Penultima Domenica dopo l’Epifania – Anno A
Bar 1,15a; 2,9-15a; Sal 105; Rm 7,1-6a; Gv 8,1-11
Davvero oggi gli interrogativi si approfondiscono; quale volto ha Dio, che cosa attraversa il suo cuore specialmente nei confronti del peccatore? Sono domande essenziali le cui risposte non le possiamo ricercare nella filosofia, ma occorre volgere il nostro sguardo su Gesù, il Figlio, il volto umano del Padre. Incontrare il Suo Volto, è opportunità che può avvenire in qualsiasi momento della vita, anche oggi, non c’è una programmazione precisa perché è evento imprevedibile ma sempre possibile. A dircelo è l’episodio che sta al centro di questa liturgia, un testo che pur nella crudezza del racconto, ospita la grazia dell’incontro viso a viso tra il Signore Gesù e una donna senza nome a cui la colpa ha praticamente cancellato il volto, rendendola creatura fragile, umiliata e ai margini. È l’esposizione di una situazione di sentenza a mezzo lapidazione di una donna sorpresa in adulterio; la pena di morte mediante lapidazione è prevista dalla legge di Mosè (Dt 22,22ss) e (Lv 20,10), ma non è stata mai eseguita perché anche l’uomo avrebbe dovuto subire la stessa sorte. Siamo dunque ammessi come spettatori muti dinnanzi ad un evento in cui, il forte contrasto tra la foga degli scribi e farisei e la pacatezza di Gesù che si era seduto ad insegnare, fa passare in secondo piano l’umiliazione e lo smarrimento di quella donna che subisce la vergogna di vedersi calpestata anche nella sua identità. Lei, infatti, ha perso il diritto ad essere chiamata per nome, non può nemmeno far emergere ciò che sta provando nel suo animo, lei è davvero sola e tuttavia al centro dei contendenti. L’imputato vero chiamato a difendersi all’interno di questo quadro di desolata solitudine non è la donna posta in mezzo. No! lei di fatto è già condannata: «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa», non c’è nemmeno bisogno di celebrare il processo a suo carico; il processo vero ha come imputato Gesù che insegna. Le domande sono fatte a Lui «per avere», dice il Vangelo, «motivo per accusarlo». L’irritazione dei capi, degli scribi e degli anziani è al colmo perché vedono che Gesù sta sconvolgendo il loro potere, i loro privilegi e cercano di contrastarlo in tutti i modi. Ma puntare il dito su Gesù, accende ancora di più la solitudine penosa di quella donna che rimane lì alla vista di tutti ormai solo con un ruolo assolutamente marginale. E notiamo come Gesù non si faccia immediatamente incontrare da lei. L’evangelista ci dice che Gesù «si chinò e si mise a scrivere col dito per terra», un abbassarsi quasi a voler far risaltare la clemenza del Padre che vuole incontrare il peccato altrui per cancellarlo con una legge nuova, quella dell’Amore. Penso che quel chinarsi dica tutta la sofferenza che Gesù sta provando; sofferenza per quella donna peccatrice messa al centro e spogliata di ogni identità di creatura, e ancor di più, la sofferenza nel constatare come il peccato che è riuscito a farsi breccia nella donna, privi di umanità anche gli accusatori che hanno perso ogni umiltà di ritenersi anch’essi colpevoli di peccato. Tuttavia, il Volto del Padre è misericordia e clemenza che apre al futuro anche le circostanze che sembrano negarlo; Gesù vuole liberare la donna dalla lapidazione, ma soprattutto vuole liberarla dalla sua colpa; avverte di doverla riconsegnare a se stessa, perché non potrà esserci vero incontro con Lui, se non nella libertà di una dignità ridata che apra al desiderio dell’incontro. «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei»; non c’è offesa in questa affermazione, ma semplicemente una richiesta di guardarsi dentro. Gesù vuole condurre l’accusata e gli accusatori, fuori dai loro blocchi mentali e riuscire a cambiare il loro ordine di giudizio così da far maturare in sé più ampiamente, interiormente e soprattutto liberamente davanti a Dio e davanti agli uomini, la loro condizione di peccato. Solo così si placa la foga e tutti si zittiscono mentre Gesù «chinatosi di nuovo, scriveva per terra».
