SOLENNITÀ DELL'ASCENSIONE
At 1,6-13a; Sal 46; Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53
Se agli occhi del Signore: «mille anni sono come il giorno di ieri che è passato» come canta il salmista (Sal 89,4), a maggior ragione, i giorni del tempo pasquale che comprendono anche la festa di oggi, sono come un solo giorno: «Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio» (At 1,3). È difficile però immaginare ciò che gli Apostoli hanno vissuto in questi quaranta giorni che separano la Pasqua dall’Ascensione nei quali il Vivente si è manifestato loro istruendoli sul suo mistero, come è senz’altro difficile cercare di rappresentare visivamente l’ascensione di Gesù che torna alla destra del Padre. Possiamo però comprendere che ciò che si manifesta nell’evento del salire al cielo, è la manifestazione del compimento di ciò che il Padre, in Gesù Cristo risorto, prospetta all’intera umanità. Ci dice Paolo: «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose». Proprio perché è il Figlio Unigenito, condivide senza riserve la vita e la gloria del Padre nella comunione dello Spirito con tutto ciò che lo riguarda e gli appartiene compresa la propria umanità. Gesù non vive il mistero dell'Ascensione solo per se stesso: lo vive per noi, lo vive per la salvezza di ogni uomo. L'Ascensione, infatti, non può essere solo il "lieto fine" del cammino umano del Figlio di Dio quale ritorno al punto di partenza celeste dopo il suo pellegrinaggio terreno di trentatré anni. Il Verbo fatto carne (Gv 1,14) che entra in questo giorno nella nube della vita divina è il Gesù che completa e colma l'abisso che già esisteva tra l'umanità creata e Dio creatore, un abisso che il peccato ha reso invalicabile. Con l'Ascensione di Gesù, la nostra umanità è entrata per sempre nel mondo della vita divina; la polvere della Galilea, che segna tutta l’umanità, è là insieme a Gesù, sempre ed eternamente nella Trinità e non può essere qualcosa che accade fuori dalla Trinità. Per questo l'Ascensione è la festa della speranza: Gesù, che ha tracciato la strada per tutti, chiede a tutti di seguirlo fino a quel punto perché, attraverso di Lui e in Lui, siamo introdotti nella gioia e nell'eternità del mistero della vita di Dio. Forti dunque di questa speranza, siamo autorizzati ad alzare lo sguardo verso quell’orizzonte e chiedere al Signore di liberarci da tutto ciò che incatena il nostro cuore e restringe il campo del nostro sguardo. L’ascensione di Gesù al cielo dice il testo di Paolo agli Efesini è: «per riportare i prigionieri a casa»; prigionieri della miseria, della violenza, del male che commettiamo e soffriamo. La nostra vocazione chiama tutti ad una sola speranza, affinché: «arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo», dice Paolo al termine dell’Epistola. Come nella nostra vita professionale e affettiva la maturità è importante, anche nella vita spirituale lo è. La maturità di fede emerge spesso negli scritti di San Paolo lui che è passato da infantile e immaturo nella fede, a maturo. Paolo lo esprime con la forza di uno che si avverte testimone all’interno delle giovani comunità cristiane che si stanno aggregando attorno alla parola del Vangelo. Invita con la sua predicazione a edificare il corpo di Cristo, a costruirlo finché tutti i suoi componenti arrivino all’unità delle fede nella conoscenza del Figlio di Dio. Dunque, è solo alla luce della Pasqua che i discepoli, tutti i discepoli, potranno comprendere ed in modo pieno il senso delle parole e dei gesti di Gesù.
È vero, la croce di Gesù non è eliminata, essa vale per sempre: «mostrò loro le mani e i piedi», ma la risurrezione proclama in modo inequivocabile la vitalità e la ricchezza della Vita la cui morte non ha avuto l’ultima parola. Con una immagine potremmo dire che Gesù non fa sparire la croce, ma la supera. Allora capiamo come può sembrare paradossale che il Vangelo oggi si chiuda dicendo che i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 53). È davvero importante che il Vangelo annoti la particolarità dell’essere "pieni di gioia". Il vuoto, la nostalgia che hanno provato per la partenza della persona da loro più amata, diventa lo spazio di Dio; non è Dio, ma è la domanda di Dio, è apertura all’Infinito. Dobbiamo essere grati di questo al Signore e riconoscere nei nostri piccoli passi concreti di fede, la possibilità di coltivare una comunione profonda con Lui; crescendo nel desiderio di Lui, possiamo tenere viva e ardente la speranza di essere compresi tra quei «prigionieri» che Gesù porta con sé. Questo è ciò che la festa dell'Ascensione ci autorizza a celebrare nella gioia e nel ringraziamento. Non si tratta di essere dei dolci sognatori; gli angeli che avvertono i Discepoli: «Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo», dicono anche a noi che non dobbiamo temere la solitudine o l'abbandono perché Gesù è entrato nella gloria del Padre; tornerà a noi con lo Spirito Santo che ci farà condividere questa vita in pienezza. Dunque, Ascensione come la festa dell’antica promessa resa nota già al giardino dell’Eden. Per nostro conto adesso, dobbiamo guardare la terra, amare avendo nel cuore il Vangelo che abbiamo ricevuto; guardare la storia, la vita, il cammino di fratelli e sorelle con cui faremo tutto il percorso della nostra avventura di discepoli. Chiediamo allora, il dono dello Spirito Santo ogni giorno; facciamolo pregando per noi, per la nostra comunità, e chiediamo allo Spirito del Risorto di aiutarci, di incoraggiarci e di sostenerci sempre. Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio così che l’uomo finalmente trova la sua dimora. Gesù, uscito dalla costrizione del sepolcro mediante la sua Risurrezione, oggi accompagna la nostra umanità nella libertà della casa del Padre; lì c’è la vita eterna, lì si è nel grembo dell’Amore che è Dio! Rimane forte nel cuore, l'immagine di quelle mani che portano il segno delle ferite della Croce quali segno di riconoscimento e di garanzia. Quelle mani, una volta confitte alla Croce, oggi si aprono ad una lunga benedizione sospesa in eterno tra cielo e terra che è davvero una regalo di grazia. È la sua parola definitiva, raggiunge ciascuno di noi, non avrà più fine.
