcosa di più profondo. Anzitutto il padrone della vigna è un padre che si fa incontro ai propri figli chiedendo loro di andare a lavorare nella vigna; non dice però “nella mia vigna”, ma dice: nella vigna. È invito preciso ad entrare nel campo affinché il suo lavoro renda migliore il frutto. Dio chiede, non ordina; si accosta quasi in punta di piedi con modo delicato e gentile manifestando il proprio desiderio che la vigna sia lavorata. La risposta a questo invito non è dunque questione di pura obbedienza, ma è questione di capacità nel rendersi partecipe delle sorti di quella vigna. Parallela all’azione di Dio che si avvicina infatti, abbiamo l’azione dei due figli; il primo risponde al padre con un diniego ma poi va; e il secondo dice subito di sì, ma poi non va. È alla seconda domanda di Gesù che dai membri del Sinedrio, sacerdoti, scribi e anziani d’Israele interlocutori di Gesù, viene la risposta, ma è giudizio che di fatto si ritorce su di loro. I farisei, gli scribi e gli anziani nonché i capi dei sacerdoti ai quali era rivolta la parabola, riconoscono prontamente che è il primo figlio a fare la volontà del padre, ma Gesù rivolgendosi a loro dice: «Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Non aver dato valore alle parole degli inviati del Signore (vale per Giovanni, ma anche per tutti i profeti), non ha permesso la loro conversione rendendo il cammino intrapreso, ormai definitivo.

Coloro i quali si credono già puri, obbedienti alla legge fino in fondo, tanto integerrimi da non sporcarsi le mani, sono coloro che rimangono imprigionati nella figura del secondo figlio, mentre «I pubblicani e le prostitute» che invece hanno creduto ed abbracciato l’invito alla conversione, loro passano avanti nel regno di Dio. Essi sanno di non essere virtuosi e riconoscono la loro miseria morale. Il pubblicano della parabola si rivolge al Signore per chiedergli di avere pietà di lui; sa di poter contare solo sulla misericordia gratuita di Dio (cfr Lc 18,9-14). Inizialmente ha detto no all’amore di Dio, poi però ha vissuto la “Pasqua del pentimento” che ha permesso il cambiamento di vita. Ha accolto Colui che lo può fare vivere. Anche per noi, qualunque siano le ferite del nostro passato e per quanto pesanti possano essere le nostre colpe, tutto è ancora possibile perché nulla è mai perduto. Il fatalismo non può avere partita vinta o diritto di cittadinanza per il cristiano, si può sempre ripartire, e con l’aiuto di Dio, fare qualcosa di nuovo. Pensiamo alle figure di Zaccheo, Matteo o alla Samaritana che Gesù incontra al pozzo di Giacobbe. All'inizio anche loro avevano detto "no" ma hanno conservato l’umiltà di riconoscere la loro sete di amore, e con l’aiuto di Dio, hanno trasformato il loro "no" in un "sì" vivendo nella gioia. La parabola ci dice che quei due figli ci rappresentano, sono specchio della nostra vita. Sia che diciamo "sì" come il secondo figlio ma poi non ci impegniamo, sia che diciamo "no" come il primo e poi andiamo nella vigna, abbiamo tutti la necessità di vivere la “Pasqua del pentimento” che è il passaggio essenziale e necessario per entrare nella volontà di Dio. Solo chi si scopre peccatore può credere che l’annuncio della Pasqua permetta il cambiamento, e solo chi ha compreso che è l’orgoglio a portarlo a cercare nella sua vita qualcosa che non sazia, può scoprire che dare fiducia a Gesù ed al suo Vangelo, aiuta ad entrare nel Regno dei Cieli. Paolo nel brano pungente che la liturgia ci fa ascoltare, rimprovera per questo i Galati che vogliono tornare alle usanze giudaiche. Paolo sottolinea con forza «che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge» così come istruivano i Farisei. Soltanto chi è cosciente di sentirsi vigna amata dal Signore può arrivare davvero a parlare così, da povero certamente, ma con sincerità perché è sicuro che non dipende solo da se stesso. Per questo Paolo, in tutta tranquillità può affermare che: «non vivo più io, ma Cristo vive in me», e questa è sì parola forte, ma è parola capace di dare profondamente pace. La liturgia ci invita a lavorare non nella vigna di Dio come se fossimo dei salariati, ma lavorare nella vigna che è di tutti perché siamo noi i responsabili del nostro paese, siamo noi i responsabili della nostra Italia, la nostra regione, il nostro comune, la nostra comunità. Il Signore chiede a noi di non essere ipocriti che è la cosa più brutta, chiede di non indossare le maschere perché davanti a Lui inesorabilmente cadrebbero. Dobbiamo sentirci figli e non schiavi perché il Signore chiede solo ai propri figli di lavorare la vigna e lo chiede che lo si faccia con onestà.


Orari celebrazioni


S.Maria Assunta
Poasco

Sabato
ore 18.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 10.30: Santa Messa
(streaming)

Settimanale
Lunedì
ore 18.00: Liturgia della parola

Martedì, mercoledì e giovedì
ore 18.00: Santa Maessa
 Venerdì
ore 17.30: Adorazione eucaristica
 

Incarnazione
Via di Vittorio

Sabato
ore 18.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 8.30 e 10: Santa Messa

Settimanale
Lunedì, mercoledì e venerdì
ore 18.00: Santa Messa

S.Maria Ausiliatrice
Via Greppi

Sabato
ore 17.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 11: Santa Messa

Settimanale
Martedì e giovedì
ore 18.00: Santa Messa

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"Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me."

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