II Domenica dopo l’Epifania - Anno A
Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

II dop ep«Queste sono le acque di Merìba, dove gli Israeliti litigarono con il Signore e dove egli si dimostrò santo in mezzo a loro», sono le parole che concludono il testo del Libro dei Numeri in cui vi sono descritti momenti di prova e di fatica. Dopo l’esultanza dell’uscita dall’Egitto, il popolo in marcia nel deserto sperimenta la crisi, la mormorazione contro Dio per la mancanza di acqua che plachi la loro sete; è la rottura della fiducia nel Signore. Ecco il momento di ribellione del popolo d’Israele nei confronti del Signore che tuttavia non viene meno alle sue promesse di salvezza. Mai Dio cambia progetto sull’umanità, non dice come fa l’uomo: adesso che vi siete allontanati da me non mi siete più cari e non sto più al vostro fianco; il Dio rimane sempre fedele e solidale e «mutando la rupe in un lago, la roccia in sorgenti d'acqua» (cfr Sal 113), provvede ugualmente ai bisogni e concede l’acqua che disseta «uomini e bestie» (cfr Sal 35). La fatica descritta dal Libro dei Numeri, tocca tutta la creazione, è dentro il cuore di uomini e donne in cammino e a volte, riesce a rubare la speranza. È quello che accade sempre perché l’uomo è costantemente alla ricerca di qualcosa che permetta di intrecciare le vite con relazioni stabili, altrimenti si crea confusione, smarrimento, isolamento. Paolo stesso esorta a perseverare nella relazione riponendo fiducia nel Signore. Scrivendo alla comunità di Roma dice che, anche nei passaggi bui e difficili della vita, ci è dato un dono: lo Spirito che aiuta a reggere, aiuta a vedere oltre il disagio, aiuta a tenere la giusta rotta del cammino. Nelle esperienze che sono vissute con fatica perché ci colgono impreparati e nelle quali la speranza è da riconquistare, il dono dello Spirito del Signore Risorto ci dice Paolo: «intercede con gemiti inesprimibili» in modo che la speranza rimanga ad abitare il cuore. Qualunque sia la povertà della nostra vita per le prove che ci travolgono, lo Spirito ci fa riscoprire il sapore e la gioia – forse ancora fragile, ma discreta e segreta - di essere amato e salvato. Lo narra il Vangelo dove però il termine prova risulta essere fin eccessivo. Non so se gli sposi di cui non si conosce nulla, si siano accorti dell’agitazione che si crea attorno a loro per la mancanza del vino, né del dialogo tra Gesù e la Madre che porterà al miracolo vero e proprio dell’acqua tramutata in vino. Davvero siamo tentati di rimanere nell'incantesimo di quel racconto. Il Vangelo ci dice che: «Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù» il quale a quel banchetto ci va proprio per essere nella festa con la gente comune. E se è dono grande la presenza del Signore a Cana, un dono altrettanto grande è la presenza di sua Madre. È lei che interviene con la constatazione: «Non hanno vino»; quel «non hanno» pone l'accento sulle persone e mostra l'attenzione di Maria verso gli sposi che rischiano di essere mortificati. La Madre non chiede a Gesù un miracolo, gli presenta la situazione di necessità che può tramutarsi nel disagio di essere una festa senza festa. Mancando il vino che è il simbolo stesso della festa (viene alla mente Isaia che anticipa il banchetto di grasse vivande e di vini eccellenti cfr Is 64,6), quelle nozze perderanno la loro gioiosità tramutandosi in un evento triste e malinconico. Maria sorprenderà lo stesso Gesù non curandosi della risposta ricevuta e rivolta ai servitori - e questo non è aspetto secondario - ha parole che influenzeranno gli stessi servi. Colei che ha creduto all’adempiersi della parola di Dio in lei, ora, propone ai servi di operare secondo la parola del figlio Gesù.

