V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Sal 65; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24
«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» è la frase che indica la rivelazione che la Pasqua opera nel pensiero di Pietro. Si rende conto che la Pasqua è dono che non può avere confini. Pietro è davvero commosso quando pronuncia quella frase; sta conoscendo una situazione nuova mai vissuta prima e la coglie come inaspettata benevolenza di Dio verso coloro che si aprono a Lui. Il centurione Cornelio e la sua famiglia non appartengono al popolo ebraico, sono pagani e per di più stranieri invasori; sono quindi ritenuti al di là dei confini di appartenenza del popolo ebraico e tuttavia le carte vengono sparigliate, vengono scombinate perché, dice il testo: «Dio si è ricordato di te». Il ricordarsi di Dio permette alla parola del Vangelo di valicare ogni confine e trovare accoglienza in persone che sono ritenute lontane e straniere. Pietro con stupore constata questi risultati. L’espressione di Pietro: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone», è appunto il confessare apertamente come si senta dominato dai suoi schemi che allontanano, ma anche che è davanti alla grazia di Dio che opera ciò che è a Lui gradito: nella Pasqua di Gesù Cristo, tutti sono chiamati alla salvezza. Questa è la Parola della Pasqua che va estendendosi oltre ogni confine disposto dall’uomo; è Parola limpidissima che chiede la riflessione sul nostro modo di essere comunità come spazio ospitale che sappia far sentire a casa tutti. Nessuno può attribuirsi l’arbitrio di escludere l’altro dal ricevere il dono del Vangelo, sarebbe come affermare che Gesù sia morto in Croce per redimere solo una parte dell’umanità. È dunque pagina che mette in risalto come il tema dell’accoglienza in un contesto di società in cui era facilissimo dividersi e contrapporsi, sia davvero il tema centrale. Su questo aspetto, il Libro degli Atti degli Apostoli sarà molto preciso in seguito: «Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede» (At 15,8-9). È l’ultimo intervento di Pietro che il Libro degli Atti ci segnala, ma è come se tracciasse la traiettoria alla quale tutti dovranno uniformarsi e lo fa proprio avendo come riferimento il suo incontro con Cornelio e i suoi. Il dono della Pasqua ci dice che non è più possibile, per coloro che si dicono depositari della parola del Vangelo, avere schieramenti divisivi che vedono l’uno con l’altro. E questa sensazione di pace che la Pasqua porta con sé e che il testo di Atti ci consegna, viene ancor di più messa in primo piano dal testo dell’Epistola. Il contesto cambia; non è ad un pagano che ci si rivolge, ma ad una comunità nata dalla predicazione e dalla testimonianza di Paolo. La comunità di Filippi è comunità profondamente amata da Paolo; i cui legami da lui intrecciati lo hanno appassionato al tal punto che si è sempre sentito a casa con quelle persone. A causa del Vangelo però lui ora si trova in prigione, si trova lontano, ma il suo pensiero con nostalgia corre là e a loro scrive una lettera. Li vuole salutare e raccomandare che si mantengano sempre: «irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa». Sa che quella piccola comunità che lo ha accolto ed alla quale ha predicato il Vangelo, si trova all’interno di una situazione difficile perché minoranza esigua che deve confrontarsi con i contrasti e le difficoltà di opposizioni forti che la società cosiddetta pagana mette in atto. Paolo però sa suscitare le risorse più belle, conosce bene il contesto e sa che è ambiente difficile; gli aggettivi “malvagia e perversa” sono aggettivi forti, ma vogliono evidenziare l’amore per il Vangelo che i Filippesi hanno; vuole mette in risalto il loro stato di vita che risplende: «come astri nel mondo».
Gli astri da sempre sono percepiti vivi e palpitanti come fossero amici, e la loro luce anche se è fioca e lontanissima, è avvertita luce profondamente amica, diversa dalla luce artificiale prodotta da qualsiasi sistema di illuminazione. Le nostre luci artificiali, pur illuminando con molta più intensità le oscurità, non riescono a scaldarci e non riescono ad indicare antiche rotte come solo gli astri che brillano nel cielo sanno fare; di più, le luci artificiali non sono in grado di rimandare a Dio (cfr Sal 8,3). Risplendere come astri nel mondo, là dove si vive la propria storia, mette in risalto la bellezza e la virtù dell’operato di Dio che, ci dice Paolo: «suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore». Per riuscire in questa testimonianza è bello raccogliere la successione di tre verbi che il Vangelo oggi ci presenta: accogliere osservare, amare la Parola. È Vangelo breve questo, ma ha in sé la consegna decisiva che Gesù, alla vigilia della sua Passione e Morte, fa agli Apostoli. Non è soltanto invito a vivere bene le parole e i comandamenti del Vangelo, il suo è invito pressante alla fraternità ed alla comunione con Lui: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». È Amore che chiede intimità, per questo che Gesù invita a stare con Lui, ad accoglierlo, ad osservare la sua Parola che fa vivere di Lui. Dimorare vuole dire entrare definitivamente nella relazione che non si spegne più. È frase che mostra il progetto di Gesù su ciascuno di noi che è quello di abitare in noi. È il nucleo, è la verità interiore della sua passione per noi, e allora quando ci troviamo di fronte a queste parole ciascuno di noi cosa fa? Le raccogliamo e le leggiamo giudicandole belle ma poi le lasciamo lì, oppure le raccogliamo e le facciamo nostre perché le inscriviamo nel nostro cuore per averle sempre con noi? La domanda di Giuda, infatti, riflette l’aspettativa di una manifestazione in tal senso: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». La risposta che Gesù dà, dice che la sua manifestazione non è un fatto esteriore così da essere con evidenza alla vista di tutti, no! La sua manifestazione ha luogo qui ed ora, nel tempo della fede. Lui e il Padre, che sono una cosa sola, prenderanno dimora presso coloro che credono. Amare Gesù allora, è dichiarare qualcosa di concreto con la propria esistenza; ciascuno di noi può compiere un passo, può avere un atteggiamento, può fare una scelta, può mettere in atto un gesto di perdono, un’attenzione vera che racconti la manifestazione della nostra passione verso Colui che, lasciandosi inchiodare a quella Croce, ha scelto irrevocabilmente di essere accanto a noi. Per questo può dire: «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». È promessa che nella Pasqua di Gesù si avvera per tutti se davvero ci sforziamo di aprire il nostro cuore nei confronti di tutti. Quando anche noi arriviamo a dire come Pietro: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze», vuol dire che il Signore ha già aperto i nostri cuori per traghettarci oltre i confini dei nostri schemi. Aiutaci, Signore in questo; aiutaci ad essere testimone fedele in ogni momento superando le nostre paure verso tutto ciò che gli altri potranno pensare o potranno dire di noi.
