VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO – ANNO C
1Re 17,6-16; Sal 4; Eb 13,1-8; Mt 10,40-42
Accoglienza, parola cara nel tessuto di tutta la Bibbia, parola cara per chi segue il Vangelo del Si-gnore e lo vuole vivere. Ogni volta la parola di Dio ha la capacità di consegnarci spunti e sottoli-neature veramente preziosi come quella di scoprire che tra il profeta e chi accoglie il profeta c’è Dio. È questa affermazione l si può trarre in modo efficace dalla pagina del ciclo di Elia nel Primo Libro dei Re che più da vicino prepara il Vangelo. «Àlzati, va’ a Sarepta di Sidone; ecco, io là ho da-to ordine a una vedova di sostenerti». Sembra proprio che il Signore, che ha chiuso i cieli su coloro che dicono di conoscerlo, voglia aprirli con un altro aspetto a coloro che non lo conoscono. Sarepta di Sidone è luogo straniero e pagano ed Elia viene inviato lì a questa donna straniera. È lei oggetto delle attenzioni di Dio, è lei che sale prepotentemente alla ribalta per la bellezza dei gesti e delle sue parole che saprà mettere in atto pur rimanendo donna vedova e poverissima. La sua figura emerge ancor più di Elia il profeta che si sta preparando alla sua attività di annunciatore della pa-rola del Signore. Sono presenti anche lì i frutti della carestia; quella donna ha davvero la miseria per sfamare il proprio figlio e se stessa, è lei stessa a dire: «solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio». Non è in grado di soddisfare la richiesta di Elia che le chiede un pezzo di pane, è davvero poca la materia con cui preparare l’ultimo impasto. Il lettore meno attento può sorprendersi che Elia voglia per sé quel poco; forse il lettore si aspetterebbe da Elia – quale uomo di Dio – un rifiuto di portare via quel poco cibo alla bocca di gente così povera, ma sappiamo che se Dio tramite il profeta chiede è per dare indietro molto di più. La vedova non conosce il Dio di Israele, e tuttavia «Per la vita del Signore, tuo Dio», dà corso alla richiesta del profeta e prepara, porge, accoglie, ospita. Il clima di questo racconto che fin qui è asciutto nella sua tragicità, assu-me un tono caldo che solo l’ospitalità sincera può far emergere. Ha davvero dato tutto e Dio, che è presente nel suo profeta, visita quella casa. Il frutto di quell’ospitalità sarà che: «La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra». Il Signore provvede! Provvede ad una persona umile e assoluta-mente marginale, povera, che però si dimostra grande nel dare tutto. È la forza dei poveri che sanno regalare l’ospitalità più bella, perché hanno davvero il cuore libero dall’egoismo che rende pronti. Anche il brano della Lettera agli Ebrei vuole mettere in evidenza la concretezza della vita e degli atteggiamenti importanti da avere. Parla sì del matrimonio, della condotta, dello stile, del linguaggio, del perdono, del ricordarsi di coloro che ci hanno dato qualcosa, ma presenta una fra-se da fare propria: «Non dimenticate l’ospitalità». L’invito è a praticare e vivere questo gesto che acquista nuova vitalità alla luce della Pasqua del Signore. Papa Francesco quando parla dello stra-niero, dei rifugiati, dei deboli dice “questi sono la carne di Cristo”. È il suo, un linguaggio incisivo che mostra una carica profondamente umana e spirituale perché è linguaggio del Vangelo. Ci invi-ta a guardare oltre il nostro affanno, a guardare perché ci sono altri fratelli che hanno necessità di essere accolti, ospitati, introdotti. Nel volto di chi sembrerebbe giudicabile come estraneo, stra-niero è presente il Signore Gesù e se ti fermi accanto a lui, accogli Lui, il Signore, che «è lo stesso ieri e oggi e per sempre!». Allora questo brevissimo brano di Vangelo lo possiamo raccogliere come parola che il Signore dice a noi. È innegabile, c’è sempre una marcia in più nel Vangelo; una novità di prospettiva, l’immissione di qualcosa che non è scontata anche se i riferimenti possono sembrare quelli di sempre: accoglienza, ospitalità. Tuttavia, quello che sta dietro è davvero qual-cosa di profondo che mostra la novità del Vangelo.
«Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato»; non c’è om-bra di dubbio, Gesù si identifica in colui che chiede di essere ospitato e agendo così, mostra la sua profonda comunione con ciascuno di noi nel nostro cammino di libertà. Di più, Gesù ci dice che il legame tra noi e Lui vive del legame che è presente tra Lui e il Padre e questa è la prospettiva che da sé sola fa capire quanto sia nuova e singolare la Parola del Vangelo. Accogliere, ospitare sono il primato nella vita espresso nei gesti umili e semplici da un cuore solidale e attento. La donna ve-dova e povera dell’episodio di Elia ha saputo mettere in gioco tutta se stessa dando quel poco che aveva; San Marco ci presenta l’episodio delle monetine gettate nel tesoro del Tempio da una ve-dova, anche esse erano tutto il suo avere. La logica di quegli episodi è la logica del Vangelo: nel donare tutto quanto si ha è come donare la propria vita per ciò che apparentemente non cambia i ritmi dell’esistenza. La vedova del Tempio con il suo dono totale e assurdo, perché il Tempio verrà distrutto (Lc 21,6), ci mostra in filigrana la parabola della morte di Gesù quale sorgente di vita au-tentica che genera salvezza. Ci fa bene sentire che il Vangelo è questo e che Gesù si impersona nei piccoli, nei semplici, nei poveri che chiedono di essere accolti. Ogni gesto che viene fatto nei con-fronti di chi è profeta, di chi è discepolo, di chi è piccolo, è fatto a Lui e notiamo come sia irrile-vante quello che si può fare quando si accoglie; potrebbe essere sufficiente anche la cosa più pic-cola come un bicchiere di acqua dato, o una preghiera per coloro a cui non è dato titolo per esprimersi come i carcerati. Il primato del Vangelo mette in prima fila e non fuori: si accoglie e si sarà accolti. Nulla sfugge a Dio che sa davvero leggere ciò anima il cuore degli uomini: «Io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Di quale ricompensa parla Gesù? San Paolo non ci spiega come, ma ci dice che essa non ha paragone, che non ha misura e accende il desiderio: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9), questa è la vita eterna in Cristo. Aprirci alla gioia di condividere, scoprire l'altro, accoglierlo, vuol dire arricchirci già da ora delle reciproche differenze. Cosa ci di-ce allora una parola così oggi all’interno della storia in cui accoglienza e rifiuto, disprezzo e atten-zione, sono le oscillazioni continue che giovani, adulti, bambini, mamme, papà, ammalati, speri-mentano continuamente? L’invito è ad allontanarci dai "valori" che il mondo vuole imporci e sce-gliere di seguire Cristo e vivere il Vangelo in libertà. Siamo persone libere, è così che Dio ci vuole. Sta a noi esercitare questa libertà per entrare finalmente in questa vita nuova che ci fa condivide-re nei fratelli, la gioia di essere entrati in uno scambio d'amore con il Padre per mezzo di Cristo. Dio ci doni questa grazia così preziosa e così feconda che rende lieti in profondità!
