Es 16, 2-7a.13b-18; Sal 104 (105); 2 Cor 8,7-15; Lc 9, 10b-17

II dop epDomenica scorsa le acque a Meriba, oggi è la marcia nel deserto che si preannuncia lunga e faticosa, a muovere la mormorazione contro Mosè e Aronne. Gli Israeliti sono assaliti dal rimpianto, dalla nostalgia. Dicevano infatti: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!». La condizione servile della quale si erano a lungo lamentati e dalla quale a lungo erano stati piegati, sembra adesso apparire ai loro occhi una condizione invidiabile. Davvero, il bisogno imminente ha il potere di cancellare tutto, di far sparire la memoria e la gratitudine, di far sparire i segni della fedeltà di Dio. Tuttavia, anche se la mormorazione è davvero scoraggiante e la contestazione è durissima, Dio non ritira la promessa di liberazione, la rilancia promettendo loro un pane dal cielo: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova». Vi è dunque precisata una limitazione a cui devono sottostare per essere educati: raccogliere soltanto ciò che è il loro fabbisogno per un giorno. I doni di Dio mettono sempre alla prova la libertà dell’uomo e in quella raccomandazione, ognuno è chiamato indirettamente a guardare la necessità dell’altro. Quello che il testo dell’Esodo racconta a proposito della manna, è quello che dobbiamo riconoscere a proposito della nostra fede. Anche noi siamo popolo dell'esodo che sempre subisce la tentazione di voltarsi indietro a contemplare il passato ritenuto seducente e pieno di nostalgia. La fede di ieri ci accorgiamo che non basta più per l’oggi, per questo deve essere continuamente rigenerata ogni giorno; pensiamo soltanto al nostro incontro eucaristico. Il pane che discende dal cielo e che alimenta la nostra fede è pane che si deve raccogliere ogni settimana e sempre da capo e lo si deve attendere e saper invocare ogni volta come se fosse la prima volta. Ce lo raccontano le folle che seguono Gesù. Venivano a Lui da ogni parte, ognuno con la propria storia, con le proprie esperienze, con le proprie gioie, i propri dolori. Luca ha delle sottolineature che aiutano a cogliere la ricchezza del dono che Gesù sta per fare loro. Si coglie da subito nel modo in cui Gesù accoglie quelle folle: «prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure». È lo svelarsi ulteriore del volto misericordioso del Padre in Gesù; Egli è Colui che con umanità e benevolenza si china sui bisogni delle sue creature: è dentro l'annuncio del Regno di Dio che si riesce a prendere a cuore i fratelli. E sembra che anche gli Apostoli facciano altrettanto quando dicono a Gesù: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Si fa sera e per i Dodici, Gesù aveva terminato la sua opera, aveva predicato, aveva nutrito le loro anime e ciò era per loro già sufficiente. Gesù, tuttavia, chiede ai Dodici di compiere un passo in più; non ascolta il suggerimento dei Dodici, Lui che non ha mai mandato via nessuno. Vuole fare di quel deserto, di ogni deserto, una casa in cui si possa condividere non soltanto la buona parola, ma anche il pane: «Voi stessi date loro da mangiare».

È qui che gli Apostoli riconoscono e lamentano la loro insufficienza per fare ciò che è stato loro chiesto. Loro constatano la propria miseria di fronte all’immensità di persone da sfamare: hanno soltanto cinque pani e due pesci, forse la loro cena. Cinque pani volevano dire un pane ogni mille e più persone visto che assieme agli uomini cerano anche piccoli e donne. La sorpresa che gli Apostoli avranno quella sera sarà che il poco pane condiviso con gli altri nel nome del Padre che vigila sempre sulle necessità delle sue creature, sarà sufficiente per tutti. Il valore aggiunto accanto a quei cinque pani e i due pesci è quello della scelta tutta interiore di farsi carico e prendersi a cuore le persone che sono in ricerca. La compassione, la capacità di farsi carico non è mai misurabile; è sconosciuto a tutti la ricchezza intrinseca dell’azione perché non può essere calcolata con i valori tradizionali che indichino il peso o la grandezza di quanto fatto. Il solo bicchiere d’acqua fresca dato, che può apparire un gesto quasi insignificante, ha in sé la compassione e la capacità di farsi carico e questo arriva al prossimo nella forma del conforto, della speranza, dello sguardo fiducioso in un futuro che sente di essere accompagnato da Dio. Per questo tutto il racconto ci sorprende; ci sorprende il numero misero dei pani rapportati alla quantità delle persone: «circa cinquemila uomini» e ci sorprende il numero delle ceste raccolte dopo che la gente ebbe mangiato a sazietà. Non dobbiamo però attardarci sulla domanda su come tutto questo sia avvenuto, sprechiamo solo tempo e non lo potremo mai sapere. Non è questo che il Vangelo ci chiede di comprendere, dobbiamo semmai, rifarci al racconto nel suo dettaglio per scoprire che c’è un "impegno" che il Signore Gesù chiede e quasi sollecita ai suoi Apostoli i quali hanno davanti a loro la folla esausta e affamata in quel luogo deserto. «Voi stessi date loro da mangiare»; missione impossibile? Apparentemente sì se si guarda solo la propria miseria: «cinque pani e due pesci», ma lì è presente l'Onnipotenza di Dio che è l’Amore! Gli Apostoli (ma in filigrana tutti noi), sono rappresentati dal Vangelo come gli agenti necessari del gesto che Gesù compirà per sfamare tutta la folla; i comandi e le azioni: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa», «li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla» e «furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste», dicono la partecipazione attiva degli Apostoli al gesto di Gesù. Allora la manifestazione del Signore che anche in questa domenica è al centro della parola di Dio, diventa dono che promuove uno stile differente, che educa a valori, a passi, ad un clima che è appunto di famiglia e di casa. Solo così prende significato l’espressione che san Paolo fa ai Corinti: «Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Quando diventa convinzione del cuore, quando si radica come buona notizia, il Vangelo rende capaci di gesti solidali e veri. Paolo chiede a tutti di guadagnare una vita che abbia in sé il senso vero: «del vostro amore con la premura verso gli altri»; se si agisce così non si rimane schiacciati dalla ricerca affannosa di soddisfazioni solo materiali. La condivisione con i poveri, ci dice Paolo, si fa persino atto liturgico come un inno di ringraziamento al Padre. È infatti veramente bello vedere come Gesù alzi gli occhi al cielo prima di benedire i pani. È un modo per ricordarci che ciò che ci è dato è puramente dono e per questo, nessuno deve rimanere senza di ciò per cui ha bisogno. Solo così, si verifica ciò che è stato per gli Israeliti nel deserto: nessuno ha potuto eccedere a dispetto di un altro che invece rimane senza. Proprio perché sono doni che non si possono pretendere, lo spezzare e il consegnare nelle mani dei discepoli dice in modo inequivocabile che quei doni non sono da celare e tenere nascosti in modo egoistico, ma devono essere condivisi di modo che ognuno abbia la propria parte. Questo è il volto bello di Gesù che la liturgia oggi ci presenta, Volto che non dà la copertura a gesti di egoismo. Anche a noi andiamo incontro al Signore nell’Eucaristia ognuno con il proprio fardello pieno delle fatiche e delle fragilità del percorso fatto, e ci andiamo per chiedere di essere guarito come hanno fatto le folle al tempo di Gesù.

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