È proprio partendo dalla sua fede che la Madre riesce a farsi mediatrice e non intermediaria. Se il mediatore tra l'umanità e Dio è Gesù che ha Parola vivificante, Maria è mediatrice verso i piccoli, che sanno affidarsi. I servi, infatti, obbediranno alle parole di Gesù e da quel momento in poi non saranno più semplici servi che non sanno cosa sta facendo il loro padrone (cfr Gv 15:15), ma saranno coloro che, con il loro fare, tracciano il cammino di sequela del Maestro di Nazaret ai discepoli. Chi media “mette in comunicazione” spesso con assoluta gratuità, chi intermedia “fa solo affari” sfruttando spesso una rendita o una posizione di potere; Maria mediando, rende presente l’entrare di Dio in modo del tutto nuovo nella storia dell’uomo, per questo diciamo che è un’altra Epifania, un’altra manifestazione. L’invito: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», è davvero l’appello che deve diventare centrale per ognuno di noi; è la consegna che va al di là di Cana, va al di là di quel banchetto di nozze. È parola rivolta a tutti coloro che si considerano servi e la cui operosità, non viene percepita e vissuta come schiavitù, ma soltanto relazione con il Signore per riuscire così a trasformare le piccole cose di ogni giorno, in cose preziose. Il miracolo del vino buono diventa realtà perché c’è stata la volontà dei servi di mettere in opera il comando del Signore: «Riempite d’acqua le anfore». Ed è bello notare come quel segno dell’«acqua diventata vino» avviene a Cana di Galilea luogo marginale, semplice, quotidiano, come sono semplici e marginali anche le nostre vite! È lì, nella ripetitività del quotidiano che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che dal Padre per mezzo del Figlio Gesù Cristo ci viene data! A Cana Gesù interviene per sanare alla radice la tristezza dei banchetti degli uomini e lo fa anche esagerando, sprecando. Il segno di Cana è davvero preludio di quell’ora che diventa realtà vera, reale, visibile e pienamente accessibile a tutti, nella Croce di Gesù. Lì, le vere nozze saranno celebrate e saranno nozze di sangue dell’Amore portato all’estremo. I litri di vino buono che sono davvero tantissimi, sono promessa dell’abbondanza di vita che il Signore Gesù è venuto a portare (cfr Gv 10,10). E ancora, a Cana di Galilea c’è anche l’esordio della fede della Chiesa, della nostra fede. In questo senso la manifestazione è perfetta ed è compiuta. Essa si realizza verso i discepoli che credettero in Lui. Quella fede che è ancora incerta, passerà nel crogiuolo e nel torchio dell’abbandono, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento e ne uscirà purificata dalla Pasqua di Gesù, è comunque la fede sorta a Cana dove la Chiesa nascente, quella degli Apostoli, ha compreso di essere amata, sposata, non più abbandonata (cfr Is 62,4)!
Lascio, a integrazione, un bellissimo testo sulla speranza di Don Primo Mazzolari.
«Quanta disperazione nei cuori per le difficoltà della vita, per l'incomprensione degli altri, per quello che vediamo attorno a noi, per le ingiustizie che si compiono e di cui tante volte siamo vittime! Sperare in Dio non è come sperare negli uomini, che non possono neppure sorreggere il nostro desiderio e la nostra piccola fiducia. Sperare vuol dire resistere a quello che ogni giorno vediamo di brutto nella vita. Che cosa vuol dire questo, se non ci fosse dietro Qualcuno che prende il posto della nostra tristezza? Sperare vuol dire guardare al di là di questa breve giornata terrena; vuol dire pensare ad una giornata che viene, perché Dio si è impegnato a far camminare il mondo nella giustizia, perché il male non può trionfare, perché Cristo ha preso l'impegno del bene; e voi sapete che Cristo lo ha difeso in questi secoli nonostante tutte le nostre bestemmie». (Don Primo Mazzolari)

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