Nat2022Il Natale ci viene annunciato da diversi segni esteriori come lo scintillio di luci, vetrine addobbate, caos nelle città, alberi innalzati e decorati, ma solo il presepe esprime bene la profondità e l’umiltà del Natale. Il presepe è come un Vangelo che via via diventa vivente e avvolge coloro che mettono mano a questa opera, ma anche coloro che lo contemplano; papa Francesco ci dice che fare il presepe aiuta a rendere presente e rivivere la storia che Gesù ha vissuto a Betlemme. Gesù è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l'essenziale e a vivere di esso. Contemplare il presepe allora significa diventare da subito più sensibili a una forma di sobrietà; fare il presepe è imparare, soccorsi e guidati dall'esempio dei personaggi che lo compongono, a contemplare il mistero di Gesù che viene tra noi per portare la luce nelle profondità delle notti che la vita ci fa attraversare. Ma come possiamo entrarci in questo mistero? Possiamo entrarci se ci lasciamo toccare dall'umiltà. Sono umili le persone che compongono quel presepe. È l’umiltà di gente che conosce gli affanni, la fatica e il buio proprio a cominciare da quella piccola famiglia che, compiendosi i giorni del parto, cercano un alloggio, ma trovano soltanto porte chiuse: nessun posto per loro in una possibile stanza degli ospiti! Il presepe mette in evidenza il forte contrasto tra l’incedere quasi solenne dell'impero che celebra il suo potere mediante lo svolgersi del censimento di un popolo, e l’emergere di personaggi da sempre tenuti ai margini della società di allora come i pastori ai quali per primi è recato l'annuncio gioioso della nascita del Salvatore. Ma l’umiltà più profondamente vera però, trova posto solo nella mangiatoia, così che, il luogo deputato all’alimentazione degli animali diventa culla per il Bambino che si farà pane per la nostra fame di eterno. Per rendere concrete agli uomini le parole: “Vi amo", Dio trova posto solo sul fieno di una mangiatoia. È l’umiltà di Dio creatore di tutto che sceglie di scendere dal cielo non mettendo in mostra potere e potenza, ma annullandosi facendosi uomo nel grembo di una sua creatura in una stalla per animali. Dio non ha rinunciato al suo progetto di salvezza; nonostante le incertezze che quel territorio presenta a seguito dell’occupazione degli invasori romani, ma anche per i tanti disordini sociale dovuti a tanta povertà, Dio di fa carne e sangue tra gli uomini. Allora pensiamo a cosa ci può portare contemplando il presepe oggi il cui tempo non è propriamente né più e né meno favorevole rispetto al tempo di Gesù. Anche il nostro tempo è segnato dall’incertezza più che dalla certezza di futuro, e tuttavia, è in questa incertezza che l’umiltà di Dio mostrataci dal presepe, invita ancora a cercare e vivere la speranza. Dunque, quella stalla evocata dal presepe, ci parla ancora; la vicenda di Maria e Giuseppe ci mostra come la loro risposta umile e coraggiosa, non sia poesia ma esperienza forte che ha parola di gioia e di fede. Maria e Giuseppe appaiono anche oggi come figure di riferimento per coloro che intendono fidarsi di Dio mettendo la propria vita nelle mani di Dio. Di più; sostare davanti al presepe produce un senso di pace interiore perché infonde la fiducia di sapere che anche oggi il Signore non vuole percorrere strade diverse. L'Incarnazione è dono grande esattamente per questo, perché è dono che si rende prossimo alla ferialità che ogni giorno segna le giornate degli uomini: per questo l'umiltà è verità che infonde il coraggio di poter amare fino alla fine anche se questo comporta il fatto di essere incompresi, accusati ingiustamente, rifiutati come lo sono stati tutti i personaggi del presepe. L’umiltà apre la strada all’amore.

È davvero commovente sentirsi amati da una persona umile perché il suo sguardo non fissa se stesso, ma si posa sull’amato invadendolo di una indicibile dolcezza tanto che si osa appena rispondere alla domanda pungente che quello sguardo pone. L’umiltà quindi, non solo fa riconoscere i propri talenti, ma fa anche scorgere e accettare i propri limiti; l’umiltà spinge a chiedere perdono per le proprie fragilità e miserie. Nel suo libro “L'umiltà di Dio” (edizioni Qiqajon), François Varillon gesuita, docente di lettere e filosofia (1905-1978), scrive: "Quando prego, mi rivolgo ai più umili di me. Quando confesso il mio peccato, chiedo perdono ai più umili di me». Non è mai facile riconoscere e accettare che siamo fatti di limiti e di peccati, per questo il presepe che ci racconta il Natale, chiama tutti a prendersi una pausa dalla frenesia per fare spazio all’altro, a colui che vive situazioni di maggiore fragilità: gli anziani, i malati, le famiglie provate dal lutto o ancora di più i bambini soggetti passivi dalle separazioni. Scoprire quali siano i nostri gesti di attenzione, permetterà di avere sempre più chiaro ed esplicito il tipo di cammino che la celebrazione del Natale invita a fare. È cammino che porta davvero alla famigliarità, all’appartenenza nel popolo nuovo in cui Gesù Cristo, il Bambino nella mangiatoia, sarà il vero Maestro. Allora, il riconoscerlo nella presenza povera e umile di volti, di sguardi, di gemiti repressi che mostrano sofferenza, fatica del cammino di uomini e donne, è davvero vivere il Natale. Quel racconto che il presepe rende presente alla memoria in modo semplice, la liturgia di questo tempo natalizio, ce lo restituisce come uno sguardo contemplativo che invita a mettersi in cammino come hanno fatto quei protagonisti. Celebriamolo così il Natale; celebriamolo come nascita insperata, celebriamo e cantiamo al nostro Dio che anche oggi si fa Bambino nonostante le tenebre non manchino attorno a noi e a Lui. Egli viene e nulla può ostacolare il suo porre la tenda tra noi! Viene nuovamente come luce che le tenebre non possono fermare (cfr Gv 1,5). Colui che è immagine perfetta del Padre, Colui che è Dio da Dio, generato e non creato, si riveste di umiltà tale da assumere la condizione umana che ha una sua storia precisa, e così facendo ci eleva alla sua dignità di Figlio: «A quanti […] lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Celebriamolo il Natale, celebriamolo accettando di cambiare la nostra vita perché finalmente è cambiata la nostra idea di Dio: la sua onnipotenza, infatti, è la capacità di perdonare sempre; il suo potere è l’umiltà che gli permette di dare la propria vita per riscattare le sue creature; la sua intima gioia consiste nell’incontrare, abbracciare e risollevare i peccatori. Non riduce la sua presenza ad un mero passaggio, ma pone stabilmente la sua tenda nel buio della nostra vita. Cosa non ci dice il presepe! Sia davvero lui a guidarci alla vera e sincera comunione con il Signore, e questo sia davvero il nostro augurio di “buon Natale”.

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