V Domenica dopo l’Epifania – Anno A
Is 66,18b-22; Salmo 32; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54

tuofiglio2023Siamo ricondotti dal Vangelo a Cana di Galilea, luogo in cui il Signore Gesù ha operato il primo dei segni e il Vangelo ci riporta lì per mostrarci che dobbiamo avvicinarci al Signore per quello che siamo. Il racconto è puntuale, evoca una situazione umana di sofferenza che si fa invocazione per poi sfociare nello stupore e nella gioia. È un testo che comprendiamo in tutta la sua immediatezza e che mostra il cammino che quel funzionario compie per presentarsi a Gesù. L’uomo è un funzionario del re, quindi è presentato per la sua responsabilità, per il suo compito e solo dopo si dice che è papà di un figlio ammalato; questa è la progressione identitaria dell’avvicinamento. Si parte con il segnalare la propria competenza «funzionario del re», ma poi il dolore aiuta a comunicare la sofferenza che ha dentro, l’attesa che lo anima e allora viene fuori l’uomo. L’evangelista Giovanni racconta, non fa ragionamenti, ma noi che siamo chiamati all’ascolto, avvertiamo che anche per noi il Signore chiede questo tipo di avvicinamento; avvicinamento in cui passiamo da quello che professionalmente o vocazionalmente siamo che forse mostra anche distacco, all’essere coinvolti con la pienezza della nostra umanità. Dall’altra parte il Vangelo ci mostra lo sguardo benevolo che Gesù ha verso la situazione di dolore di un padre che ha il figlio molto grave. Dicono le guide che accompagnano i pellegrini in Terra Santa che per recarsi da Cafarnao a Cana un pellegrino deve camminare per circa otto ore; dunque l’avvicinarsi del funzionario del re a Gesù, è fatto da lontano. «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia»; è la supplica del funzionario al Signore, lo chiede avendo il proprio cuore rivolto al ragazzo chiamato prima bambino e poi figlio. Bambino dice la fragilità dell’età ancora nello stato iniziale, figlio dice di più, dice che quel bambino è sangue del proprio sangue. Dunque, il Vangelo presenta il dolore di un padre che sintetizza l’angoscia di tutta la sua famiglia e di coloro che quella casa abitano. Ma poi presenta anche la risposta incredibile che Gesù dice a quell’uomo: «Va’, tuo figlio vive». Per quell’uomo è parola di nuova creazione, esce da Gesù Cristo e genera Vita là dove incombe la morte; è parola che inizia il suo lavoro non soltanto sul corpo del figlio, ma anche nello spirito di quel funzionario. Egli prende coscienza che quel cammino fatto adesso richiede altro cammino simbolicamente espresso nel cammino di ritorno. Non è cammino per verificare l’accaduto, ma per rimanere stabilmente nella relazione con Gesù perché la fede non è solo speranza di un risultato da augurarsi, ma è trasformazione profonda. Questo ci dice il brano del vangelo di Giovanni; ci dice che l’incontro con Gesù è realmente possibile da qualunque parte si cominci il proprio cammino di salita come ha fatto quel funzionario che è salito a Cana da Cafarnao; e ci dice che se anche inizialmente si è gravati dal peso di problemi irrisolti, angosce pesanti, dubbi, ci si deve affidare al Signore fidandosi di ciò che si è "udito" dagli altri, come ha fatto quell'uomo. Egli, infatti, si è messo in cammino dando credito alla parola di coloro che avevano conosciuto e fatto esperienza della potenza di Gesù (Gv 4,45). Questi sono i segni belli del Vangelo che si chiude affermando come quello compiuto da Gesù, sia: «il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea». Anche qui Giovanni mostra una progressione; il secondo segno regala di più della gioia del vino nuovo, regala la vita. «Va’, tuo figlio vive», mostra come la passione del vivere, la gratitudine del vivere, di quella della famiglia che ritorna a sorridere dopo quel momento angosciante, sarà totalmente piena.

Quell’annotazione: «Credette lui con tutta la sua famiglia», è infatti, la consegna di fiducia. La fede apre a quell'uomo, ma anche alla intera sua famiglia, cieli nuovi e terra nuova. Allora, entrare in questa gioia è entrare nella vita vera, una vita che dura, una vita che anima tutto. È sollecitato questo tipo di cammino che vede il dismettere, il lasciar cadere la propria competenza e umilmente lasciar trasparire tutta la nostra fragile umanità bisognosa dell’affetto e della consolazione di Dio. Allora tenendo in sottofondo quel «Va’, tuo figlio vive», siamo portati a percepire la pagina di Isaia non come un sogno, ma come testo che delinea speranza nel dono di salvezza. Principalmente per il popolo di Israele a cui il Signore per bocca del profeta dice che lo radunerà da quella dispersione originata dal peccato; ma poi apre anche l’orizzonte a tutti; è una prospettiva in cui nessuno si deve sentire escluso o trascurato. Lo sguardo di Dio è uno sguardo che raggiunge il cuore di ciascuno, che raggiunge ogni casa, ogni persona, ogni popolo, ogni città, ogni luogo. Anzi, è talmente coinvolgente che arriva a dire: «Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me – oracolo del Signore –, così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome». Questa è la pagina che apre la preghiera della prossima domenica; ci mostra come, a dispetto della molteplicità delle nostre provenienze e differenze, noi siamo chiamati a far parte di un unico e immenso popolo. E questo è davvero un linguaggio che ci fa capire come siamo invitati, aspettati, accolti. Anche il testo di Paolo vuole confermarci questa apertura di orizzonte. Il cammino di fede di Abramo posto come paradigma, come modello di riferimento, è un percorso impegnativo se visto nel contesto in cui avviene la chiamata. Un uomo che si fida della promessa di avere una discendenza sterminata nonostante che lo stato di età avanzata di entrambi lo faccia ritenere del tutto improbabile per la sua vita. Abramo e Sara erano una coppia sterile e ormai molto avanti negli anni, ma la promessa viene da Dio e Abramo coltiva questa fiducia. C’è delineato in filigrana, il cammino aperto a tutti. Per questo motivo Paolo, riecheggia le parole di Genesi: «Ti ho costituito padre di molti popoli» (Gn 17,5), vuole sottolineare che questo passaggio è aperto. Certo, ci si entra con la volontà di affidarsi, ma è cammino aperto a tutti, nessuno è escluso, perché è dono gratuito. Abramo credette e meritò quel figlio; anche il funzionario regio credette e meritò di conservare il figlio. La fede rende giusti. «Va', tuo figlio vive», mette allora nell'animo, una percezione diversa, restituisce fiducia che si vorrebbe regalare soprattutto a chi è nella fatica. Il nostro sguardo deve posarsi sulla vita. Questa è la domenica in cui si celebra la “Giornata nazionale in difesa della vita”. La nostra vita è un segno, la nostra vita è un mistero, la nostra vita è una promessa, la nostra vita è una grazia, la nostra vita è Parola alla quale dobbiamo dare fiducia e speranza, ognuno come può, con i propri limiti e le proprie fragilità non nascondendo nulla. E a dircelo è Dio che è amante della vita e che la vita ce l'ha regalata. «Va', tuo figlio vive» è dunque parola da conservare in noi come un esito concreto della nostra preghiera e della nostra gratitudine.

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