III DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34
L’Evangelista Giovanni, immediatamente dopo l’ormai celeberrimo prologo, continua il suo Vangelo con la storia e la testimonianza di chi ha visto con i propri occhi. C'è l'eco del battesimo di Gesù al Giordano nella pagina di oggi, ma è un’eco irreversibile che porta al Venerdì Santo. Giovanni ha visto scendere lo Spirito su Gesù, e lo indica come l'agnello che toglie il peccato del mondo. Normalmente il Battista è presentato come l’uomo della preparazione alla venuta del Signore, ma la liturgia di questa domenica, propone Giovanni Battista come protagonista e testimone del tempo del compimento. Non è presentato come: «voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23); non è richiamata la voce che invitava ad aprire una strada nel deserto per uscire da tutto ciò che legava e cercare Colui che liberava; è l’uomo che indica il Messia presente e lo indica dicendo: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». “Agnello di Dio” è espressione che viene da lontano e trova la sua radice più vera nell’Esodo e, segnalare così Gesù a coloro che erano con lui, sorprende davvero. Meraviglia perché “Agnello di Dio” sembra essere espressione di estrema convinzione di ciò che ormai lui ha dentro di sé; e questo non perché lo conoscesse bene (confesserà subito: «io non lo conoscevo»), ma perché ha maturato nel proprio cuore l’opera dello Spirito Santo. Gesù, l’Agnello di Dio che si carica il peso del peccato del mondo, è immagine davvero concreta e concentrata agli occhi del popolo ebraico e trova un forte sviluppo nella riflessione dei testi del Nuovo Testamento. La Lettera agli Ebrei sottolinea come: «[Gesù] entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue». Se la purificazione del popolo al tempo dell’Antico Testamento avveniva nel Tempio caricando i peccati di tutto il popolo su di un capro destinato ad essere sacrificato, l’autore della Lettera agli Ebrei ci dice che Gesù è l’Agnello che prende su di sé il peso del peccato del mondo. Per questo l’espressone “Agnello di Dio” rivelata dal Battista si fa fede nella persona di Gesù che opera la redenzione ed è preziosa nel Nuovo Testamento. Torna dunque la figura di Giovanni Battista, ma torna come testimone di una Presenza vera e reale; torna dichiarando a tutti, ed oggi anche a noi: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Allora possiamo concludere che, per capire la testimonianza che Giovanni Battista ha reso prima ancora che l’ora di Gesù si avverasse sulla Croce del Golgota, è indispensabile che anche noi invochiamo il dono dello Spirito santo dono che la Pasqua di Gesù Cristo porta con sé. Lo Spirito Santo è riservato a tutti, tuttavia è grazia da invocare, da riguadagnare e da riconquistare sempre. La riflessione che la liturgia di questa domenica ci invita a fare, vuole proprio sottolineare l’aspetto del dono dello Spirito partendo proprio dal breve racconto di Atti. Paolo, «attraversate le regioni dell’altopiano», arriva alla città di Efeso convinto di trovare soltanto pagani ed invece trova alcuni discepoli che però mancano di qualcosa di veramente importante: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo», e racconta il dono che Gesù Cristo porta loro per mezzo delle imposizioni delle mani da parte di Paolo. È racconto che illumina bene anche la nostra esperienza; anche noi siamo portati a confessare di avvertire la sproporzione tra la nostra miseria e la ricchezza del Dono che vorremmo fare nostro. Il rinascere dall’alto chiesto da Gesù a Nicodemo (Gv, 3,7), cioè cominciare la vita nuova nello Spirito del Risorto, è un po’ la difficoltà avvertita da tutti e il dire ogni volta con umiltà preghiamo: “non ce la faccio a cogliere tutto in un colpo e soprattutto a vivere poi tutta la ricchezza del dono della Pasqua, vienici incontro”, può essere una dimensione comune che può aiutarci a conoscere il Signore.
Anche Giovanni Battista nel deserto, dopo aver indicato Gesù come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, dice: «io non lo conoscevo», e tuttavia, dice anche che l’ha riconosciuto perché ha visto scendere su di Lui lo Spirito dal cielo. Lo Spirito è dunque la prossimità di Dio con gli uomini; Giovanni Battista ha la lungimiranza di riconoscerlo quando tutto questo non è ancora evidente. Sa vedere e cogliere che lo Spirito che rimane su Gesù al Battesimo, sarà lo Spirito che Cristo consegnerà sulla Croce (Gv 19,30) e che produrrà la stessa testimonianza del Battista da parte dell’Evangelista Giovanni: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Da quella Croce, lo Spirito continuamente scende ad abitare su di noi e in noi. Solo lo Spirito santo concede di accedere alla verità del messaggio e della persona di Gesù Cristo. Gli stessi discepoli, alla luce della Pasqua di Gesù, si resero conto che non avevano capito quasi niente di Lui nei tre anni passati insieme. Avevano sì ascoltato tutte le sue parole, le sue parabole e visto i suoi segni, ma non avevano capito la verità del messaggio di Gesù. Alla verità del messaggio di Gesù, giungono soltanto quando saranno illuminati dallo Spirito santo. Quel dire: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio», invita tutti ad inserirsi pienamente e realmente nel cammino di fede rigenerata in Gesù Cristo, perché sono parole che hanno segnato il punto di partenza di tutti i credenti in Gesù quale Messia e Figlio di Dio. Per questo la fede cristiana non la si può possedere per tradizione; essa è sempre dono e grazia che chiede un cammino di adesione percorso ogni giorno; quanto acquisito ieri, oggi da capo deve essere invocato e riguadagnato. Siamo chiamati da Giovanni Battista ad essere cercatori di Dio; siamo chiamati ad essere uomini e donne semplici che si stupiscono ogni volta, e ogni volta vivono il desiderio profondo e vero di conoscere, di accostare, di comprendere. Il tempo pasquale scandisce passi che permettono di assaporare aspetti che, seppur già tante volte ascoltati (come i discepoli prima della Risurrezione), possono essere riscoperti come nuovi grazie allo Spirito. Il Libro degli Atti degli Apostoli e le pagine del Vangelo di Giovanni ci accompagneranno in questo percorso e sarà Parola del Signore che, se accolta, accende il desiderio di conoscere sempre più e sempre meglio il Dono infinito che continuamente viene elargito dallo Spirito: la misericordia del Padre in Gesù Cristo. Essa è insieme mite e forte; è misericordia indulgente perché il Figlio di Dio ha conosciuto la nostra fragilità fatta di miseria, di dolore che porta alla disperazione; ma è misericordia forte, perché Gesù si è caricato del peccato del mondo che ha irrigidito il cuore di tutti permettendo alla sua vittoria sul male di non farci ristagnare nel rifiuto, ma di ci rimetterci in piedi, rimetterci in cammino. È quanto indicatoci dal salmo che mostra la preghiera del povero che riceve, dalla bontà del Signore, la salvezza e la vive sempre tra la supplica e il rendimento di grazie! Si può dire che questa è la sostanza della relazione tra Dio e i suoi figli. Allora, nell’Eucaristia, l’Agnello che toglie il peccato si fa presente in mezzo a noi nella nostra comunità; se incontriamo realmente Gesù, il Crocifisso Risorto, l’Agnello che toglie il peccato, noi possiamo vincere il nostro peccato di orgoglio che ci rende ribelli e infelici: chiediamolo al Signore; chiediamo che ci aiuti a desiderare di avere fame e sete dello Spirito, perché avvertiamo di essere un po’ tutti ancora sprovveduti nei suoi confronti, ma appassionati per dire: voglio incontrarti sai.
