III Domenica di Quaresima – Anno A
Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
È attraverso la fede che si diventa veramente figli di Abramo, questa è la verità dell’annuncio rivolto a tutti che la liturgia di questa domenica ci consegna. Ascoltando la Parola siamo chiamati ad un silenzio interiore, ad una umiltà interiore perché la Parola di Dio viene a fare verità, a illuminare la nostra vita, a liberarci. Dio vuole entrare nelle infinite storie personali che formano la storia dell’umanità e il testo di Esodo ce lo dice. È testo che ha in sé il clima della Quaresima, perché la Quaresima è davvero cammino di uscita da situazioni di schiavitù per aprirsi con fiducia all’appartenenza attiva e consapevole al Signore e alla sua parola. È importante questo inizio; le parole di Dio che accogliamo dal testo antico, sono pronunciate dopo l’evento drammatico dell’episodio idolatrico del vitello d’oro. È il Signore a rilanciare anche dopo che il popolo si è allontanato da Lui; presentandosi a Mosè dice: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» svelando così il proprio nome. Si regala così a uomini e donne che hanno sbagliato mandando in frantumi l’alleanza offerta. Il suo incalzante ritorno al tema della misericordia, della pietà e della compassione rimarca la sua fedeltà alla promessa fatta ad Abramo. È testo che ha una grande parola di salvezza, ed è questa la ragione per la quale anche il nostro cammino verso la Pasqua, non può che essere un cammino il cui sguardo deve essere costantemente rivolto a Lui che è Dio compassionevole. E a ben vedere questo è anche il cammino che Mosè è chiamato a compiere; il suo è percorso di conversione che parte proprio dallo sconforto per l’infedeltà del suo popolo e arriva alla preghiera di intercessione per quello stesso popolo: «se ho trovato grazia ai tuoi occhi mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi». Aveva spezzate le tavole della legge sull’idolo d’oro, e adesso con umiltà entra a tu per tu con il mistero di Dio. La sua è una bellissima preghiera; non chiede qualcosa per sé, ma per la sua gente, per quel popolo che fa fatica ad affidarsi a Dio. Allora è bello che l’invocazione “Cammina in mezzo a noi”, diventi parola irrinunciabile anche del nostro cammino di Quaresima. Anche noi, infatti, attraversiamo sempre condizioni di vita fatta di promesse e infedeltà; momenti di vicinanza e momenti di trasgressione; sguardi rivolti al Signore e momenti invece in cui lo sguardo è interamente sequestrato dal nostro egoismo e dai nostri interessi. Abbiamo bisogno di far emergere tutte queste circostanze per riuscire ad incontrare il Volto del Signore. È un po’ ciò che ci chiede il Vangelo il cui testo, peraltro molto difficile, mostra la disputa nel tempio tra Gesù e i Giudei. È disputa serratissima; la pretesa dei Giudei non è una questione marginale: in gioco c’è l’annuncio del Vangelo e il futuro stesso del Vangelo. L’ostentazione a sottolineare con ricercatezza o compiacimento i propri pregi, pensieri, o sentimenti, è davvero chiara: noi siamo i figli di Abramo, gli unici evidentemente. Non penso che riusciamo a cogliere bene tutta la fatica e la sofferenza che Gesù sperimenta in quel dialogo. I Giudei, insieme alle autorità religiose conoscevano la Legge e i Profeti come il palmo delle loro mani, ma non vogliono riconoscerlo, non vogliono accoglierlo. Non accettano o non riescono a collegare la sua presenza in mezzo a loro come Verbo incarnato che fa la volontà del Padre di cui loro si dichiarano essere figli. Tanta santità era insopportabile agli occhi di coloro che si consideravano i proprietari della rivelazione divina. L’esodo da questo tipo di mentalità che più volte è stato sollecitato dallo stesso Gesù, non è stato portato a termine.
