VI Domenica di Avvento
Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

BeatVerg2022È domenica caratterizzata da inviti ed annunci che trovano il loro coronamento nelle parole dell’angelo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». L’annuncio del profeta Isaia è invito alla speranza dopo il dramma della lontananza e dell’esilio; ha parole che chiamano alla relazione che unisce e non allontana più: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”». È appello alla fiducia, perché quella terra e quel popolo che sono stati devastati, ora ridiventano terra fertile e popolo capace di frutti: «Li chiameranno “Popolo santo”, “Redenti del Signore”. E tu sarai chiamata Ricercata, “Città non abbandonata”». L’esortazione, quindi, è ad avvicinarsi abbandonando le distanze che prima separavano; quel resto, infatti, non sarà più una massa indefinita di persone derelitte e dimenticate perché il Signore conosce bene chi essi sono e quale sia stata la fatica che hanno vissuto e la speranza che ha albergato nel loro cuore. Sono parole che non valgono solo per quel momento storico, ma sono parole che anche oggi ognuno di noi può avvertire assolutamente vere per sé. Anche noi riusciamo a percepire l’aiuto di Colui che ci dice “non ti ho dimenticato, mi sei caro, ti conosco per nome”, e questo ci permette di fare nostro l’altro invito che la liturgia di oggi ci presenta. Paolo ci esorta ad avvicinarci al Signore con gioia: «siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti». La sua è sollecitazione profonda e gioiosa come di chi ha profondamente accolto il radicarsi di Dio in mezzo agli uomini nel suo Figlio Gesù Cristo. È parola incoraggiante pur se le condizioni di chi le ha scritte sono difficili perché si trova in prigione e sta pagando pesantemente il suo servizio di annunciatore del Vangelo. Il linguaggio dell’Apostolo è famigliare, le immagini sono catturabili immediatamente. «Il Signore è vicino!», e per questo, ci dice Paolo, l’amabilità che riceviamo in dono da Gesù Cristo sia per noi ricchezza sovrabbondante. La gioia non si può comperare: o si ha dentro la ragione per essere nella gioia o non c’è verso; è vero, si può anche recitare immaginando di averla, ma la gioia o c’è o non riusciamo ad acquistarla. Qui la ragione della gioia è che la lontananza da Dio è finita; da soli non ce l’avremmo fatta, ma ha scelto Lui, Lui ha annullato le distanze, Lui è venuto noi non l’avremmo mai raggiunto e questo è motivo di ammirazione e stupore. Paolo è uomo che ha lo sguardo oltre; sa che cosa è la fatica perché la sta attraversando di persona, ma non è catturato e reso schiavo dalla fatica; è uomo che incoraggia, invita ad avere e porre segni di vita che consentono esperienze belle e significative di comunità in cui ci si aiuta, ci si vuole bene e la parola del Signore anima le speranze e i cuori di tutti. In questo modo la gioia e la pace entrano nella nostra vita così che: «Il Dio della pace sarà con voi!». Pagina di forte augurio; a fronte dell’azione di Dio che si fa a noi prossimo, restituiamo atteggiamenti, segni di pace e di amabilità tra di noi. Ma la pagina che si innalza per il suo annuncio splendido è la pagina del Vangelo: è parola grande che viene da lontano. Qui il «mistero taciuto per secoli eterni» (Rm 16,25) si rivela a Maria, una giovane ragazza di Nazareth che abita la sua casa in modo semplice come semplici sono le case che compongono quel villaggio: famiglie umili e povere che vivono la vita nell’attesa e sono relegate ai margini della storia. Chi si avvicina a questa umiltà e povertà, è Dio che si rende disponibile ad essere coinvolto nella storia umana: «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria».

