III Domenica di Avvento – Anno A
Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15
Potremmo tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia – il sogno di un mondo in cui gli ultimi ritrovano speranza, lo zoppo saltella e il muto recupera parola – e la domanda se non l’inquietudine di Giovanni? Potremmo vivere l’attesa propria degli smarriti che attendono un messia che si faccia loro vicino venendo a chinarsi sulle fragilità e stando vicino ai poveri? Domande forti, domande che chiedono una risposta che apra alla fiducia. Penso che Giovanni Battista nel momento in cui manda a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», avverta in cuor suo che il suo modo di annunciare il Messia, forse non sia stato del tutto adeguato. Giovanni aveva annunciando il Messia come l'uomo inviato da Dio pieno dello Spirito di Dio, che avrebbe stabilito il Regno di Dio subito senza aspettare. La sua aspettativa era quella di un Messia che veniva con forza e potenza a castigare i malvagi e premiare i giusti stabilendo il regno in cui la legge di Dio sarebbe stata rispettata e vissuta da tutti. Gesù di Nazaret invece cosa fa? Mangia con pubblicani e peccatori, va di villaggio in villaggio, sembra prendersi il suo tempo, non sconvolge nulla. È vero, si oppone molto ai farisei e agli scribi, ma non purifica il tempio di Gerusalemme centro vitale della religiosità di Israele. Non mobilita le folle per un grande cambiamento sociale, ma chiede loro la conversione dei cuori che può apparire un po' riduttivo specialmente se confrontato con la storia che continua a svolgersi. Penso che lo stato d’animo del Battista, che nel frattempo era stato messo in prigione da Erode, sia un po’ questo: vive la precarietà del dubbio che le necessità del tempo, avvertite come urgenze di cambiamenti, erano fin troppo visibili. La risposta ci viene dallo stesso Gesù: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Gesù invita gli inviati di Giovanni a vedere i segni del Regno che Egli semina ovunque sul suo cammino. Anche se ancora la malattia non è bandita dall'umanità e la stessa morte non è sradicata, quei miracoli che Gesù compie, sono davvero una realtà che dice che qualcosa di nuovo sta accadendo, una nuova realtà sta emergendo nella storia. L’assetto del mondo non muta è vero, ma esiste la possibilità di poter scegliere: accogliere il sogno di Dio che il profeta annunciava, oppure non curarsene affatto. Nessuno viene incenerito. Giovanni Battista è davvero un gigante della virtù, della volontà investita nel fare la volontà di Dio al servizio del prossimo, e tutto ciò è stato necessario, ma il Regno dei cieli viene sempre come grazia, viene come avvento inaspettato impossibile da cogliere con gli occhi rivolti solo a se stessi. Questo è il motivo per cui Gesù conclude che Giovanni è il più grande di tutti i figli nati da donna, ma che «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui», perché dice che: «Beato è colui, che non trova in me ragione di inciampo, motivo di scandalo» (Lc 7,23). Beato perché sei piccolo e trovi accoglienza come figlio. Ma se ci pensiamo bene, il dubbio di Giovanni Battista, è un po’ anche il nostro; anche noi soffriamo l’inquietudine dell’urgenza di un cambiamento severo della società in cui viviamo, anche noi osiamo porre la domanda a Gesù perché ci aspettiamo una società più serena, senza ingiustizia e in cui tutti hanno il giusto.
Le persone, israeliti o pagani, non credenti o atei ci dice Paolo, possono essere nemici del Vangelo, questo è parte della storia e della libertà umana, ma da parte di Dio sono comunque amati, perché l’amore di Dio è irrevocabile. Questo è il compimento delle profezie e il vangelo di Gesù ci rivela come stanno le cose dalla parte di Dio. Dio viene nel più intimo di ciascuno di noi, viene per entrare nel cuore delle nostre libertà recalcitranti per depositare la sua grazia, la forza del suo Santo Spirito, affinché impariamo a vivere della sua carità. La sua presenza in noi permette di imparare a vivere della sua bontà, della bontà di Dio in tutti i nostri atti. Egli non elimina i peccatori dall'umanità dopo aver dato loro la possibilità di convertirsi, ma attende con pazienza che essi si convertano esultando per ogni conversione e movimento di vero amore. Qualunque siano le nostre segrete, buie, umide e profondamente oscure come quella di Giovanni Battista, la luce di Cristo illuminerà le nostre tenebre più profonde portando la vita (cfr Gv 1,9). La luce è per tutti senza eccezioni o selezione, occorre soltanto aprirsi per farla entrare: «Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, […] Egli viene a salvarvi», ci esorta il profeta Isaia. La venuta di Gesù, infatti, e il Vangelo lo rimarca, dice molto chiaramente che è possibile non essere schiavi del peccato, schiavi dei bisogni effimeri avvertiti come veri, schiavi delle passioni e degli impulsi, schiavi della pressione degli altri su di noi, e liberi anche dalla schiavitù del potere. Gesù invita ad essere liberi di amare e servire, di scegliere la verità e il bene, di lavorare per ciò che può condurre alla vita eterna piuttosto che logorarsi per ciò che può solo scomparire. È bello notare come Gesù, parlando di Giovanni, interroga coloro che lo ascoltano. Lo fa ponendo loro sei domande che riguardano una sola questione: cosa sono andati a vedere nel deserto? Quando pensiamo al Battista subito la nostra memoria va alle sue parole; Gesù chiede di riflettere su ciò che si è visto per lasciarsi poi interrogare su quanto anche noi, che ci diciamo discepoli di Gesù, facciamo vedere. Questa è la sfida, è la chiamata a vivere la fraternità di prossimità andando incontro gli uni agli altri per incontrare il Dio di Gesù che è vicino, ma che si rende piccolo, quasi irrilevante e invisibile nell’altro. È il Dio che si propone e che non si impone, bussa alla nostra porta (Ap. 3,20), ma siamo noi ad avere la maniglia per aprire. Di fronte al Vangelo ogni storia diventa un progetto di vita e non una vita sbattuta qua e là dal vento delle passioni o dai capricci del mondo. Lo possiamo cogliere nei gesti di benevolenza che ancora oggi accadono: tanti stanno con cura vicino agli infermi; tanti sposi e i figli si amano a prescindere dalla gratitudine o dal riconoscimento e si perdonano offese ricevute cercando la giustizia di Dio senza la pretesa di ricevere premi e riconoscimenti. Allora, essere pienamente nell’Avvento, significa intraprendere la via della costruzione di relazioni buone che allevino la solitudine e la sofferenza dell’altro. Così si attraversa decisamente il tornante del Nuovo Testamento che vede il venire di Gesù Cristo come centro della salvezza. Giovanni è uomo davvero grande, ma si spegne confinato nella prigione che paradossalmente segna il termine al Primo Testamento perché, dopo aver fatto tutto, si ritira affinché, Colui che viene, cresca decisamente.
