V Domenica di Gennaio – Anno A
Sir 7,27-30.32-36; Sal 127; Col 3,12-21; Lc 2,22-33
«Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato» ci dice il testo del Siracide; il mistero della maternità e della paternità è l’apertura, il portale della vita che rivela ciò che in essa è contenuto: le gioie ma anche i dolori. Nella famiglia si impara a camminare, a parlare; si scopre la diversità di età, di temperamento, di idee; nella famiglia si vivono gli affetti più profondi e al suo interno possono anche nascere le tensioni più acute proprio perché la famiglia non è spazio esente dal peccato. Ma se per nascere ci vogliono il padre e la madre, per diventare uomini ci voglio mille altri contributi e le espressioni del testo antico del Siracide, dicono bene il modo di custodire e di coltivare quei sentimenti che nascono all’interno della realtà famigliare. Dalla famiglia si parte per l’avventura di una vita operosa: si nasce dipendenti, si diventa autonomi. È qui che il testo del Siracide chiede di aprirsi a dismisura nella relazione con l’altro: «Con tutta l’anima temi il Signore […] Ama con tutta la forza chi ti ha creato […] Anche al povero tendi la tua mano […] La tua generosità si estenda a ogni vivente […] Non evitare coloro che piangono e con gli afflitti mostrati afflitto». Soltanto aprendo la porta della propria casa, si possono vedere e si può entrare in un mondo che pulsa al cui interno vi sono le presenze di poveri che soffrono, di malati che magari sono soli, di una infinita gamma di situazioni che meritano cuore ed intelligenza per relazionarsi con loro. È un orizzonte che mostra come sia vera l’urgenza di attenzione a ciò che è fuori dagli affetti immediati che la propria casa garantisce. Il clima di famiglia che riscalda il cuore e che educa alla magnanimità, all’attenzione, all’ascolto, al gesto ospitale, deve poter condurre necessariamente l’attenzione all’altro. Questo è il criterio ispiratore ed è bello ascoltare Paolo che invita a comportamenti concreti le sue giovanissime comunità. Sta parlando a donne e uomini adulti che professano la sua stessa fede, per far cogliere loro la modalità dello stare insieme come veri discepoli del Signore. Il testo, che è uno stralcio dalla Lettera ai Colossesi, ha davvero delle sottolineature molto forti, molto belle e anche molto vivaci. Non compare mai il nome “famiglia”, ma la preoccupazione dell’Apostolo è quella di far fiorire nelle comunità le grandi parole che Gesù ha lasciato nel cuore: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà». Un dirci: sia così il tuo stile, il tuo modo abituale di comportarsi, e la carità – cioè l’Amore -, sia la vera fonte dei tuoi affetti, ispiratore dei tuoi legami, della relazione che stabilisci. Sappiamo infatti che solo colui che serve nella carità di Cristo ama realmente, perché la logica che sottostà, è la logica dell’Eucaristia, ragione che porta a dare tutto se stesso per il completo riscatto dell’altro. Anche nel brano del vangelo secondo Luca, si può scorgere una sottile meditazione sul mistero famigliare. Il gesto di Maria e di Giuseppe ha in sé un fascino particolare: «Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore». Penso che non sia esagerato immaginare che Maria, come ebbe il Figlio, già in quella stalla abbia desiderato intensamente questo momento che il Vangelo oggi richiama. Penso anche che quel desiderio, stabilito dall’obbedienza alla legge mosaica, sia più un desiderio dettato dall’urgenza di presentare quel Bambino come Epifania della salvezza che Dio sta operando attraverso loro. Luca immediatamente prima di questi versetti pone l’accento sul fatto che Maria «da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Se il Tempio è il luogo dell’incontro con Dio (cfr Lc 18,9-14), allora è lì che quel Bambino doveva essere riconosciuto.
E infatti, Simeone, il vecchio che attendeva «la consolazione d’Israele», «mosso dallo Spirito» lo accolse prima di tutto e soprattutto come la festa della salvezza: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli». Il vecchio Simeone riconosce per tutti che in quel Bambino è riposta la salvezza; riconosce che la propria vita, la vita di tutti, non è persa perché quel Bambino realizzerà la speranza di salvezza di «tutti i popoli». Il Bambino dunque è la manifestazione, il segno che Dio ha dato corso alla sua promessa di salvezza; Simeone riconosce questo; riconosce che lì è presente Colui che si farà carico della vita di tutti che a Lui si rivolgono. Allora, non è solo nobilitato il gesto dell'offerta di Maria e Giuseppe, ma è nobilitata in modo straordinariamente alto l'Offerta stessa che è Gesù, perché questo è il Figlio singolare che tutti possono offrire al Padre in ottemperanza a quanto stabilito da Dio stesso: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Es 13). Sarà infatti Gesù stesso a chiedere: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Oggi le parole di Simeone ci aiutano a rinnovare nella fede il rendimento di grazie che è l'Eucarestia, perché Gesù stesso si fa vera ed insuperabile offerta. E se le parole del vecchio Simeone hanno una verità assoluta e singolare perché riferite al bambino Gesù, esse sono vere anche per ogni bambino, perché ogni figlio richiama la verità dell’amore del Padre: non è un caso, infatti, che il Libro del Siracide parla dei genitori accostandoli ai ministri di Dio. La madre e il padre presentano il bambino Gesù al Tempio perché hanno consapevolezza implicita che il loro compito sia come un servizio sacro, un ministero come è quello dei sacerdoti e questo procura stupore e lo stupore che si genera in Maria e in Giuseppe, si fa augurio rivolto a ciascuno di noi. Lo stupore è una reazione immediata, direi una emozione, qualcosa che ha a che fare con gli affetti e che pone speranza nella gioia di un incontro, nel sorriso di un amico. Certo, per una mamma ed un papà, non esiste qualcosa di più loro, ma è grazie al figlio che possono scolpire nel loro cuore il ringraziamento a Dio, per il frutto del loro amore che è la coerenza ispiratrice presente per tutti gli stadi della vita, anche in quei momenti in cui si vivono difficoltà. La famiglia, proprio per la logica dell’Eucaristia, rimane il luogo che fa vivere tutte le risorse di cui siamo dotati, e questo è bello e importante dircelo: c’è un cuore nella famiglia che è sempre affidato a noi. Allora i testi che ci sono stati proposti, diventano testi adatti per tutti noi, per la nostra comunità che è la piccola famiglia che ciascuno di noi abita ed è posta all’interno di una più grande famiglia che è la Chiesa che da quel Sacrificio nasce e prende corpo.
