V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53

VQuaresima2023Non dobbiamo avere paura, questo è l’invito che emerge dalle letture di oggi. Il racconto dell’Esodo mostra il momento dell’uscita del popolo israelita dall’Egitto il paese della loro schiavitù; è il momento che fonda l’essere popolo nuovo. È narrazione che mostra la fedeltà e l’amore di Dio; lo facciamo nostro perché è parola che fa emergere come il Signore Dio voglia affrancare dalla paura il suo popolo e rassicurarlo con la sua presenza: «la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro». Il suo il frapporsi tra il suo popolo e il pericolo rappresentato dell’esercito del Faraone, muove tutti a speranza. Certamente la paura e la preoccupazione del popolo è alta, ma quel disporsi della nube che: «era tenebrosa per gli uni [gli egiziani], mentre per gli altri illuminava la notte», permetterà al popolo liberato di attraversare un mare aperto nelle sue acque consentendo loro una visione di un futuro nuovo. È bello il momento che fonda e che dà l’avvio, ma è altrettanto bello anche il momento che mostra il compimento, cioè Gesù Cristo che viene assunto veramente e stabilmente come segno della fedeltà di Dio. Inizia il cammino della fede, inizia la professione e il canto della fede. Il bramo della lettera agli Efesini ha una grande intensità. Paolo è come stupito ed estasiato dall'immensità del dono che Dio ci ha fatto in Cristo Gesù. Dice che mentre noi eravamo indegni, ci ha chiamati, ci ha onorati di una vocazione, ci ha riconosciuto una dignità facendoci rivivere in Cristo. Qui Paolo assume e fa proprio l'inno che era già noto come preghiera di rendimento di grazie e questo ci fa capire come davvero la parola del Vangelo conduca il cammino delle comunità nate dalla Pasqua di Gesù. «Dio ricco di misericordia»; questa è la grande confessione della fede che ne svela il Volto. Il linguaggio non è più quello del racconto, ma è diventato memoria che si fa lode a Dio per il suo amore debordante. Dio è così fedele in Gesù Cristo che per trovare il Suo Volto, il desiderio di mettersi in cammino non deve avere soluzione di continuità. La Quaresima è questo, è accogliere la sua Parola per avvicinarci sempre di più alla Pasqua del Signore vero snodo per tutti, e il Vangelo ci viene in aiuto. È davvero pagina che domina tutta la liturgia e che non si può esaurire neanche se ci stessimo su tutta la vita perché contiene infinite ricchezze. Ci presenta l’umanità di Gesù molto da vicino; la sua è umanità fatta di legami di amicizia con una famiglia con la quale si sente davvero a casa. Betania era questo per Lui che diceva di sé: «il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Scopriamo che l’umanità di Gesù è semplice e vera; è umanità che gusta incontri, gusta lo stare insieme, gusta l’entrare in casa, il condividere le attese, le speranze, le feste, ma anche dolori e i drammi; ed è soprattutto la vicenda di un lutto quella che ci viene raccontata dal Vangelo: l’amico Lazzaro è morto. «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» è l’espressione che usano sia Marta che Maria. Quell’espressione dice tutto; racconta di una inevitabilità che sembra paralizzare; dice che il dolore è davvero enorme e che questo ha bisogno di essere raccontato all’Amico, a Colui che se ne farà carico perché è Uomo che si appassiona e piange e che si turba profondamente. Anche questo aspetto è umanità e volto di Gesù; dice la solidarietà che sarà sempre in grado di capire la fatica di giorni e notti dei nostri cammini, e proprio perché uomo come noi, il volto umanissimo di Gesù ispira davvero una preghiera confidente. Qui emerge il cammino della fede che porta a far vivere l’Esodo che dalla morte che attanaglia e immobilizza, conduce alla vita; Esodo che dalle tenebre guida alla luce, che dalla schiavitù accompagna alla libertà: «io sono contento per voi di non essere stato là» dice Gesù ai suoi discepoli.

