Ultima domenica dopo l’Epifania – Anno A
Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
«Seguirò i miei amanti che mi danno il mio pane e la mia acqua»; è raccontata così dal profeta Osea la volontà di allontanarsi dal Signore per servire gli dèi pagani assimilati ad amanti. Il testo presenta il rammarico di Dio che raccoglie la delusione: «Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio»; descrive però come l’amarezza non porti ad una chiusura sdegnata, bensì ad un ulteriore rilancio che permetta a Israele di ritornare a Lui: «la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore […] come quando uscì dal paese d’Egitto». Il linguaggio è quello della seduzione, è quello del rimando ai momenti degli inizi nel deserto, quando il cuore di quel popolo, uscito libero dalla schiavitù d’Egitto, ha preso coscienza del rapporto privilegiato che Dio ha voluto intrecciare con loro. L’Amore che attende e che non viene piegato dal risentimento ci è consegnato non solo dal testo antico del profeta, ma, in modo mirabile, dalla stupenda pagina del Vangelo. È un Vangelo nel Vangelo; in esso è raffigurata la traiettoria del cammino dell'intera umanità, cammino di uomini e di donne entro le loro esperienze di vita; quindi, è sviluppo di itinerari personali, di coppia, di famiglia. È davvero un percorso sul quale ci sentiamo un po' tutti avviati a seconda dei momenti di vita che stiamo attraversando. C’è o ci può essere nella vita, il tempo della rottura che fa dire “basta me ne vado”; è situazione che tutti, chi più e chi meno, abbiamo vissuto o che magari vediamo vivere dai nostri figli o da persone che ci sono vicine. Il comportamento del figlio minore è racchiuso proprio in questa esperienza; lui vive la sensazione che tutto sia opprimente e che la sua vita sia come soffocata, avverte la necessità di avere più di quello che ha vivendo in quella casa. Chiede di avere la sua parte perché vuole andare via da quella casa, lontano, ma facendo così, non solo scioglie ogni tipo di relazione nei confronti del Padre, ma anche con tutti coloro che quella casa abitano. Il Padre della parabola però, è Padre totalmente fuori dai nostri schemi; è Padre che acconsente, che non cerca di frenare il proprio figlio; Lui ama la libertà dei figli, la provoca, se ne fa carico rispettandola fino in fondo e per questo la patisce; sa che il solo legame che regge la relazione è quello dell'amore che è generato dalla libera adesione. Poi la vicenda la conosciamo: quel "lontano" non racconta di un successo, di una affermazione, ma racconta il suo degrado esistenziale: «là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto». Il luogo lontano da Dio è luogo di dissipazione e dissolutezza: lì ogni dignità viene perduta e il vuoto interiore diventa ancora più vuoto. La casa che non bastava più, gli affetti ritenuti insufficienti adesso mancano, e le cose volute con bramosia si svelano per quello che sono: solo un fondo fatto di niente perché cose vuote. Nasce la nostalgia di quella casa a cui lui vorrebbe tornare. Il Vangelo ci mostra che quella nostalgia è dettata dal riconoscimento del suo sbaglio; avverte la nullità che lo ha prostrato a terra e sente la morte addosso: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Vuole tornare a far parte di un gruppo al quale non manca il pane, senza però ristabilire la relazione con il Padre. È in questo frangente che emerge la figura decisiva del Padre: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide». Egli, che lo ha continuamente atteso: «gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». È Padre che non vuole un figlio in ginocchio, lo accoglie tra le braccia, in piedi. Dio è questo Padre; vuole che ci alziamo in piedi per abitare come figli, la luce della risurrezione. Il figlio chiamato prodigo non per le proprie virtù, ma per la prodigiosa capacità di saper scialacquare tutte le proprie risorse, non appena ricevuto il perdono del Padre, è risuscitato, è vivo.
A ben vedere, anche quando noi a qualsiasi titolo, avvertiamo di avere una nostalgia e ritorniamo sui nostri passi, possiamo sperimentare nel nostro piccolo ciò che Dio ha davvero provato in modo infinitamente più grande. Lui ha sofferto di più l’allontanamento che non colui che si è allontanato, e questo è il non detto della parabola che ha qui, tutta la sua forza: tradito, ha sempre avuto nostalgia di quel figlio che rappresenta tutti noi. È Padre che ha davvero una tensione profonda nel proprio cuore; il suo è amore irrevocabile e, proprio perché irrevocabile, non può che dilagare: l’abito più bello, l’anello al dito, i sandali ai piedi e poi la grande festa, il vitello più grasso così che la gioia sia il più possibile condivisa. E la parabola si sarebbe potuta chiudere qui, ma, quasi a fare da controcanto Gesù mostra l’atteggiamento indispettito del fratello maggiore. Non è facile per le persone cosiddette "buone sotto tutti gli aspetti", ammettere quell’amore così incondizionato che il Padre ha. Il figlio maggiore, colui che pensa di non aver mai tradito il padre, non è pronto a festeggiare il ritorno di colui che ha sprecato e sperperato tutto. Egli al ritorno dai campi: «si indignò, e non voleva entrare», sarà il Padre che nuovamente esce non per perdonare ma per pregare di entrare sentendosi rivolgere parole pesanti: «questo tuo figlio»; mai interpreta, mai vede, mai sente come suo fratello colui che era tornato. Cogliamo in questo atteggiamento la verità che ci indica come chi non riesce ad amare non è capace di cercare l’altro, ma solo se stesso. Lui ha coltivato e fatto emergere quello che aveva da sempre custodito come un ricordo ferito: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici». È rivendicazione che mostra come il figlio maggiore si sia già allontanato, e forse ancor prima del proprio fratello, da quella casa in cui si è sentito solamente schiavo tenuto all’obbedienza. Le sue sono parole che allontanano l’orizzonte nuovo che l’Amore del Padre fa intravvedere, e il suo futuro non potrà essere appassionante. Come nel brano del profeta Osea, anche qui è sottolineata la pazienza di Dio che è Padre che non vuole giudicare, ma che vuole ospitare, vuole accogliere, e che per questo, esce a pregare e chiamare «Figlio mio», colui che si dimostra riottoso e non vuole entrare a fare festa. La parabola ci mostra come tutti noi siamo nella memoria del padre. Gesù ci racconta e svela che è il Padre a custodire il nostro essere figli, da soli non riusciremmo; l’uomo con il peccato perde se stesso, perde la sua identità, diventa un senza tetto, un senza nome, un senza volto non più capace di conservare la propria identità. E sembra proprio che più l’umanità dice no a Dio, Dio allarga sempre di più la misura del suo amore fino a subire tutte le pene, tutti i tormenti, tutta la croce, per attirare a sé tutta l’umanità (Gv 12,32). E quell’amore che non conosce confini, se liberamente accettato, consegna colore e speranza che riuscirà a cambiare il cuore, a tirare fuori tutto il pus, il veleno che la nostra memoria ha depositato in noi. E questo cuore che, man mano si è indurito, sotto l’impulso dell’amore di Dio, comincerà di nuovo a pulsare per diventare un cuore di carne (cfr Ez 36,26), un cuore nuovo che, ci dice Paolo, è abitato dallo Spirito. Il Padre registra il nostro essere figli e questa è la nostra verità che non potrà mai venire meno.
