No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non una eco risponde
al suo alto grido
e a stento il Nulla dà forma
alla tua assenza.
(Pasqua, DAVID MARIA TUROLDO)
Penso che oggi a parlare debba essere il Crocifisso; la voce di chi annuncia deve essere seconda, come sempre deve essere seconda a Colui che parla, cioè Cristo. È Lui che vogliamo ascoltare perché le nostre parole sono deboli, sono flebili dinnanzi alla potenza di quel grido che ha squarciato il cielo. E noi, ancora una volta siamo qui, chiamati a misurarci senza riuscire a capire questo assurdo: il dolore della croce. Perché il grido di dolore, di spasimo, di afflizione «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46), diventa ancora più grande nell’intimo e profondo momento in cui si avverte il silenzio di Dio. E tuttavia, nel grido di Gesù e nel silenzio che segue dopo il suo ultimo respiro, si esprime il grido di ciascuno di noi e di tutta quell’umanità che sta attraversando il dramma della sofferenza, della ingiustizia e si trova sull’abisso della morte. E poiché la morte è solo eredità umana, questa eredità oggi, è provata anche dal cuore di Dio. Tutto ciò che è avvenuto là su quel colle fuori dalle mura di Gerusalemme, rende ancora più acuta la domanda sul perché Gesù che è Figlio di Dio, non abbia definitivamente liberato la nostra condizione umana dal dolore e dalla morte, perché il dolore è e resta scandaloso.
La prova della sofferenza mina la fede nel Signore Gesù; diciamocelo chiaramente, Gesù inchiodato, appeso a quella croce come vinto non ha la bellezza e la forza di chi cambia l’acqua in vino o resuscita Lazzaro; allora per poterci divincolare da questa presa, oggi noi, come fu per i Giudei allora, tentiamo di trovare ancora un segno che ci faccia vedere la sua divinità, che ci rassicuri: «È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui.» (Mt 27,42). Perché è vero, chi resta in croce è un perdente e non ci serve, mentre se scendi ora dalla croce sei il Cristo, sei la divinità che ci piace. Ma è davvero è così? Se davvero fosse così, se Gesù scendesse dalla croce certo lo applaudiremmo, ma poi, noi con le nostre croci, quale speranza avremmo? Ci sentiremmo condannati, puniti, umiliati, reietti, abbandonati. No! Cristo resta in croce per fare fino in fondo la volontà del Padre; perché solo facendo così potrà farsi compagno della nostra sofferenza, in attesa che Lui superi la croce per dire a me, a te che mi ascolti, che c’è speranza, che la vita non è tutta qui.
Gesù si consegna, si abbandona al Padre rappresentando tutti i nostri abbandoni, le nostre desolazioni, le nostre notti. «Ogni nostro grido, ogni abbandono, può sembrare una sconfitta. Ma se è affidato al Padre, ha il potere, senza che noi lo sappiamo, di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro» (Luigi Pozzoli). È per questo che il Crocifisso è vessillo, perché rammenta a tutti gli sfiduciati, gli abbandonati, i vinti, ai perduti della storia, che la porta è stata aperta verso l’oltre. Nulla è più elevato della Croce per guardare il mondo, e anche se la nostra fede vacilla e, sotto i colpi del peccato sembra assottigliarsi, nulla ci è più vicino di Lui nelle prove e nelle sofferenze per continuare a vivere e a non perdere la speranza. Alziamo gli occhi e ritorniamo a guardare il Crocifisso, diventeremo capaci di guardare ogni cosa con occhi nuovi, chiari e buoni; a guardare noi stessi, gli altri, Dio e il mondo con gli occhi di chi vuole amare. Fissiamo lo sguardo sul Crocifisso, contempliamolo quando entriamo e quando usciamo dalla chiesa senza avere paura, perché da quel trono, scaturisce solo e soltanto un giudizio di amore. I suoi occhi infatti, ci guardano non per rinfacciare, ma per rassicurare; la sua voce è sempre pronta a ripetere: «Padre, perdona loro» (Lc 23,34), lasciandoci come Madre la sua stessa madre, la sola capace di intercedere per noi.
Al cuore della liturgia odierna, c'è dunque questo lungo patire, un Dio che muore per amore. Qualco¬sa che non riusciamo a capire e che pure ci chiama, ci disarma, ci ferisce. E noi, o¬gni volta impotenti e af¬fascinati; perché la croce non ci è stata data per capirla, ma per aggrapparci ad essa e farci por¬tare in alto. Ecco perché nell’abbandono di Gesù nelle braccia del Padre, c’è dentro anche tutto il nostro desiderio di essere abbracciati, proprio perché il Venerdì santo è il Venerdì santo dell’intera umanità.