Questo è in gioco; questa è la chiamata che il Signore rivolge anche a noi che vogliamo essere discepoli; l’invito è a vivere il cammino della fede che prepara la Pasqua come un rinnovamento profondo del cuore e del proprio stile di vita. È come se ci venisse detto “guarda che c’è un passaggio possibile. Credici!”. Per questo la parola angosciata di Marta e Maria non cadrà nel vuoto e avrà un’appassionata e bellissima risposta di Gesù: «Lazzaro, vieni fuori». Credere dunque è atto di fede che si innalza oltre ogni evidenza contraria e non vacilla anche se è di fronte all'irrimediabilità e alla brutalità della morte. Nella prova, nel dolore, nel disorientamento che ogni morte sia fisica che morale inevitabilmente genera, avere ferma l’affermazione "Credo in te, Signore", vuol dire riconoscerlo accanto a noi nel nostro dolore; riconoscere che Gesù Cristo ci ama non tanto perché ci risparmia il dolore e la morte, ma perché li sostiene con noi. Credere nella risurrezione non significa credere in una teoria astratta, un'idea vaporosa che ci darebbe la vaga speranza che non tutto sia finito per cui si è portati a dire "Sì, credo che ci sia qualcosa... dopo! ", no! Non si tratta principalmente di credere in un futuro migliore, ma di vivere oggi la risurrezione. Credere è riporre tutta la propria fiducia in una Persona concreta, viva e presente. Questa è la fede che trasforma la nostra vita adesso; Gesù ci propone di risorgere oggi, di vivere oggi per Lui, attraverso di Lui, con Lui, in Lui; ci chiede di credere in Lui e di amarlo proprio perché Figlio del Dio dei viventi! (cfr Mc 12,27). Del resto, è Paolo a dircelo: «Con lui il Padre ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù»; se dunque siamo in Lui, con Lui oggi, siamo vincitori della morte che il peccato provoca e che ci vuole tenere costantemente prigionieri. Oggi anche noi avvertiamo il bisogno di fare come Marta o come gli apostoli nella barca, cioè avvertire il bisogno di gridare a Lui la nostra sofferenza: “Signore, noi affondiamo sotto i colpi che la vita ci riserva, Signore vieni in nostro aiuto, Signore salvaci”. Mettiamo quindi Gesù al centro della nostra vita oggi, perché altrimenti siamo già morti. Gesù che ha detto a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita…Credi questo?», oggi lo chiede nuovamente a noi. Se non lo crediamo vero per noi, allora non ha senso crederlo per Lazzaro o per gli altri nostri cari. Se non lo speriamo per noi stessi, non lo possiamo sperare per gli altri. La parola di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita», capovolge tutta la nostra esistenza, perché salva la nostra fede in Gesù Cristo risorto e ci viene dischiuso un oltre all’inesorabilità del buio della morte. È dunque Vangelo che prepara e se oggi Gesù richiama alla vita terrena Lazzaro nell’imminenza della Pasqua, tra pochissimi giorni con la sua morte e con la sua definitiva Risurrezione, questo dono lo farà a tutti, a tutti aprirà la possibilità di superare il traguardo che va oltre la morte. Abbiamo bisogno che il Vangelo ci parli così, che ci dica che questo è il progetto di Dio e che la nostra vita non è destinata ad un nulla senza senso, ad un buio che non ha sbocchi. La nostra vita è cara agli occhi di Dio che fa proprio il sacrificio del proprio Figlio sull’altare della Croce. È importante fare nostro questo tesoro mentre quotidianamente lo strapotere della morte sembra proprio prendere il sopravvento nelle tragedie che vedono lo scomparire di vite negli abissi del mare, o sotto i bombardamenti di tante guerre o nelle ricchezze che la disonestà ottiene con la corruzione a scapito dei più deboli. È parola forte quella ascoltata dal Signore: «Io sono la resurrezione e la vita», ed è parola di speranza che ci fa dire con Paolo: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55).

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