III DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO A
Gen 2, 4b-17; Sal 103; Rom 5,12-17; Gv 3,16-21
Dopo il ricordo del Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo, la liturgia ambrosiana delle domeniche dopo Pentecoste ripercorre la storia della salvezza che il Signore Dio via via ha condotto nei riguardi dell’umanità. Domenica dopo domenica saremo chiamati ad incontrare situazioni, doni, persone quali grandi riferimenti della storia della salvezza, anche se la storia della salvezza è sempre in atto per tutti. Il messaggio di questa domenica ci porta proprio all’inizio, all’inizio del tempo. Prende forma il mondo, ma soprattutto prende forma e volto l’uomo che diventa: «un essere vivente». È dono unico e originario che dichiara l’aspettativa di vita che Dio vuole dare alle sue creature; all’interno di questa aspettativa di Dio è collocato ciascuno di noi ognuno con la propria storia personale, con la propria provenienza, con i propri volti, con le proprie attese, con le proprie fragilità e le proprie fatiche. Dunque, l’uomo, essere vivente, quasi come un inno che celebra il Dio datore della vita. È dono di bellezza incalcolabile che chiede di essere custodito ed amato in tutti i modi così da favorire il recupero del senso quando questo viene smarrito. È testo grandioso il testo di Genesi quando ci racconta di Dio che soffia «l’alito di vita»; rende l’atto insuperabile per bellezza e profondità perché è il soffio di Dio, un soffio che l’uomo fragile deve costantemente tenere vivo altrimenti rischia di perdere la vitalità che continuamente rigenera. Il dono grande che ha dato il via alla storia degli uomini è il dono dell’emergere dall’anonimato, dal buio che tutto copre. Quell’emergere dell’uomo che «l’alito di vita» regala, è l’affidamento della libertà data all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». È parola antica che tuttavia fa comprendere l’avventura di libertà alla quale ogni uomo e ogni donna sono chiamati; una libertà senza confini come dono immenso e compagno di viaggio della vita di ciascuno, anche se rimane libertà fragile perché fragile è ogni creatura. L’essere viventi perché investiti del soffio di vita, produce la storia dell’umanità e in essa, uomini e donne trovano la forza di amare, di vedere, di gioire, di condividere; questo è il dono del nascere alla vita come dono insuperabilmente bello e nello stesso tempo affidato alla libertà dell’uomo. Affidato; l’antica espressione: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare», è parola che dice l’avventura di libertà cui è chiamato ogni uomo e ogni donna, ma è anche un dire che si è nati dalla scelta e dall’amore di Dio; Lui è il Dio il Signore della nostra vita, è a Lui solo va restituito sempre il primato. Non è imposizione, ma è la possibilità di comprendere il volto di Dio che chiamiamo Creatore che nel prosieguo della storia della salvezza si mostrerà nel volto di Gesù Cristo. Sarà Lui che chiederà a noi di pregare il Dio Creatore di ogni cosa con il nome di “Abbà, Padre”, e questo sarà la conoscenza del nome ultimo di Dio. Allora è bello essere con Nicodemo - ebreo dotto e pio – vicino a Gesù anche se è notte; avvertiamo come la grazia di essere cristiani sia davvero una nuova nascita, una conoscenza di ciò che è la vita che è l'unione con Cristo e conduce a giudicare nella verità, ad amare, a donarsi per passare dalle tenebre della morte alla luce della risurrezione. Il viaggio spirituale è davvero un percorso fatto di capovolgimenti che ci porta a vivere e ad attraversare la notte. Egli ci conduce in un cammino di conversione e per questo ci conduce attraverso la notte, "attraverso gli anfratti della morte" (cfr Sal 23).
A Nicodemo, che chiede come è possibile rinascere, Gesù esprime chiarendo l’attuazione della sua vita come missione ricevuta dal Padre: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Questo è il prezzo che Gesù ha pagato per aprire la porta del Cielo agli infiniti Nicodemo che si sono susseguiti nella storia e oggi la porta del cielo è aperta anche per noi. Solo vedendolo innalzato sulla croce potremo comprendere come la sua obbedienza sia davvero l’antidoto al veleno della nostra disobbedienza; potremo comprendere come la sua misericordia, il suo perdono siano non solo il riflesso ma anche la luce che l'infinita tenerezza del Padre ci dona perché ci vuole guarire. Nell'angoscia della prospettiva della croce, Gesù riceve dal Padre l'assicurazione di compiere con la sua obbedienza la missione di rivelare pienamente la gloria, l'essere stesso di Dio che si riceve dal Padre. Gesù è il dono più grande che potevamo aspettarci dalle mani del Creatore; è il dono che dà compimento alla creazione antica perché il Creatore, il Dio Padre di tutti, ci ha voluto esseri viventi con il cuore, con l’intelligenza, con lo sguardo, con la possibilità di amare, con la capacità di saper cercare per accoglierLo come Volto vero e nome che può essere invocato da tutti come «Dio ricco di misericordia» (cfr Ef 2,4-5). Questa è la parola che ci convoca e il testo del Vangelo ci conduce a riconoscere non soltanto il volto del Dio Creatore, ma soprattutto il cuore di Dio Creatore. Cuore di chi ama talmente il mondo tanto da inviare il Figlio suo per riscattare il mondo da ogni effetto deleterio. Quando poi l’annuncio entra a dare volto e spinta al cammino della giovane comunità di Roma che nasce dalla Pasqua di Gesù, davvero ci si sente aiutati a cogliere la novità di vita, di stile, di linguaggio, di desiderio e di passioni. C’è uno squarcio di futuro nell’inno di Paolo alla vita che ritorna. Dopo il dramma del male che ha diviso l’uomo, dopo che il peccato ha frantumato la coscienza, adesso, ci dice Paolo: «la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti». L’Apostolo può dirlo perché ne ha fatto esperienza diretta e lo dice attraverso una riflessione assai impegnativa ma molto bella. Gesù, che è il segno tra noi dell’amore di Dio, è Colui che ricostituisce in noi la possibile famigliarità con Dio. Generati dall’amore di Dio, riconoscenti a Gesù Cristo che ha fatto dono all’uomo e alla donna della vita, noi possiamo riconoscere continuamente come, ogni volta che una vita sboccia, ogni volta che un bimbo nasce, ogni volta che inizia l’avventura di libertà, le parole di Gesù non siano parole lontane che non si avverano. Dio è l’amante della vita e ci ha fatto dono della vita. Tante volte siamo esposti a fatiche, a rischi, però Signore, siamo anche avvolti dai tuoi doni che sono più forti di tutte le fatiche.
