IV Domenica di Avvento – Anno A
Is 40,1-11; Salmo 71; Eb 10,5-9a; Mt 21,1-9
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio». Inizia così la lettura profetica di questa IV domenica di Avvento. Vi sono, in questa apertura di testo, due rivelazioni interessanti che richiamano l’Alleanza: la prima è «il mio popolo». Il profeta sottolinea come quel popolo (Israele), sia appartenente a Dio, Lui è il loro padre, il loro soccorritore. La seconda non meno importante è: «il tuo Dio», che sembra suonare come una ripetizione della prima espressione, ma che ha valenza propria perché vuole ricordare a quel popolo che anche se sta vivendo tempi di fragilità e di fatica (il popolo è deportato in esilio a Babilonia), non è mai stato solo e che quella fatica sta volgendo al termine: «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta». Come un dire che il Signore non ha incertezze perché è popolo che appartiene alla sua storia di amore, e per questo finirà la sua schiavitù. Il dono non ha dietro un calcolo, non ha un interesse nascosto a motivarlo, è appunto dono, che schiude alla reciprocità e permette uno scambio gratuito, che si apre al fuori da noi. Per questo consola e riaccende la speranza che motiva il cammino. La fedeltà di Dio è questa; nonostante l’allontanamento di Israele dalla sua alleanza (e l’esilio è proprio il modo di farne memoria), Dio ricorda al suo popolo che la sua promessa rimane per sempre, e la promessa di Dio è affermazione sorprendente e luminosa: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Isaia profetizza l’evento che oggi ricordiamo in questa IV domenica di Avvento: il venire grande e sorprendente di Dio che sarà grazia e dono per tutti a tal punto che il Signore per bocca del profeta chiede che sia gridato: «Alza la voce, non temere». Dobbiamo ammettere che tutto ciò è consolante anche per noi, per la nostra personale storia; l’annuncio, che il profeta arricchisce di immagini efficaci, non è solo annuncio del Dio che viene, ma che viene senza procurare terrore portando consolazione. «Alza la voce, non temere», dice infatti, che la storia d’amore di Dio con il popolo di Israele, non solo non è finita con l’esilio, ma riacquista spessore e vigore perché quell’Alleanza sarà “giocata” in modo diverso allargandola ad ogni popolo. Il Volto che viene tratteggiato è volto di chi ha veramente a cuore tutti e si prodiga con la tenerezza di un pastore che prende a cuore il suo gregge e si fa carico della pecora ferita o smarrita. È dono che rimarrà stabile e fedele come saldo e autentico è il Signore che quel dono lo indirizza, per questo è parola da condividere il più possibile affinché sia riferimento anche per il nostro cammino e la nostra vita. Ci viene assicurato che il mistero dell’Incarnazione non sarà un venire passeggero come una luce che si accende e poi si spegne, come un chiarore che si fa notare, ma che poi si attenua. Il mistero dell’Incarnazione è promessa mantenuta di Dio, è mistero descritto più volte nel Nuovo Testamento, ma che il passo della Lettera agli Ebrei proposto oggi, lo declina forse meglio di tutti: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà». Gesù non parla in modo che lo si possa udire e tuttavia, c’è in questo evento nascosto - più nascosto di ogni altro evento - la verità che soltanto successivamente, attraverso il distendersi dei giorni e degli anni del cammino del Figlio di Dio nella storia, verrà alla luce.
A Gesù non ancora bambino nato perché nascosto ancora nel grembo della madre, si attribuiscono le parole del salmo per confermare che la sua vita sarà davvero offerta. L’offerta vera a Dio è offerta di se stesso, della propria vita: «Ecco io vengo Signore per fare la tua volontà». Se il profeta ci ha detto che la parola di Dio opera sempre ciò per cui è stata inviata (cfr Is 55), il Figlio di Maria, Gesù, che è parola di Dio fatta carne, non può che operare secondo la volontà di Dio. Gesù è la promessa affidabile di Dio, Colui che manterrà viva la speranza per sempre; è la consolazione annunciata che si fa vicinanza ultima di Dio al nostro cammino di uomini. Il suo entrare nella città e farsi solidale con noi, dice la misericordia senza limiti del Signore che dà conforto e fiducia. Il profeta Zaccaria aveva profetato che: «il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina.» (Zc 9,9), e l’effettivo svolgersi di questa profezia, fa rimanere un po’ sorpresi per il modo in cui si svolge. L’ingresso di Gesù in Gerusalemme è Vangelo che si proclama la Domenica delle Palme che dà inizio alla Settimana autentica. Qui però, quell’ingresso vuole rimarcare l’ingresso di Gesù in questo mondo. È Dio che si spoglia di tutto e, assumendo la nostra carne, viene come un re mite, un re del quale non si deve avere paura perché non viene per giudicare, ma viene per perdonare. Gesù si radica nella storia umile e discreto, tanto che i piccoli e i semplici lo accolgono con gioia organizzando quel piccolo trionfo che il Vangelo riporta: stendono mantelli e rami d’albero per terra cantando «osanna al figlio di Davide». Ma prema che tutto ciò avvenga e affinché tutto si possa svolgere, Gesù vuole che anche l’uomo partecipi del suo ingresso: «il Signore ne ha bisogno». Anche oggi il Signore per operare ha bisogno che la nostra libertà ci faccia mettere in gioco; tutti siamo chiamati a non vivere sommessamente ed egoisticamente la nostra vita cercando di conservare quel poco di risorse che ognuno sente di avere. Il testo della Lettera agli Ebrei ci dice nella sua conclusione che: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (cfr Eb 13,8), non è cambiato; ciò che ha operato ieri attraverso i suoi discepoli può farlo di nuovo attraverso noi se noi accettiamo di sentirci impegnati per il “Suo” bisogno. Il discepolo che si lascia guidare dallo Spirito di Dio sa che è chiamato ad avere la vita inquieta per il bene dell'altro. «Ecco, io vengo», una decisione che mette gioia e di questo dono c’è davvero molto bisogno perché siamo abituati a vivere una vita molto cauta e quasi dimessa; ci rassegniamo in fretta e tentiamo di tirare avanti alla bella e meglio a volte vivendo la gioia come un sentimento evanescente che dura un istante e basta. Il profeta ci mostra che quando ci si sente nell'abbandono, sorge il Volto nuovo del Dio consolatore che è Signore di "ogni carne", dei deportati di Giuda e, in Gesù Cristo, anche degli stessi Babilonesi prototipo dei pagani. L’Avvento ci dice questo, siamo incoraggiati a proseguire nel nostro cammino anche se incontriamo fatiche e sperimentiamo fragilità. «Consolate, consolate il mio popolo» diventi allora, la ragione e segno della gioia della nostra vita, e l’aiuto nel fare della nostra stessa vita, un segno di testimonianza della prossimità e della vicinanza del Signore a tutti coloro che incontriamo.
