III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO C
Is,43,24c-44,3; Salmo 32; Eb 11,39-12,4; Gv 5,25-36

MatGiovBatIl pensiero complessivo che presenta la liturgia della parola oggi, ci dice che per stare in pari nel-la nostra vita, dobbiamo riferirci alla sorgente di vita che è oltre noi stessi; se infatti cerchiamo di portare in pari i conti della nostra vita senza tener conto di questo aspetto, per noi sarà sicu-ramente solo un fallimento. Se ci rivolgiamo a Giovanni Battista, testimone e precursore per ec-cellenza (cfr Mt 11,11), corriamo il serio rischio di trovare il nostro desiderio insoddisfatto: Gesù dice che non riceve «testimonianza da un uomo». Certo, Giovanni dà testimonianza ma la sua testimonianza è rilevante a patto che si cerchi oltre Giovanni, ce lo dice la parola del Vangelo preparata dalle parole del profeta Isaia e dal brano dell’Epistola tratto dalla Lettera agli Ebrei. Isaia presenta in modo fermo la dura denuncia della condotta del popolo che si è allontanato dalla parola che il Signore aveva loro affidato: «Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità». Sono parole che evidenziano la sofferenza di chi si sente tradito dal suo popolo a causa della sua infedeltà; parole che potrebbero portare ad una conclusione che faccia dire “non posso che riconoscere questo: Io ti ho voluto bene ma tu non hai avuto né tempo né cuore per me, per cui mi allontano da te”. Tuttavia, troviamo subito parole di rilancio, parole che udite in una situazione così, sembrerebbero irreali: «verserò acqua sul suolo asseta-to, torrenti sul terreno arido». È la forza dell’Amore di Dio, un amore che non si arrende, un amore che non chiude la relazione proprio perché sa molto bene che chiudere un presente signi-fica chiudere il futuro e se manca l’aspettativa di un futuro, si rimane solo con il presente impri-gionato su se stessi che porta a pensare da rassegnati: “avevo le possibilità, ma non le ho sapu-te cogliere, non ho più possibilità di ripresa”. Allora la promessa «Verserò acqua sul suolo asse-tato» è promessa di speranza; proclama che l’amore di Dio è infinitamente più grande delle col-pe degli uomini (cfr Is 1,18); quelle parole sono pronunciate per invitare a non fermarsi e guar-dare indietro soltanto agli errori commessi. C’è l’invito a guardare decisamente avanti, guardare in alto avendo fiducia in Colui che viene dall'alto e che porta rimedio alla scarsità cronica della nostra vita: «Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri». È promessa che rialza dalla posizione rassegnata, rinvigorisce il desiderio di riprendere la relazione con Lui e il percorso che quella relazione chiede. Ci aiuta in questo l'esortazione calda e persua-siva dell'autore della lettera agli Ebrei. Vuole proprio spronare a rimettersi in cammino per rin-novare la propria scelta di fede così da essere confortati e illuminati: «Anche noi dunque, cir-condati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento». La Lettera agli Ebrei è un testo che viene dopo la Pasqua di Gesù Cristo, e all’inizio del capitolo undici viene presentato un lungo elenco di testimoni antichi, una galleria di testimoni, uomini e donne che hanno sperato in Dio, ma non sono riusciti a vedere realizzata la loro speranza. La loro speranza però è servita a voi (dice l’autore della lettera), perché ricordando la loro speranza, voi possiate riconoscere la verità di quello che accade oggi sotto i vostri occhi. Non c’è niente di più intimo della fede. Ma non è forse vero che noi crediamo perché altri hanno creduto in Dio prima di noi? È tramite la loro speranza che noi possiamo riconoscere la Verità per la nostra vita.

È vero, avere memoria per coloro che nel passato hanno creduto e sperato, riconduce il cuore dei padri ai figli e il cuore dei figli ai padri (cfr Mal 3,24). È memoria che orienta il nostro deside-rio al futuro della vita nel Signore risorto; solo Lui fa ritrovare la verità e la grazia del presente in cui è già possibile intravedere la realtà di Gesù. Ma, ci dice ancora l’autore, per fare questo oc-corre alleggerirsi della zavorra inutile del nostro egoismo e del peccato. È richiesta la riconcilia-zione, solo così possiamo vivere in modo pieno il desiderio di andare davvero incontro al Signo-re ed accoglierlo. Ci è chiesto di uscire da questa insufficienza di orizzonti che la miopia sulla no-stra vita non ci fa vedere e il Vangelo mostra Gesù che ha un pensiero molto bello nei riguardi di Giovanni Battista. Gesù dice parlando di lui: «Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce». Lampada che arde e risplende, ma ades-so qui è presente una testimonianza ancora superiore, quella del Padre ed è testimonianza esplicita, l’attesa di cui ha parlato Giovanni è terminata. Il Compimento in mezzo agli uomini è lì tra loro, è presente, c’è! Per questo ora è il tempo del cammino di sequela del Figlio che viene dal Padre. Il capitolo da cui è tratto questo Vangelo si apre con la guarigione del paralitico alla piscina di Betzaetà. È sabato e Gesù infrange la legge del sabato; ma invece di provare una gioia grande per questo poveretto che a causa della sua infermità non arrivava mai per primo ad en-trare nella piscina, i farisei preferiscono cavillare sulla guarigione operata di sabato. L’opera di Gesù è la testimonianza diretta, non ha bisogno di mediazioni dovute al ragionamento o alla di-scussione, è testimonianza reale, incarnata, profondamente vissuta. E se Gesù dice: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità», è per invitare a se-guire la via che Giovanni indica. C’è sempre un profeta (oggi sono i pastori in comunione con il Papa), che invita a cercare Dio, ma se ci si attacca agli uomini fossero anche i migliori come lo è stato Giovanni, prima o poi quella luce che arde andrà a spegnersi e non si troverà mai quello che manca alla propria vita. Per quanto incoraggiante sia la presenza dei testimoni, non è a loro che dobbiamo guardare, ma verso «Gesù, che dà origine alla fede e la porta a compimen-to». Attraverso la testimonianza di Giovanni occorre salire per arrivare a quella del cielo: «ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni» ci dice Gesù, sono «le opere che il Padre mi ha dato da compiere». Ecco, lo sguardo fisso su Gesù è la risorsa che rende capaci le scelte giu-ste e coraggiose in momenti importanti della vita, e aiuta a perseverarle lungo i percorsi acci-dentati della vita. Gesù è l’autore e perfezionatore della nostra fede; la sua parola ci riempie di speranza, ci mette nell'animo qualcosa di grande, qualcosa di intenso e talmente profondo, che le nostre vite sbiadite si riaccendono e si colorano. Lo sguardo del Signore su di noi è questo; al-lora siamo chiamati, come si diceva all’inizio, a riconoscere con libertà tutte le nostre miopie ed ipocrisie così che Lui possa educarci ad un futuro vero che merita il massimo di investimento. È parola rivolta a ciascuno di noi in cammino, e vorremmo Signore, che continuasse ad ardere e aiutare a percorrere la strada con i nostri passi. Il nostro desiderio è quello di non perdere la tua luce o Signore, per questo continuiamo ad invocare con le parole ei discepoli di Emmaus: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (cfr Lc 24,29).


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