II Domenica dopo la Dedicazione – Anno C
Is 25,6-10a; Sal 35; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14
Davvero inimmaginabile il futuro che il Signore prepara, il profeta dice esattamente questo: «Preparerò per voi», e se quello che immediatamente ci colpisce è detto subito, cioè «un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti», ancora di più ci deve colpire la promessa che appare più lontana ma che tuttavia è più intensa e profonda: «Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto». È un futuro grandioso che si identifica nella gioia del banchetto nuziale per eccellenza quello raccontatoci dal testo del profeta. Più in profondità, il «Banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti» ha come significato un profondo rapporto di conoscenza e amicizia fra colui che invita che è Dio Padre, e i suoi ospiti. Lì sarà guarita la cecità del cuore che impediva agli uomini di riconoscere Dio e di scoprirsi fratelli: «Egli strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli». Dunque, il profeta annuncia un futuro che giungerà a compimento, ma sarà compimento non semplice nella sua attuazione e la pagina del Vangelo lo dice. È pagina aspra, ha passaggi improvvisi che minano la nostra presunta conoscenza di Dio. Si rimane colpiti, quasi scossi dalla violenza espressa e anche disturbati dal finale, ma se la leggiamo con più profondità, l’immagine di Dio che ne risulterà, ci darà davvero forza. Il Vangelo di Gesù è davvero dono rivolto a tutti, ma non è senza condizioni. Il Vangelo impegna; non dobbiamo trasformare la misericordia di Dio che il Vangelo insegna, in una filastrocca edulcorata per i bambini. La misericordia di Dio è impegnativa. Dio Padre chiama a conversione tutti, ma a tutti chiede di indossare l’abito nuziale che dica l’avvenuto cambiamento. Gesù questa parabola la racconta al termine del suo lungo cammino verso Gerusalemme; vuole esprimere il giudizio nei confronti di chi non lo ha accolto mettendo in atto forme per catturarlo e ucciderlo, come hanno fatto i capi della città e membri del Sinedrio che formavano la dirigenza religiosa di Gerusalemme. La parabola delinea la traiettoria degli uomini in cammino sulle strade della storia e fa emergere via via protagonisti diversi. È luminoso e persuasivo il volto e la presenza di questo Re che invita il popolo dell’Alleanza al banchetto per le nozze del Figlio. Fa una serie di inviti alla partecipazione alla festa, ma, come una doccia fredda, la risposta degli interpellati è la non curanza fino alla violenza fisica. La tragedia della storia biblica fa parte della più ampia tragedia della storia di tutta l'umanità. Il rifiuto, la menzogna, la monopolizzazione, l'omicidio non cessano di compiere la loro opera di morte. L'invito di Dio non è mai obbligante, la libertà che ci è garantita fa sì che lo si possa sempre respingere o rifiutare, e la parabola ci insegna che a volte, si respinge più per indifferenza perché si predilige altro, cosa che determina più un’opposizione per omissione che per volontà di azione; ma la parabola mostra anche la meschinità del gesto del rifiuto che si protrae nel tempo. Oggi, nelle nostre società consumistiche, il più delle volte, il rifiuto è insidioso o scettico, ironico o peccaminosamente indifferente, e tutti conducono all'annientamento dei valori, ad un relativismo, ad un ripiegamento nell'egoismo, ad un sonno che si fa complice. È rifiuto che conosciamo bene perché associato alle tante idolatrie: idolatrie del denaro, del piacere, del successo protetto da piccoli e mediocri sotterfugi se non veri e propri accordi che lasciano accadere il male. E tuttavia, ci dice il Vangelo, questo atteggiamento appena descritto, non fa indietreggiare la storia della salvezza. Gesù mostra come il Padre non si scoraggi. Nonostante tutti i rifiuti avuti dai primi chiamati, la festa finale avrà davvero luogo.
Il desiderio di Dio è che «la sala delle nozze» sia piena di ospiti. L’invito è rivolto trasparentemente a tutti e questo è lo straordinario cuore del Padre. «Buoni e cattivi» dice il testo; è chiesto a tutti di entrare alla festa, anche a coloro che si credono in ritardo, coloro che credono di aver perso l’occasione per via di una vita non propriamente fedele alla sua chiamata originaria perché piena di errori e fragilità. Sono parole che riscattano, salvano, accende una speranza che rende capaci di alzare lo sguardo e di dire "allora non mi ha perso di vista"; se manda a chiamare i buoni e i cattivi, allora ci sono dentro anch’io, allora potrei farcela anch’io, ho anch’io la possibilità ulteriore di rimettermi in cammino. Ecco perché ancora oggi vengono inviati servi ai crocicchi della storia, lì ci sono tanti uomini e donne confusi che camminano senza speranza e senza futuro. È la volontà del Padre che alla risposta negativa, apre ancora di più: «tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Questo è lo spazio di grandissima speranza e fiducia che la liturgia oggi ci dona: Dio chiama per amore e dona gratuitamente. Ma dentro a questo quadro di ospitalità gioiosa, appare fin troppo pesante la presa di posizione a riguardo di colui che non indossa l’abito nuziale: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?»; in fondo come può un povero, un derelitto avere l’abito per la festa? L’abito nuziale non è l'abito dell'innocenza perché gli invitati alla festa sono peccatori. A riguardo il Vangelo è molto chiaro: il re invita i buoni e i cattivi. Il senso di questa espressione è davvero molto profondo. L'abito nella Bibbia è l'identità stessa della persona; è come se Gesù raccontando la parabola dicesse agli interlocutori: “se vuoi entrare nel Regno non basta il vestito di prima”. Nell’evidenziare la diversità del vestito nuziale con l’abito di sempre, Gesù fa cogliere ai suoi interlocutori (tra i quali ci siamo anche noi), che ci vuole una condizione di vita nuova. Paolo la identifica nell’essere rivestiti di Cristo dal quale «siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati» (1 Cor 6,11). Avere gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5), ci permette di interpretare le azioni di Dio. Se l'abito dice qualcosa di chi lo indossa - perché ne esprime lo stile, le attitudini e i gusti - anche il cristiano è invitato a scegliere l’abbigliamento spirituale che confermi e racconti la sua appartenenza a Cristo. L’ingresso nella stanza della festa è per chiamata che è rivolta a tutti, ma lo stare nella stanza non è in forza di meriti storici, di tradizioni culturali, di pratiche religiose, si rimane perché la fede ha permesso il cambiamento della propria vita. È dunque Parola che chiama alla conversione, ed è Parola che sorprende sempre proprio perché è sempre carica di speranza, delinea sempre un oltre, ma soprattutto non ci nasconde nulla della drammaticità del vivere e delle possibili infedeltà dell'uomo. Dice la luminosità del volto del Padre che vuole fare festa con tutti i suoi figli, e non si lascia frenare dai rifiuti o dalle risposte deludenti e cattive e questo significa che siamo davvero conosciuti e attesi. È davvero un dono che chiede la nostra gratitudine e ci fa esclamare «Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio!».