La Legge che era stata incisa sulla pietra affinché guidasse bene il popolo a cui era diretta (cfr Es 34), qui prende la consistenza della polvere, acquista leggerezza. Non è più esclusiva (riguardo al solo popolo di Israele), ma si fa inclusiva per la dignità di tutti. È la legge della misericordia e della clemenza. Così se ne vanno tutti a partire da più anziani; giudicano se stessi, si riconoscono non integri da colpa; le parole di Gesù hanno cambiato i ruoli: i giudici si accorgono di essere colpevoli, non se la sentono di procedere alla lapidazione e, «Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo». La spianata del tempio ridiventa deserta, non c’è più imputato e in fondo, tutto poteva anche terminare lì, ma la ricchezza e la bellezza del testo emergono proprio qui. Sicuramente quella donna ricorderà per il resto della sua vita quel momento; ricorderà come in tutto lo svolgersi del fatto lei non abbia mai parlato perché la sua non è voce che si possa udire. Sarà Gesù che prenderà l’iniziativa e abiliterà alla parola come una nuova creatura: «Donna, dove sono?». Solo “Donna” per il momento, ma è soltanto il preludio ad un riconoscimento ancora più profondo che avviene con le parole: «va’ e d’ora in poi non peccare più». Le è stata restituita la dignità di creatura che il peccato aveva cancellato; non viene negata la colpa commessa, ciò che è messo in primo piano è la grazia di un perdono donato che apre un orizzonte nuovo. «Va’» è dunque parola di vita. Gesù rimette la donna nel viaggio della vita e le restituisce la dignità. Gesù non giustifica il peccato, tutt'altro, ma accoglie il peccatore. Non è venuto per condannare, ma per salvare dal peccato (cfr Gv 12,47). «Va’» è anche parola della libertà riconquistata. Gesù non ci identifica con il male che abbiamo fatto; "Dio non ci inchioda al nostro peccato", ci ripete con frequenza Papa Francesco. Dio vuole liberarci da ciò che ci ostacola e vuole che lo vogliamo anche noi perché questa liberazione non avverrà senza di noi. «Va' e d'ora in poi non peccare più», non fornisce a quella donna e segnatamente a ciascuno di noi una lunga lista di raccomandazioni e avvertenze, ma lascia la responsabilità di organizzare la propria vita. La “divina clemenza” e la misericordia che il perdono porta con sé, conduce ad un oltre perché restituisce la dignità di riscattare la propria vita. Oggi, dunque, siamo invitati a non vivere con animo sgomento e senza speranza le situazioni, anche le più difficili della nostra vita, perché la misericordia del Padre che in Gesù si impasta con la nostra fragilità, davvero apre un orizzonte più ampio che invita ad andare oltre. Guardiamolo il volto di Colui che anche a noi dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Sant'Agostino commentando questo brano dice che alla fine: «Soli restarono lui e lei; restò il Creatore e la creatura; restò la miseria e la misericordia; restò lei consapevole del suo reato e lui che ne rimetteva il peccato» (Serm.16/A,5). Rimangono una donna adultera che ha bisogno della Parola perché il peccato è un bagaglio pesantissimo da portare, e c’è Gesù di Nazaret, la clemenza, la tenerezza di Dio che facendosi carne si è abbassato fino alla polvere di questa umanità ferita. Allora mi viene da pensare a quel momento come ad un incontro il cui dialogo è prevalentemente fatto di silenzi e di sguardi abitati, condizione conclusa da parole indimenticabili, parole che aprono ad una nuova comunione di grazia che porta pace e consolazione. A riprova di tutto ciò, le parole di Paolo sono davvero un gioiello per la sua ricchezza: «anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla Legge per appartenere a un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio». La relazione che si stabilisce nella fede tra noi e il Signore, è relazione di appartenenza; non è soltanto conoscenza, non è soltanto ricerca e non è neppure soltanto amore: è qualcosa di più, è parte di noi stessi come qualcosa di irrinunciabile e senza la quale ci sentiamo profondamente mancanti. Allora Paolo chiede come si può tradire un legame come questo. Signore, davvero è riscattabile la nostra vita se abbiamo il coraggio di lasciarci avvicinarci da te.
