DOMENICA DI PASQUA
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

Pasqua23Che mistero grande celebriamo in questo giorno che ci fa fare esperienza di Cristo perché la Resurrezione è il cuore dell’annuncio cristiano. Il nucleo principale di ogni Vangelo, infatti, è stato da subito la preoccupazione di raccontare la morte e la risurrezione di Gesù. San Paolo scrivendo ai Corinti dice che anzitutto trasmette loro che Gesù Cristo è il Vivente, il Risorto (cfr 1 Cor 15). Come è avvenuta le Resurrezione? Non lo sappiamo. Non abbiamo la certezza razionale perché è mistero che ci supera, ma la fede ci porta a conoscere con il cuore la conseguenza di questo inaudito e misterioso evento. È il Vangelo a sottolinearlo; il fatto che Maria Màgdala si reca al sepolcro di buon mattino (cfr Gv 20,1), non vuole solo sottolineare le caratteristiche temporali; quel «Era ancora buio», vuol far emergere come alle tenebre della notte si aggiungano anche le tenebre del dubbio, il buio di una esperienza finita, l’oscurità di una missione apparsa del tutto fallimentare, ma anche il buio di un sepolcro in cui non si riesce a vedere il corpo esanime di Gesù. Il buio dice che c’è ancora sofferenza per Maria di Màgdala; in lei è presente l’angoscia dell’intera umanità che si reca al sepolcro del non senso avvertendo il bisogno di cercare ed incontrare il Signore. Maria lo cerca, non lo trova e piange. Piange perché le manca quel respiro di vita che Gesù le dava e piange per il dolore di una perdita ritenuta non più sanabile. «Donna, perché piangi?» chiedono i due angeli, e lei risponde: «hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». È ancora il suo Signore; nonostante la morte lei avverte in sé la presenza di un’appartenenza forte e vitale di cui non riesce a fare meno, ma continua a cercare Gesù come lo aveva lasciato quel venerdì: un corpo inanimato in attesa di essere preparato. È come se vivesse lei la spogliazione che Gesù ha affrontato nella sua Passione; si sente esposta a tutto senza avere difese, sperimenta la desolazione e il timore che le venga sottratta anche la memoria. Siamo pienamente nell’esperienza dell’uomo, la più tremenda, la più inspiegabile, la più ingiustificabile perché ancorati ancora al silenzio del Venerdì Santo. E tuttavia le tenebre sono destinate a scomparire per l’emergere del sole nuovo, e quel mattino, il primo giorno della settimana, avrà una forza nuova e dirompente. Solo quando si sente chiamata per nome, Maria di Màgdala potrà riconoscere pienamente Gesù. Gli occhi umani non hanno riconosciuto «Gesù in piedi», ma la sua Parola: «Maria», quella sì. È bastato che Gesù la chiamasse per nome perché il suo cuore esplodesse nella professione di abbandono come umile discepola: «Rabbunì» che il Vangelo traduce con «Maestro». Che esperienza meravigliosa ha fatto Maria di Màgdala; la Parola d'amore di Gesù la chiama per nome e trasferisce Maria di Màgdala nella nuova esperienza di comunione pasquale. A partire da quel momento, tutta la sua vita potrà riprende un orientamento, potrà riprendere il cammino che sembrava ormai precluso e anche lei potrà vivere la risurrezione. La risurrezione vince tutto ciò che crea abbassamento e disperazione che fa dire rassegnati: “Ormai, non c’è più niente da fare”. Siamo recuperati alla capacità di relazione che la morte, ogni morte, immancabilmente chiude nella tomba del non essere, luogo in cui tutte le speranze si infrangono e in cui tutte le relazioni si interrompono. La resurrezione ci porta oltre: «Gesù in piedi», aiuta a comprendere che è possibile quell’Esodo, quel passaggio da quello che per gli uomini sembra apparire definitivo (la morte) ad un oltre dallo splendore che non ha possibilità di definizione tanto è forte l’amore del Padre in Gesù Cristo nei nostri confronti.


Gli occhi di Dio, infatti, ridanno vita a tutti; ridonano capacità di relazioni nuove e la capacità di ridestare quelle che si erano assopite. Per questo il Signore Gesù Cristo oggi ci viene incontro dicendoci: «Io sono la risurrezione» perché ho vinto la morte e «sono la vita» perché dono la vita affinché la morte non sia l’ultima parola su di noi. L’evento pasquale segna concretamente la nostra vita e la segna oggi perché ciascuno è chiamato a vivere della vita nuova che il Risorto dona a coloro che, come Maria di Màgdala, si recano al sepolcro. Non dobbiamo più portare olii aromatici per ungere un cadavere, ma l’olio profumato della fede con cui rendiamo onore al corpo del Signore risorto attendendo il suo ritorno con le fiaccole accese come hanno fatto le vergini prudenti e sagge (cfr Mt 25) per poi correre come ha fatto Maria, per annunciare ai nostri fratelli senza più avere il cuore in lutto: «Ho visto il Signore!». Allora il nostro cercare il Signore sia davvero come l'amata del Cantico dei Cantici: «quando trovai il mio amore; io l'ho preso, e non lo lascerò» (Ct 3,4). In un mondo in cui la presenza di Dio sembra essere nascosta, l'atteggiamento di Maria, perseverante nella sua ricerca, è per noi esempio per non perderci d'animo nelle opere buone di ogni giorno per essere discepoli, come Maria di Màgdala, con fede rinnovata. È vero, lei è stata la prima ad annunciare la risurrezione di Gesù agli Apostoli ancora increduli, ma rimane la Verità che sempre ha bisogno di essere annunciata ad un mondo sempre più incredulo. Pasqua è qui, adesso; ogni giorno può diventare quel giorno, perché, ci dice il grande teologo svizzero Hans Urs Von Balthasar: «la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l'ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell'ultima tomba». Il dramma umano è continuare a vivere con la morte nel cuore come se fosse perennemente il Venerdì Santo; è vivere senza speranza, è vivere senza futuro, è vivere senza significati, è vivere senza amore, è vivere senza perdono e senza gratuità e soprattutto senza quella straordinaria Parola che rende possibile qualsiasi miracolo anche nei momenti di tempesta. È difficile “fare” Pasqua quando si è ancora fermi al Venerdì Santo. Oggi anche noi siamo invitati ad andare a quel sepolcro che non puzza di morte a contemplare la vita nuova che non ha più fine, quel Sole ultimo che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5). A Pasqua si cambia passo che diventa diverso, si fa brioso, dinamico. Se ci lasciamo incontrare dal Risorto, la visione sulla nostra vita cambierà completamente, perché non ci lasciamo più consumare dall’ossessione di un tempo che logora e che distrugge. Il Risorto apre a speranze inaudite; la morte è stata vinta da Cristo, e in Cristo, anch’io sono vivo e avrò la forza di vincere la paura che mi tormenta, vincere la mancanza di speranza che uccide, vincere l’incapacità di trovare un senso alla mia vita. Lasciamoci illuminare da questo Mistero che oggi celebriamo, permettiamo a Cristo risorto di illuminare la nostra vita, illuminare la nostra situazione. Diventi per noi preghiera quotidiana la richiesta di essere sempre abitati dallo stupore, dalla gioia che traspare dal mattino di Pasqua, e che almeno un poco di questo stupore, di questa gioia passi, attraversando i nostri occhi, nel cuore di chi ci sta vicino, allora la Pasqua non sarà più una festa difficile.

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