L’esordio è la gioia: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te», che fa da preludio a qualcosa di grande che sta per accadere. L'angelo annuncia a Maria, una ragazza che sembra emergere dall’anonimato: «concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo […] il suo regno non avrà fine». «Veramente tu sei un Dio misterioso» aveva detto il profeta Isaia (Is 45,15), una donna, creatura di Dio, darà alla luce un bambino che è Dio. Ecco il vero tempio, la dimora di Dio tra gli uomini ed ecco il vero re, colui la cui regalità è eterna: l’Emmanuele, il Dio con noi. Dio si fa uomo nel silenzio di quella umile casa di Nazareth. L’avvicinamento del Signore porta con sé la gioia dell’incontro, ma chiede la risposta della propria libertà: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Maria compie il passo decisivo che mostra la sua totale disponibilità ad accogliere in sé tutto il pesante disegno di Dio su se stessa che permette però a tutti di dare risposta all’avvicinarsi di Dio che ci vuole suoi famigliari. Infatti, se Maria è colei che con il suo sì rende concreto il disegno di salvezza, quell’annuncio è Parola che nella storia è rivolta a tutti e a tutti chiede la libertà di risposta; solo così, anche noi potremo avvicinarci al Signore che nel Natale viene a porre la sua tenda nel nostro sterminato campeggio di uomini e di donne. È Vangelo che sicuramente mette in crisi, e tuttavia, esprime confidenza e semplicità che toccano nell’intimo perché questo è un avvenimento di casa, avviene nella casa che è il nostro cuore e avviene nelle situazioni più normali possibili. Forse non siamo ancora pronti a festeggiare così il Natale. Forse, addirittura, non saremo mai pronti a cogliere e vivere totalmente questo mistero sfuggente e unico di Dio e dell'Uomo Gesù Cristo; il Dio che viene incontro all'uomo facendo dell’Uomo Gesù la sua dimora in noi. La sua venuta con le vesti tinte di rosso come ci diceva il profeta non è per la volontà di potere e di potenza come può esserlo un vincitore che ha sbaragliato i propri nemici; il suo venire è quello di essere “servo” della Parola di Dio che è fedeltà alla sposa Israele e a tutti. Colui che arriva è Gesù Cristo che, con il sangue della sua passione e morte, sconfigge il peccato che allontana da Dio. È sporco del proprio sangue e non del sangue di altri. Ecco perché quel «non temere» rivolto a Maria (e prima ancora a Zaccaria e poi anche a Giuseppe), è invito rivolto all’intera umanità, perché l’antica Alleanza trova in tutta l’umanità il suo termine ultimo. Solo nel silenzio e nell'interiorità raggiungiamo l'essenza della nostra vita; lì scopriamo il mistero che sfugge a tutto ciò che può essere visto, ascoltato, conosciuto dall’esterno, perché si rivela nel silenzio. In che modo tutto ciò influisce su di noi? Oggi, la casa in cui Dio vuole abitare sono io, sei tu, siamo noi che formiamo la Chiesa. Dio vuole abitare in noi; se diciamo di sì, Egli dà fecondità spirituale alla nostra vita, per questo Maria è il modello vero del discepolo. Per Dio, nessuna vita è sterile; ognuno di noi può portare frutto, qualunque sia il proprio passato e i propri limiti. Come per la Vergine Maria, ci viene dato lo Spirito Santo affinché anche noi possiamo diventare "servi" e "servi" del Signore. Questo è il servizio che fiorisce quando ascoltiamo la Parola di Dio e la mettiamo in pratica. Questo è il servizio che diventa fraterno quando ci preoccupiamo del nostro prossimo. Tutto però inizia nel silenzio, nell'accoglienza del nostro Dio che ci ama e si invita nella nostra casa. Papa Francesco alla GMG di Cracovia chiedeva ai giovani, ma sotto sotto chiedeva a tutti: "Quale impronta lascerà la tua vita?". L'impronta è ciò che rimane quando sei passato. Ricchi di questo tempo di Avvento vissuto tutti insieme, questi pochi giorni che ci separano dal Natale ci permettano di entrare ancora di più nella disponibilità di accogliere Colui, il cui «regno non avrà fine» che vuole farsi Vita in noi.

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