IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO C
Pr 9,1-6; Sal 33; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59
Sono domeniche queste in cui il passaggio tra il testimone Giovanni Battista e il testimoniato Gesù, fa crescere in noi il desiderio per i doni che solo il Vangelo sa procurare. Il desiderio del dono è vi-tale per il cammino nella fede; tutti abbiamo avuto esperienza di quanto un dono sia gradito e gu-stato immensamente di più solo per il fatto che quel dono è stato profondamente desiderato e at-teso. È subito dono l’invito fatto dalla Sapienza a aderire al generoso banchetto imbandito; dice il testo che la Sapienza ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «chi è inesperto venga qui». Chi è che confessa di essere inesperto del mestiere di vivere? Penso che tut-ti noi, nonostante l’età adulta e a volte anche avanzata, dobbiamo renderci conto che ancora av-vertiamo il bisogno di imparare quale sia la vera via della vita, ed è il motivo per cui il desiderio ci dice di avvicinarci a quel banchetto. Un banchetto unico che ha al proprio interno due realtà asso-lutamente di tutti i giorni e conosciuti in tutte le case proprio per la loro normalità: il pane e il vi-no che tuttavia, non devono essere visti semplicemente come realtà da consumare, ma come doni che Dio fa arrivare alla nostra vita (cfr Sal 103, 14-15). Forti di questo sapere, non ci sorprende più che la convocazione al banchetto fatto dalla Sapienza, sia accompagnato dall’invito a non andare verso ciò che non ha equilibrio: «Abbandonate l’inesperienza e vivrete». Molto spesso, infatti, ce-diamo al fascino di vivere senza la bellezza e la profondità di significato perché aderiamo a forme di invito che risultano accattivanti, ma non riescono ad appagare il cuore per l’inconsistenza di ciò che propongono. Il testo delle Lettura sapienziale, ci dice che l’esortazione ad avvicinarci a quel banchetto è forma per avere ciò che nutre davvero operando un cambiamento nel nostro modo di essere e di porci. L’incontro con il Signore permette lo spalancarsi dello sguardo sulle attese della nostra vita e ci sentiamo accompagnati nei nostri momenti di fatica, di fragilità, di dolore. Ma come accoglierlo? Paolo ci dice che essere in comunione è sentirsi in Gesù e prossimi agli altri nell'unità e nella diversità che sono le due ricchezze fondamentali. È bello notare come le argo-mentazioni che Paolo porta, siano tutte messe sotto forma di interrogativi. L’interrogativo sottoli-nea con maggior forza la coscienza di essere destinatari del dono; l’interrogativo evidenzia come necessario e urgente la custodia della nostra vita. Paolo parla di Gesù Cristo come il Pane e Vino che sono la sua carne e il suo sangue che forma con noi un unico corpo. Custodendo il valore di quel Dono che mai deve essere snaturato, svilito e reso insignificante con le nostre azioni, Paolo afferma che riusciamo a custodire bene anche la nostra vita. Sono parole dette ad una comunità, quella di Corinto, che risulta essere assai divisa, ma quelle parole dicono molto anche alla nostra esistenza che è sempre sottoposta al rischio di essere guidata dal pilota automatico più che dal desiderio di stringere un’alleanza profonda con il Signore. L’invito è a costruirci come uomini e donne di comunione, non gente sfaldata e divisa, non persone contrapposte, ma uomini e donne capaci di ritrovare attorno al Dono Gesù Cristo che viene dalla bontà del Padre, le ragioni e le strade per imparare a declinare e a vivere una fraternità sincera. È chiesta la purificazione del cuore che solo il desiderio riesce a motivare. Di più, non è solo Dono preparato ma è Dono che ac-cade. Il brano del Vangelo è uno stralcio del capitolo sei del Vangelo di Giovanni chiamato il capi-tolo del “Pane di vita” che prende le mosse dalla moltiplicazione dei pani; la folla che si sente sfamata così sorprendentemente da Gesù non lo vuole lasciare, anzi lo vogliono fare re, ma Gesù si nasconde a loro e si ritira solo su un monte (Gv 6,15) per poi tornare nella sinagoga di Cafarnao per proclamarsi cibo che nutre e che dà il senso alla esistenza umana: «Io sono il pane vivo, disce-so dal cielo».
È bello allora avvertire come tutto quanto scritto secoli e secoli prima, trovi poi casa nella pagina del Vangelo odierno; il profeta di Nazareth sta aiutando a ricondurre e a riconoscere come le pro-fezie antiche finalmente si compiono e si compiono in Lui. L’invito ad avvicinarsi a quel banchetto fatto dalla Sapienza diventa invito ad accogliere Lui come il Pane vivo preparato dall’eternità e che ora è presente nella storia degli uomini. Solo chi si ciba di quel Pane ci dice Gesù: «vivrà in eterno» e allora il desiderio ci guida lì, ci guida a cibarsi e vivere di questo Dono per noi inimma-ginabile. Il cibo che quotidianamente prepariamo riesce a sfamarci per poco tempo, il pane vivo che è Gesù Cristo, sfama per l’eternità. Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza del Padre, è invito a dimorare rivolto al credente maturo che esce sia dagli entusiasmi passeggeri (come quelle folle che lo cercano per farlo re), come dalle logiche delle cosiddette stagioni della vita che a volte vedono contraddizioni, per entrare in una stabilità che non conosce ritorno per es-sere in comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo. Il Suo corpo e il Suo sangue sono il Mistero d'amore che trova comprensione solo alla luce della Pasqua, nella sua morte in Croce e nella sua Risurrezione. Se la carne e il sangue sono ciò che è vitale e ciò che costituisce noi uomini e donne, per Gesù, carne e sangue dicono di un carissimo prezzo. Per questo si può dire che fare comunione diventa un dimorare che sancisce l’unione tra noi che dimoriamo in Cristo e Cristo stesso che dimora in noi, consci però del fatto che quel risiedere non deve essere o diventare ban-deruola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, e dell’instabile! Ci raduniamo per questo «il primo giorno dopo il sabato» (Lc 24,1), siamo invitati, o meglio convocati, per ricevere gli aromi che combattano il nostro spirito di rassegnazione che odora di distruzione per riuscire a diffondere il profumo tenace della fede e della speranza in Lui, qui e oggi. E ci raduniamo da fra-telli che vogliono spezzare il Pane della Parola e il Pane Eucaristico perché ci dice Paolo: «Noi siamo, benché molti, un solo corpo»; lasciamoci dunque guidare dal desiderio di incontro che è più forte della nostra fragilità. E se percorriamo con pazienza tutto il salmo che oggi ci è proposto, scopriamo che in esso c’è una domanda di fondo: «C'è qualcuno che desidera la vita e brama lun-ghi giorni per gustare il bene?» (Sal 33,13), come a chiedere: ma la vita, quella vera, interessa? Sì, penso proprio di sì; vogliamo una vita che sia vera e piena, e se siamo cercatori di vita, affamati di vita e non ras¬segnati, allora troveremo risposte. Le trove¬remo nella vita di Gesù, nel¬la Sua carne e nel Suo sangue, nella Sua vicenda umana percorsa per intero su, su, fino alla carne inchioda¬ta sul-la croce, fino all’ultima goccia di sangue versato che lo ha portato al totale dono di sé, di tutto se stesso. A questo ci conduce l'Eucaristia domenicale, in cui l’Eccelso, l’Infinito, l’Onnipotente assu-me la finitezza del nostro quo¬tidiano nel perimetro fragile del pane e del vino. Lì Dio si fa vicino a noi che temiamo la solitudine e il dolore per farci suoi figli e fratelli tra noi.