Se fosse vera l’istanza portata avanti da quei Giudei «che gli avevano creduto», la paternità del Padre sarebbe stata in discussione e preclusa ai lontani. Infatti, un lontano, un pagano, un gentile come veniva chiamato colui che non apparteneva al credo giudeo, non avrebbe potuto accedere alla relazione con il Signore e tutto sarebbe stato irrimediabilmente compromesso. Gesù sa che la posta in gioco è smisuratamente alta e per questo non cede neanche di un millimetro dalla sua posizione. Lo fa affermando che Abramo è diventato riferimento del cammino del popolo di Dio proprio in forza della fede in Colui che lo aveva chiamato. Per questo dice: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Questo Dio che si definirà al termine della disputa «Io Sono», il Dio che vive di sé e in se stesso e che ci dà la vita, chiama ad essere partecipi di Lui. Dio è tutto e noi partecipiamo con gratuità e con atto d'amore a questo Essere di Dio. Ma perché questa promessa trovi davvero realizzazione, occorre rimanere con Gesù Cristo che è: «Via Verità e Vita» (cfr Gv 14,6); occorre aprirsi ad una trasformazione, aprirsi alla possibilità di un cambiamento nei Suoi confronti che solo la libertà può assicurare. Gesù rivolgendosi ai suoi interlocutori fa verità sulla loro situazione, ma la fa anche per noi. Ciò che salva è stare con Lui perché Lui gode della relazione di Figlio amato dal Padre. La sua è condizione che offre a tutti, ma a tutti chiede di mettersi alla sua sequela senza rivendicare nessun diritto di priorità per la propria provenienza. Il Vangelo ci dice che quei Giudei non lo faranno e continueranno a reclamare la loro identità di essere: «discendenti di Abramo» e di non essere «mai stati schiavi di nessuno». È Vangelo dunque che, pur con tutte le sue difficoltà di lettura e di comprensione, deve essere custodito nel cuore come promessa che viene dal Signore. Il rischio che si corre a non avere questa relazione stretta con la Parola è che, alla relazione con Gesù Cristo, si preferisca praticare devozioni o novene che facciano vedere all’esterno qualcosa che però non si ha nel proprio cuore. È un po’ come vivere l’estraneità dei Giudei nei confronti di Gesù, ma che per i cristiani è una estraneità ancora più clamorosa perché nati dalla Pasqua di Cristo Gesù. Non siamo nati dal nulla, non siamo figli o figlie di idoli del nulla, siamo generati dalla Parola che è Cristo il Verbo fattosi carne morto e risorto. Il Vangelo oggi ci dice chiaramente che se non si cerca il Padre per mezzo del Figlio Gesù Cristo, ci si avvia ad un destino di morte e questo ci riporta al tema dell'ascolto. Il Signore ci viene incontro per rispondere alla nostra sete di felicità; lo ha fatto con la Samaritana, lo farà con il cieco nato e con Lazzaro, lo vuole fare oggi con ciascuno di noi. Questa è la convinzione profonda che ha sostenuto le giovani comunità cristiane nate dalla Pasqua di Cristo. Paolo lo manifesta gioiosamente come una apertura senza confini da rivelare a tutti perché tutti siano incoraggiati e sostenuti. Paolo, che ha abbandonato definitivamente i confini del giudaismo, è in piena avventura missionaria; le sue sono parole determinanti che mostrano l’apertura ormai definitiva anche a coloro che, pur essendo dei gentili, aprono tuttavia il loro cuore ed iniziano il cammino nella fede del Vangelo e dal Vangelo si lasciano guidare ed illuminare: «In Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito». Qui si rende evidente come la posta in gioco per Gesù Cristo sia stata infinitamente importante; veramente questo è dono aperto a tutti. Avvenga per ognuno di noi l’incontro con il Signore che domanda passi umili, magari piccoli, però passi della fede e non delle apparenze, non delle esteriorità. Davvero anche per noi sia un Esodo che tappa dopa tappa, conduca alla gioia dell’incontro in quel mattino radioso di Pasqua che spazza via ogni nebbia. Lì ci sentiremo Figli veramente.
