DOMENICA DELLE PALME
Is 52,13---53,12; Sal 87[88]; Eb 12, 1b-3; Gv 11,55-12,11
È interessante notare come domenica scorsa, quando Gesù dice «Togliete la pietra», la stessa Marta gli dica: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni», come a dire che l’esperienza della morte è legata al cattivo odore. All’inizio della Settimana Autentica, la settimana che per eccellenza ci porta al cuore dell’esperienza del nostro credo e al senso del nostro vivere che ci faccia poi ripartire dalla Pasqua di Gesù, può sembrare paradossale che al centro del Vangelo ci sia un profumo. L’episodio dell’unzione è nel contesto d'una speciale "ultima cena" con i suoi amici più intimi che abitano quella casa di Betania, ed assume il valore di un saluto di addio. A compiere quest'atto unico, irripetibile e per certi versi anche profetico è proprio Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro, donna davvero amante dell'ascolto e del silenzio (cfr. Lc 10,40). Il suo gesto che non ha nulla di premeditato, ci dice tutta la solennità e l'importanza di quell’incontro. I verbi usati nella scena descritta, sono: «Prese... cosparse... asciugò...la casa si riempì». L'azione è descritta come se fosse qualcosa che debba essere costantemente rivisitata dalla memoria e per questo, ha bisogno di essere esposta al rallentatore in un clima di sospensione che imponga pause per consentire al lettore di assimilarla in tutti i suoi particolari. I verbi usati, dicono un’azione sacra compiuta con le mani e con i capelli, senza che ci sia il bisogno di aggiungere parole superflue, così che il gesto parli praticamente da solo. Nell'unguento versato è Maria stessa che si versa, che consegna sé stessa, che si effonde come una profumata confessione di fede e di amore in Colui che ella ha riconosciuto essere il suo "Signore" (cfr Gv 11,32). Solo un cuore amante, ispirato, libero poteva giungere a un atto così gratuito e pubblicamente sconveniente, e solo così tutta la casa potrà riempirsi dell'aroma di quel profumo. E quel profumo che aleggia in tutta la casa, ha un grande valore: consegna lo spreco di quanto si ha di più caro, come esperienza che l’innamoramento fa vivere. Lo spreco d’amore fa della propria vita prima di tutto una dimensione di gratuità. Maria, sorella di Marta e Lazzaro, gratuitamente si pone così nei confronti di Gesù, non bada a spese e questi gesti ancorché sconvenienti, creano una relazione profonda in cui Maria; essa ritrova nel suo darsi per Gesù, una profonda pace nel cuore che le permette poi di ripartire per continuare a servire Gesù nei fratelli. È quindi vita che attinge la propria chiarezza proprio in quel darsi che diventa insegnamento anche per noi che ci apprestiamo a vivere parole e gesti che arrivano a toccare le corde più profonde dei nostri cuori. Allora, penso che possiamo raccogliere due piccole annotazioni anche se il brano per sé ne propone diverse. Ad un eccesso di amore come quello del Signore Gesù, si è in grado di corrispondere un eccesso di amore nella propria risposta. Il riscontro è tutto l’unguento che viene versato su Gesù, sono i baci dati, sono i piedi asciugati senza che sia pronunciata una sola parola. Normalmente quando si compie un gesto importante si tende ad accompagnarlo con parole solenni, vistosissime; è la forma del comunicare di oggi cara ai personaggi più in vista. Qui invece, il silenzio è totale perché a parlare sono solo i gesti che hanno una eloquenza insuperabile. Lì c’è una consegna incredibile ed esagerata di amore come forma più dignitosa di restituzione: si dà tutto quello che si è e che si ha.
Questa è stata l’azione della povera vedova che ha versato nel tesoro del Tempio tutto ciò che aveva: due monetine che cadendo non hanno fatto nemmeno rumore a differenza del rumore delle tante monete gettate dai ricchi. Ma è bello che il Vangelo annoti come, ancora una volta, sia Gesù ad accorgersi di quel gesto: «questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» (cfr Mc 12,38-44). L’altra annotazione la cogliamo dalla figura di Giuda, ma prima occorre fermarci sul tema dell’attesa. Il Vangelo ci dice che a Gerusalemme in quella vigilia di Pasqua vi era più agitazione del solito. I Giudei, che si recano a Gerusalemme qualche giorno prima per purificarsi secondo quanto previsto loro dalla Legge, vanno soprattutto per cercare di vedere Gesù. Il loro è un andare spinto dalla curiosità di vedere personaggi importanti e quell’anno il personaggio importante era proprio Gesù che poche settimane prima della festa di Pasqua, aveva compiuto il gesto straordinariamente grande di richiamare alla vita Lazzaro ormai da quattro giorni nel sepolcro. C’è attesa, ma un attendere con diverse motivazioni. Attende la gente meno vicina a Gesù, attende il Sinedrio che è contro Gesù. L’attesa è dunque, è nascosta in una trama e in questa macchinazione, anche l’apostolo Giuda aspetta il momento opportuno per dissociarsi da Gesù. Dunque, se fuori c'è turbolenza e trama, sospetto e condanna, anche in quella casa in cui s’innalza l'intensità dell'amore che profumo del nardo esprime, emerge anche la figura di Giuda. Egli chiede ragione di quello spreco non con l’attenzione di destinare l’eventuale somma che si può ricavare ai poveri, ma chiede ragione per ingordigia perché, dice il testo del Vangelo, lui: «era un ladro». Questa è affermazione preziosa per noi tutti; siamo aiutati a comprendere che per essere vicini ai poveri, si devono esprimere gesti di eccesso di amore. Agendo così, non solo si è vicino ai poveri, ma si diventa poveri, cioè capaci di accettare l’amore dell’Altro. Il richiamo di Giuda appare provocatorio, il suo è sguardo che accusa in nome di una ipotetica azione di carità, ma non è sguardo che ci aiuta. Lo sguardo che ci aiuta è lo sguardo di Gesù che anticipa lo sguardo del Padre: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Il suo è sguardo di Colui che ci vuole per sé; è sguardo d'amore, è sguardo del Padre che in Gesù accoglie tutta l'umanità. Egli, infatti, ha il potere di tracciare un cammino invisibile tra due interiorità: quella dell’essere guardati e guardare. Fissare lo sguardo su di noi per entrare in relazione, è “l’occupazione di Dio “e tutta la Bibbia lo mostra; dalla Genesi all'Apocalisse Dio guarda l'uomo e lo cerca; lo ha fatto con Adamo, lo ha fatto con Zaccheo quando era sull’albero di sicomoro. Il profumo dell’unguento di nardo allora, potrà legarsi all’esperienza dello sguardo che si apre in maniera profonda e appassionata su ciascuno di noi e apre all’incontro con Gesù, ed è proprio questa esperienza di vita che prende e cattura tutto. Questo è il grande dono che la liturgia oggi, inizio della Settimana Autentica, ci fa. È profilo alto; i testi ci dicono che chi ha davvero lo sguardo fisso su Gesù e invoca l’Uomo della Croce, potrà accogliere la pienezza del dono rappresentato dalla Pasqua di Gesù che sarà per tutti attesa di futuro radioso.
