I Domenica dopo la Dedicazione – Anno C
At 13,1-5a; Sal 95; Rm 15,15-20; Mt 28,16-20
Il nostro amore è spesso limitato, egoista, forse anche pauroso e quindi triste, chi libererà i nostri cuori? Lo Spirito del Risorto; Lui è l'amore in persona, colui che chiama a comunione; non deve quindi sorprendere il suo invito rivolto alla Chiesa di Antiòchia che leggiamo dal testo di Atti: «Riservate per me Saulo e Barnaba». Lo Spirito chiama, riserva, guida e condurrà ad appartenere a Cristo Gesù. Lo Spirito ci dice che quel Gesù, di cui abbiamo conosciuto il percorso, la storia ascoltandone la Parola e ammirando la sua vita fatta di misericordia verso il debole e l’escluso, non è Evento che deve rimanere confinato nel passato. Lui è la vera risorsa, quella che metterà il coraggio nel cuore, la forza e il desiderio di essere anche noi portatori del Vangelo di grazia. Siamo davvero a tu per tu con gli inizi della Chiesa, ma avvertiamo come quelle parole non sono rimaste ferme lì perché sono entrate nel cuore di tanti. Proprio per l’apostolato di tanti, noi oggi possiamo affermare senza timore di smentita che il Signore Gesù si è fatto vicino a me, a te che mi leggi, a tutti gli uomini anche a quanti lo ignorano o lo respingono, e questo indipendentemente da quello che potrà poi essere la nostra vita e i luoghi dove la vivremo. Partecipare agli altri la passione per il Vangelo è quindi il vero filo rosso da seguire fino in fondo nella nostra vita. E per una parola così, allora comprendiamo come colui che si sente chiamato dal Signore, s’appassioni veramente per il mondo. Il testo di Paolo è così; è testo che mostra quanta sia la passione che Paolo ha in sé per il Vangelo. Riconosce che ne vale la pena e lo pone come vanto. È la fierezza di un uomo che sa di essere stato chiamato alla missione in modo del tutto sorprendente; conosce la misericordia che è stata a lui riservata quando ancora era in una situazione addirittura di opposizione e di vera e propria inimicizia con i seguaci di Cristo. L'annuncio del Vangelo è diventato il suo vanto al punto da fargli dire: «Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio». Come a dire, se io vivo qualcosa è perché l'ho imparato da Lui e questo è il mio vanto. Egli sa che, pur nella sua fragilità di testimone e missionario, il suo modo di vivere e di porsi nei confronti dell’altro, diventa parola di grazia che costituisce regalo e dono per tutti. Davvero chi è incontrato da colui che ha questo modo di porsi, si sente invitato a porre nel proprio cuore la parola del Vangelo. È testimonianza che porta a Gesù perché è vissuta, allora è il cuore, l’intimità più profonda, che sia apre allo spazio della libertà più vera. Il mandato ad andare è accompagnato dalla promessa di Gesù: «Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». La chiusura del Vangelo secondo Matteo ha questa consegna data ad un gruppetto, gli Undici, che si avvertono poverissimi, un gruppetto che per di più è ancora spaventato, gente che ancora dubita pur avendo vissuto il cammino con Gesù che ha coronato la sua Pasqua con il trionfo della Risurrezione. Sono persone che si sentono senza competenze, a cui viene dato, in terra di Galilea, un mandato che sembra essere totalmente sproporzionato alle loro possibilità. Il Vangelo annota come gli Undici andarono sul monte «che il Signore aveva loro indicato» e mi piace pensare che quello possa essere il monte delle beatitudini perché da lì, vivendo la povertà di spirito nella condivisione fraterna, si diventa davvero operatori di pace e di giustizia. Perdonando chi reca torto e impegnandosi in favore dei fratelli, permettono l’incontro con il Signore risorto, e loro stessi fanno esperienza di risurrezione testimoniando il Vangelo. Per questo la loro missione deve partire da una zona periferica, una zona disprezzata dai pii giudei osservanti a motivo della presenza in quella regione di diverse popolazioni straniere con usi e costumi diversi. La loro missione deve prendere le mosse lì.
