II Domenica di Avvento – Anno A
Bar 4,36-5,4; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

IFigliDelRegnoIntuire ad Avvento iniziato dove il Signore ci vuole condurre e come ci vuole condurre. Per entrare ed essere figli del regno, come dice il titolo di questa seconda domenica di Avvento, occorre davvero mettersi in cammino e i tre testi suggeriscono con ricchezza come ciò sia possibile. Anzitutto il profeta Baruc ci consegna la speranza che fa trasparire l’urgenza di aprire a tutto campo il nostro sguardo sull’orizzonte che Dio ci sta regalando. È orizzonte pieno di amore perché aperto da luminosissime che predicono il ritorno di persone che sono nella desolazione dell’esilio in luoghi più dispersi, frammentati e lontani. Esse vivono in una condizione in cui tutto ciò che è caro è stato perso; per loro non esiste più un vero punto di riferimento, il Tempio in cui ritrovarsi o una tradizione da condividere perché appunto sono lontani dalla propria patria e sono in esilio. È parola questa del profeta, che genera immediatamente il senso di speranza e di gratitudine; è parola che fa emergere come il Signore Dio, abbia nel proprio cuore tutti i propri figli dispersi in qualunque direzione o confine. Non è possibile mettere steccati all’amore di Dio; esso è amore che deborda, che va oltre scavalcando confini tracciati dall’uomo e ritenuti invalicabili e questo ci fa capire quale sia la prospettiva importante dell’Avvento. Se si avverte il segno dell’amore così sconfinato, allora il cammino lo si compie, si vuole davvero arrivare alla ricchezza del dono che l’Avvento promette: il Dio con noi. E Paolo ci aiuta a comprendere che il tenere lo sguardo sul volto così ospitale e magnanimo di Dio contagia davvero perché non è possibile che la nostra vita possa rimanere limitata, piccina, rinchiusa all’interno di un confine e basta; ci dice l’Apostolo: «Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio». Se lo sguardo rialzato ci fa incontrare il volto di Dio, allora l’ospitalità dilata il cuore ed educa ad uno stile accogliente. Cristo «non cercò di piacere a se stesso», scrive Paolo, dunque, anche noi dobbiamo: «portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» per non essere distanti dal volto del Signore. Per dirsi comunità ospitale ci è chiesto di vivere lo spirito del Vangelo che è il consegnare al Signore la coscienza del nostro limite, della nostra fragilità, e lasciarci interrogare dall’altro che è il “bagaglio di viaggio” da custodire per il nostro cammino. C’è dunque una vicenda da vivere insieme e Luca ci mostra l’irrompere della parola di Dio nella storia che scorre con le sue logiche, con i suoi riferimenti, con i nomi di chi ha autorità e potere, con i nomi di territori, di popolazioni, di provenienze. Il linguaggio usato ha del maestoso, è ridondante, ma per Luca questo è solo cornice: il punto focale è altro, è l’azione della Parola di Dio: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto». È scena davvero bella che solo Dio può compiere: nel dipanarsi della storia di allora piena di personaggi importanti e meno importanti, la parola di Dio scende su un poveraccio. Quel «venne» dice di un evento che Luca vuole sottolineare come una discesa repentina, come un lancio senza paracadute. Dio si affaccia così nella storia, entra in questo modo e ci parla in questo modo: va a bussare da un uomo che sta nel deserto, Giovanni figlio di Zaccaria. Il Libro dell’Apocalisse poi ci dirà che questo venire di Dio non è straordinariamente inconsueto, ci dice chiaramente: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20); è dunque uno stare alla porta di ogni uomo e non è una icona o una immagine. Dia ha bussato alla porta di Giovanni, è entrato ed è rimasto, e quell’uomo del deserto inizia il suo cammino di annuncio e testimonianza.

Il brano, infatti, ha in sé altre espressioni intense come il grido appassionato che dice: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Era antica quella profezia ma adesso sta accadendo, non è più solo una citazione che fa ricordare la promessa di qualcosa che avverrà, è promessa che nell’oggi della storia, sta accadendo. E ancora l’invito di Giovanni ad un battesimo di conversione che faccia cambiare la vita perché Colui che sta arrivando è novità totale, è Parola nuova, per questo il cuore deve essere aperto con urgenza e senza rimando. Il dire: «Già la scure è posta alla radice degli alberi», evidenzia il fatto che non si può più vivere come prima, ma aprire il cuore e convertirsi in maniera concreta. Il come lo indica lo stesso Giovanni Battista che è uomo rude; egli incoraggia i rassegnati, i delusi, gli stanchi; chiede loro di capire la qualità del proprio cuore. È l’atteggiamento degli interlocutori che rende Giovanni Battista severo o accogliente. Giovanni incuriosisce l’opinione pubblica, diventa quasi metà di un pellegrinaggio, ma lui ha il compito di scuotere tutti dal torpore di una vita quasi insignificante. «Razza di vipere» è un monito a chi non vuol cambiare vita e credersi salvato soltanto per appartenenza: «non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”». Coloro che invece vanno al Giordano per cambiare e che chiedono «cosa dobbiamo fare», a questi Giovanni, sembra essere sorprendentemente mite, discreto dall’invito misurato. Ha parole rivolte ai pubblicani ed ai soldati particolarmente motivanti alla carità: «chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia lo stesso». Come un dire: “Non difendete quello che è vostro, maturate piuttosto la convinzione che quello che è vostro non basterà mai per voi, tuttavia, se quello che è vostro viene condiviso, si moltiplica”. Chiede di manifestare concretamente la propria vita operando affinché si accolga nel cuore la parola del Signore. Non è dunque semplicemente ascolto di una parola che appare bella, ma è ascolto che induce a produrre passi concreti, scelte e gesti di condivisione. Il tempo d’Avvento è questa straordinaria galleria di avvenimenti tutti incentrati sulla necessità di cogliere la modalità di Colui che sta per arrivare. Preparare dunque è la parola chiave di questa liturgia; preparare le vie del Signore purificando il proprio cuore da false attese. La speranza senza il desiderio di conversione finisce per essere pura illusione. Preparare le strade al Signore diventa questione di urgenza che il Vangelo ci comunica, e questo lo avvertiamo come dono e grazia straordinariamente intensa. Comprendiamo infatti da quelle parole come non si tratti semplicemente di aspettare la venuta di Gesù solo per la notte e il giorno di Natale; no, Egli viene a visitarci ogni giorno: viene attraverso il messaggio del Vangelo che condividiamo, attraverso la nostra preghiera personale o comunitaria dell’Eucaristia, viene nel volto dei fratelli.


Orari celebrazioni


S.Maria Assunta
Poasco

Sabato
ore 18.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 10.30: Santa Messa
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Martedì, mercoledì e giovedì
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 Venerdì
ore 17.30: Adorazione eucaristica
 

Incarnazione
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Sabato
ore 18.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 8.30 e 10: Santa Messa

Settimanale
Lunedì, mercoledì e venerdì
ore 18.00: Santa Messa

S.Maria Ausiliatrice
Via Greppi

Sabato
ore 17.00: Santa Messa Vigiliare
Domenica
ore 11: Santa Messa

Settimanale
Martedì e giovedì
ore 18.00: Santa Messa

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