II Domenica di Quaresima – Anno A
Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42
Ai piedi della montagna i figli di Israele presi da timore dissero a Mosè: «Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!». Oggi non diciamo più così, noi non siamo così schietti nel dichiarare la verità; è vera però la sensazione che l’uomo non possa sostenere la presenza di Dio, per questo motivo la religione rischia di trasformarsi in una serie di abitudini rassicuranti e ripetitivamente osservate che, sostanzialmente, rischiano di essere prive di desiderio, di speranza e di sete del Dio Vivente. Quando le tradizioni religiose sono osservate così, diventano come cisterne vecchie e screpolate oggetto del richiamo del profeta Geremia: «Il mio popolo […] ha abbandonato me, la sorgente d'acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l'acqua», a cui Origene fa eco commentando in modo ironico: “All’insegnamento di Cristo, che è fonte di acqua viva, preferiscono cisterne screpolate, le quali, proprio perché non sono capaci di contenere l’acqua, non possono estinguere la sete”. Forse non soltanto i Farisei preferiscono le cisterne all’acqua viva; l’acqua viva ha bisogno della sete del desiderio. Il pozzo che la Samaritana difende con gelosia di fronte allo straniero Giudeo, possiamo paragonarlo ad una cisterna, un contenitore al quale recarsi spesso ed attingere acqua che non sazia la sete dell’uomo. Il dialogo che Gesù ha con la Samaritana invece, lo possiamo paragonare al lavoro per lo scavo di un nuovo pozzo che contenga acqua cristallina e pura: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gesù si pone così alla donna samaritana e questo suo porsi, non è rivolto soltanto alla donna samaritana che non ha nome, ma è invito rivolto a tutti e oggi anche a ciascuno di noi. È dialogo in cui emerge l’affidabilità di Gesù che si fa trovare là dove non pensi di trovarlo, è dialogo in cui non affiora minimamente il rimprovero per la donna di Sicar. Gesù non giudica, piuttosto fa emergere le contraddizioni che quella vita sta vivendo. Gesù ha ben presente la condizione dell’umanità sempre insidiata dal peccato e per questo vuole dare alla Samaritana il dono dell’acqua viva in quel momento preciso della sua storia e non in un altro momento. Allora quella donna ci rappresenta tutti perché a tutti Gesù dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio». Dono di Dio è la rivelazione di Gesù, Dono di Dio è l’incontro con Lui, Dono di Dio è il poterlo riconoscere. L’acqua viva è dunque l’effusione dello Spirito di Gesù su chi lo accoglie che diventerà sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Questa è la Vita, la Vita che è più grande delle nostre fatiche, che è più grande dei nostri peccati, che è più grande delle nostre fragilità, che è più grande della stessa morte, perché, in filigrana, è mostrata a tutti la Pasqua. L’amore di Dio è così e non può essere diversamente; Lui ci cerca costantemente per darci l’opportunità grande di vincere anche la nostra fragilità, sia essa del corpo o quella ancora più tragica del cuore. La Vita e l’Amore vanno insieme e Gesù ne è l’artefice e la primizia insieme. Ecco il dono di Dio. Nello stesso tempo questa pagina è invito ad un cammino che fa fare comunione. Tra le prime parole che la donna rivolge al pellegrino stanco e seduto al pozzo, vi è il termine “Giudeo”. Lo vede così, lo vede come uomo della Giudea e quindi uomo da evitare; qui a vincere è l’astio ancora troppo presente e sentito tra i Samaritani e i Giudei. Tuttavia, alla fine del brano proposto, saranno gli stessi Samaritani a dire: «noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». È comunione che è possibile proprio perché qualcuno ha compiuto un cammino e si è reso testimone di ciò che ha vissuto.
È quello il punto di svolta tra un’acqua che non soddisfa e l’acqua che oltre a dissetare, zampilla nel proprio cuore. Nel momento stesso in cui la donna sta verificando che quello che dice Gesù è completamente nuovo, si sente messa a nudo nella sua interiorità: «non ho marito». Comprende come la verità della sua persona sempre tenuta nascosta ora emerga alla luce, ma, questo emergere non le provoca il disagio di sentirsi persona aggredita o giudicata per la propria storia. Sarà lei stessa, infatti, ad andare in città e dire alla sua gente: «venite a vedere uno che mi ha detto tutto quello che ho fatto». Si era incamminata verso quel pozzo quasi di nascosto nella solitudine delle sue paure, adesso l’incontro con Gesù che le ha svelato il dono: «Sono io, che parlo con te», la rende libera e non più timorosa. Adesso può lasciare quel pozzo, può lasciare l’anfora che non serve più per attingere l’acqua di cui parla Gesù. L’immagine dell’anfora lasciata ai piedi del pozzo è davvero plastica e molto bella: fa emergere la dimensione di vita nuova che la donna ha trovato. Lei può gridare la gioia di aver fatto l’incontro decisivo della propria vita e può abbandonare ciò che sapeva di antico. Senza più cercare di nascondersi tornerà in città per testimoniare il proprio cambiamento. «Venite a vedere» è un’espressione cara all’evangelista Giovanni; dice di una nuova dimensione che deve essere conosciuta. «Venite a vedere», è invito alla conoscenza di Gesù che non si può avere se si rimane seduti a tavolino come a scuola dove si può imparare la storia o la matematica; occorre davvero riuscire ad alzarsi per andare da Lui e stare con Lui. Lei quel pozzo lo ha lasciato per essere testimone, e i Samaritani accolgono l’invito della donna e vanno. L’evangelista è chiarissimo in questo: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Sono andati da Gesù e l’hanno pregato di rimanere con loro e Gesù acconsente fermandosi da loro per due giorni. Sono significativi questi due giorni in terra eretica e lontana dal culto dei Giudei. Quello che vorrei far cogliere è che dal testo emerge sempre più chiaramente una verità nascosta: i nostri bisogni possono creare l'apertura alla relazione. Quando esprimiamo a una persona le nostre necessità, stabiliamo una relazione con lei e la relazione diventa più importante della soddisfazione del bisogno. Il rapporto che Gesù vuole stabilire con la donna samaritana è più importante che ricevere o non ricevere acqua da bere da lei. Questo è un po’ anche il senso della preghiera. Quando esprimiamo a Dio tutti i nostri bisogni, stabiliamo una relazione tra Lui e noi, e questa relazione è molto più importante del fatto che riceviamo o meno ciò che Gli chiediamo. È una intuizione che ci consegna Paolo che vede sullo sfondo il Dono di pienezza, di luce; Dono capace di dare forza e di confortare il cuore dell’uomo. L’espressione di Paolo che assomiglia molto ad una preghiera, dice: «il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati». Sullo sfondo è presente la Pasqua di Gesù Cristo e Paolo, nell’incoraggiare il cammino delle sue giovani comunità, lo riafferma sempre. Oggi queste sono parole rivolte a noi; sono l’augurio per il nostro cammino di Quaresima che vorremmo davvero intenso. Tocca a noi, infatti, scandagliare il fondo del pozzo che è il nostro cuore e rinnovare lo sguardo alla fonte viva della Parola di Cristo. Tocca a noi abbandonare le cisterne screpolate delle nostre certezze per acquisire la capacità di cogliere i segni dei tempi e conservare uno sguardo profetico sulla nostra storia. Gesù vuole incontrare te e non può farlo per procura, non puoi essere sostituito in questo.