Lì c’è il convergere di tanti, il convergere di sentieri, di percorsi, di persone totalmente diverse l’una dall’altra; lì l’annuncio del Vangelo si incarna nella storia di uomini e donne ritenute abbondantemente eretiche e non degne. Partono dalla Galilea delle genti perché il messaggio della Risurrezione vada verso i pagani così che nessuno risulti escluso. Dalla Galilea era iniziata la missione di Gesù (cfr Mt 4,12) che ha visto il sorgere della sequela del Signore con la chiamata degli Apostoli, ora la Buona Novella non è più riservata ad un solo popolo, ora deve diventare patrimonio di tutti. È un messaggio destinato a quanti l'aspettano perché hanno già avuto modo di ascoltare il Maestro di Nazaret, ma è soprattutto destinato a quanti forse non attendono più nulla o non hanno nemmeno la forza di cercare e di chiedere. È dunque nella persona del testimone che Gesù sosta accanto alle nostre fragilità e paure; ci rincuora con il suo stesso Spirito come ha fatto con gli Undici e poi invita anche noi ad andare affinché il nostro prossimo sia raggiunto da questa misericordia. La missione richiesta non è solo l’andare lontano per incontrare altri come è avvenuto e tutt’ora avviene per alcuni; essa è primariamente il saper cogliere la distanza fra il progetto di Dio e i luoghi del nostro vivere, comprendere come il nostro modo di testimoniare la misericordia e la volontà di Gesù Cristo, sia in grado di portare a comprendere che il Padre ci vuole tutti figli. È dunque un "noi" che non ha nulla di restrittivo o di selettivo che dice separazione, è attenzione che guarisce il cuore e il corpo che ha alla propria base poche briciole di pane che si lascia spezzare. Eucaristia dei poveri: quasi nulla, una briciola di pane in bocca e Dio è con noi. E la promessa fatta agli Undici sparuti e ancora titubanti Apostoli, si riversa anche su di noi dal dubbio facile perché mai svanito! Il dubbio accompagna sempre il cammino di fede che è cammino nomade perché sempre in cerca di Verità, ma è il Signore a dirci: «Io sono con voi»; è Lui che si fa viandante nel percorso di ogni testimone (cfr Lc 24,15). “Andate” dunque, è comando che racchiude la promessa di comunione, racchiude la promessa di vita che si svilupperà fino alla sua inimmaginabile pienezza. È questa, la ragione per la quale anche la sproporzione avvertita così evidente, viene colmata dal loro partire per le strade del mondo. E quando si rilegge così il testo di Atti che mostrano i primi passi della chiesa di Antiòchia, si riesce ad avvertire il crescere di presenze, di nomi, di situazioni, di possibilità di ulteriori passi accompagnati dallo Spirito del Risorto. Il cristiano sa che Gesù è il suo salvatore e il salvatore di ogni uomo, ecco perché vuole condividere questo tesoro con colui che incontra. Paul Claudel, poeta, drammaturgo ma anche diplomatico, sull'importanza della testimonianza di vita, scrive: "Parla di Cristo solo se ti viene chiesto, ma vivi in modo tale che ti venga chiesto!" è frase citata nel ‘Sussidio al catechismo della Chiesa cattolica per i giovani’ al n. 74. Ci mostra l'importanza della testimonianza di vita; non c'è bisogno di parlare se la nostra vita è prima di tutto un riflesso del Vangelo. Proprio perché la nostra società è sempre più indifferente al fatto religioso sempre più radicato nello spazio privato, la nostra fede testimoniata dalla nostra vita, permette a Gesù di entrare nel cuore di luoghi abitati dove tutti viviamo e amiamo, immaginiamo e sogniamo, speriamo ma anche disprezziamo, ci dividiamo e ci ricongiungiamo, accogliamo e rifiutiamo. C’è sete nel cuore di ognuno di noi, ed è sete nascosta di Dio, un'attesa che aspetta solo di essere realizzata e che San Pietro diceva essere il dare «ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15).
