IV Domenica di Pasqua – Anno A
At 6,1 -7; Sal 134; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18
È la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni profeticamente voluta da San Paolo VI ed è bello che il senso di vocazione lo si possa attingere direttamente dalla Parla di Dio. Sono brani diversi l’uno dall’altro e sono collocati in contesti diversi di cammino e di testimonianza del Vangelo, ma sono brani capaci di comunicare il senso del termine “vocazione”. Il compito di parlare di Gesù e consegnare il suo Vangelo annunciandolo e vivendolo con la propria vita, non è solo demandato all’Apostolo (leggasi Vescovo), oppure al sacerdote, al diacono o al religioso, è prerogativa di ogni battezzato affinché si possa realizzare ciò che Paolo ha scritto: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Rm 10,13). Dunque, c’è una chiamata alla testimonianza che non è prerogativa solo di qualcuno, ma è impegno di tutti. Se è vero, infatti, che il Vangelo riempie la nostra vita, noi dobbiamo testimoniarlo affinché riempia la vita anche dell’altro che ci sta vicino: questo è ciò che ci dice il testo di Atti che è pagina conosciuta come l’istituzione dei diaconi. Il testo evidenzia il sorgere di un problema nuovo all’interno della comunità cristiana che cresceva sempre più nel numero di persone. Sono sottolineate le lamentele che scaturiscono a seguito dell’emergere di problemi di accoglienza e di attenzione per la poca attenzione riservata ai poveri e alle vedove di provenienza greca. Lo stato di vedova nella società di allora, era visto come vera e propria forma di povertà perché sono situazione di vita segnate da dolore e solitudine. È interessante, tuttavia, l’atteggiamento degli Apostoli che raccolgono questa difficoltà: «Fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e sapienza, ai quali affideremo questo incarico». L’essere Apostolo è grazia perché è chiamata di Dio, ma l’invito a servire il Vangelo e a testimoniarlo concretamente nell’amore verso i fratelli più bisognosi, è compito che tutti possono raccogliere e fare proprio. Gli Apostoli confermeranno con la preghiera e l’imposizione delle mani coloro che la comunità ha scelto. La scelta è demandata alla comunità e questo aspetto non è secondario; infatti, agendo così, la comunità esprime in pieno la sua docilità e la sua appartenenza al Vangelo. È pagina bella perché se la facciamo risuonare con libertà nella nostra comunità, rilancia la passione vera per il Vangelo. Notiamo infatti, come in una comunità il cui centro è l’Eucaristia, sorga poi il desiderio di essere al servizio dei propri fratelli per aiutarli ad avere sempre lo sguardo rivolto a chi si trova in difficoltà. Ecco come il discernimento intelligente che ci fa chiedere “come possiamo servire il Vangelo”, risponde ai problemi, e questo, è un primo grande dono che la Parola oggi ci fa. Il contesto cambia con Paolo: «Fratelli, dice la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano». L’espressione ci dice subito come il Vangelo sia ormai entrato concretamente nel cuore dell’Apostolo Paolo. Mai, il Paolo che precede Damasco (cfr At 9,3), avrebbe potuto pronunciare una frase come questa. Il greco nella cultura ebraica è il lontano, il gentile, il pagano che non fa parte del popolo eletto ed è, senza disprezzo, ritenuto fuori. Paolo ha compiuto un cammino che lo ha maturato e che lo ha reso fiero nell’asserire che in Gesù Cristo le divisioni non hanno ragione di esistere.
Tanta è la sua convinzione che arriva a dire: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato». È convinzione che abita profondamente il cuore dell’Apostolo che fa chiedere, in modo accorato, di annunciare il Vangelo quale notizia gioiosa che scalda il cuore di tutti. Ci vuole chi lo racconti, ci vuole chi lo annunci, occorre che qualcuno parli e racconti Gesù. Ci accorgiamo come questa sia parola che, ancora una volta, è rivolta a tutti nella propria diversità di situazione di vita. Dare volto alla vocazione, ci dice Paolo, deve essere la passione sincera di tutti perché non solo il Vangelo, Gesù Cristo, è dono che arricchisce ciascuno di noi, ma è dono che vuole arricchire il nostro cammino comune. Certo, Paolo se ne sente interprete e protagonista perché Apostolo per chiamata (cfr At 9,1-9), ma parla come colui che non trattiene per sé qualcosa come se fosse un privilegio soltanto suo. Capiamo allora come il Vangelo ci regali l’icona dominante di questa quarta domenica di Pasqua. Qui il tema della vocazione trova la sua icona più convincente e più bella: l’immagine del “Buon Pastore”. È testo di cui non si può perdere nemmeno un frammento perché ogni passaggio, ogni immagine, ogni esemplificazione accende un faro su Gesù che presenta il suo vero volto. Noi viviamo perché amati da Lui: «il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo». Il dare la vita è ciò che fa la differenza tra pastore e mercenario; la diversità tra loro, infatti, non risiede tanto nella competenza perché per sé è molto probabile che anche un mercenario sappia svolgere il compito di pastore. Il mercenario svolge una attività in cui gli elementi spirituali o affettivi cedono del tutto di fronte alla avidità dell’avere; è il denaro ad interessarlo, senza questo di fronte al potenziale pericolo, lascia tutto. Il Buon Pastore invece, ha nel proprio cuore le pecore; le conosce e le pecore non solo conoscono Lui, ma conoscono la sua voce. È questa una affermazione che dice una relazione personale ed intensa con tutti. Per dirsi Buon Pastore, per dire la conoscenza che Lui ha delle proprie pecore, Gesù fa riferimento al suo essere Figlio: «così come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Lì c’è espressa tutta la profondità di amore. Ed è bello che Gesù dica che anche per noi esiste la possibilità di essere compresi in quel gregge così amato: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Se ne preoccupa; vuole riunire tutti nell’unità del suo amore. Gesù non pensa solo a coloro che sono ben disposti nei suoi riguardi; pensa a coloro che non conoscono Dio, a coloro che pur conoscendolo, organizzano la loro vita senza di Lui e fuori di Lui; ha il proprio cuore rivolto a coloro che combattono la speranza o se ne fanno beffe dicendo: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!". E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (Mc 15,31-32); tutti sono conosciuti e amati da Dio e questa è davvero un'esperienza straordinaria. Siamo amati da Lui nonostante tutte le nostre miserie per questo il termine “Buono” usato da Gesù, ci provoca e ci scombina. Gesù parla di tutti nessuno escluso e se questo provoca le sensibilità delle nostre sicurezze fondate sul nostro senso di giustizia che pone distinzioni chiare e nette tra chi è buono e chi è cattivo, tra chi è giusto e chi è ingiusto, tra chi è santo o chi è peccatore, dall’altra, provoca tenerezza e speranza per coloro che in quell’ovile ci vogliono entrare. Non sono i meriti che pensiamo di aver conseguito a permetterci di entrare a far parte dei salvati, ma è l’amore e la grazia che arrivano da quel corpo le cui mani sono state inchiodate alla Croce che generano perdono. Gesù è il Buon Pastore perché ha accolto le nostre povere vite e le ha difese. La vocazione più vera per ciascuno, quindi, è quella di saper regalare ad altri la buona notizia e farlo senza ostentare nulla e senza pretendere riconoscimenti. È sicuramente il compito forse più bello, sicuramente più urgente e più profondo della vita di ciascuno di noi, e questa, ci dice la pagina di Giovanni, è vocazione. Ci vorrà una vita e probabilmente non ci basterà per dire la bellezza del “Buon Pastore”, ma ci cresce dentro il desiderio di diventarne il testimone convincente.
