IV DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
Gn 6,1-22; Salmo 13; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33

IV pentecoste 2023Parole drammatiche quelle che il Libro di Genesi ci presenta: «il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo». Domenica scorsa avevamo accolto la gioia del Creatore che consegna il suo tesoro più bello “l’uomo vivente” al creato; oggi la storia consegna ciò che si è inserito nel cuore di uomini e di donne e che ha fatto dilagare il male e la malvagità. «Può Dio aver dimenticato la pietà, aver chiuso nell'ira la sua misericordia?» si chiede il salmista (Sal 77,10), perché la frase di Dio fa pensare che Egli abbia ritirato la sua parola di creazione pentendosi di aver creato l’uomo. Non dobbiamo però dimenticare ciò che lo stesso libro di Genesi dice in merito alla creazione dell’uomo; Dio, parlando al plurale dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26) e arriverà a concludere che: «[Dio] vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31). Aggiunge l’aggettivo “Molto” al riconoscimento del buono che già aveva fatto nei giorni della Creazione. Allora l'espressione "pentirsi" assume la possibilità del rammarico di non essere stato compreso nell’aver compiuto un gesto che per sé e in sé era “molto buono”. Del resto, anche noi possiamo rammaricarci e dirsi pentiti di aver prestato denaro a una persona che poi si è rivelata insolvente, ma l’azione in sé era buona e non sbagliata. Dio non ha voluto intervenire nella storia di libertà dell’uomo quando lo ha posto nel giardino dell’Eden; questo ci dice come la libertà dell’intera umanità che ha la sua espressione originaria in Adamo ed Eva, sia fondamentalmente e assolutamente garantita da Dio anche se questa libertà porta a ribellarsi al proprio Creatore.
La storia che da lì si dipana sembra travolgere tutto; adagio adagio il male prende il sopravvento fin che dio non esprime quelle parole. La domanda del salmista «Può Dio aver dimenticato la pietà, aver chiuso nell'ira la sua misericordia?», trova però la sua risposta nella promessa di nuova Alleanza che Dio accende con Noè affinché coloro che da lui discendono, possano custodire la possibilità di bene, la possibilità di gioia e la possibilità di vita. La Parola di ri-creazione che oggi ascoltiamo, è proprio l’arca anche a dispetto degli uomini il cui: «ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre»; essa sarà l’opzione di salvezza e di ricominciamento per l’intero mondo creato. Certo, il male accade sempre; l’uomo creato per amore, nella sua libertà è tentato al male, Gesù stesso lo ricorda quando dice che principalmente il male accade nel cuore dell’uomo che lo genera e lo fa dilagare (cfr Mc 7,21). Nel cuore, dunque, è nell’intimo che si decidono le scelte di fondo; ci sentiamo coinvolti in prima persona dal testo di Genesi perché anche in noi, anche nel nostro cuore, alberga la possibilità di bene o di male e il testo di Paolo ai Galati lo indica bene. Esso ha uno sguardo che va oltre le facciate, va oltre le apparenze, va oltre i sogni e fa emergere la logica della carne e la logica dello Spirito. Per Paolo queste due categorie di pensiero sono la concretezza di vita. In fondo, parlando ai fratelli e sorelle di fede di quella comunità, Paolo dice che una vita che non si lascia per nulla educare e illuminare dal Vangelo, inevitabilmente sarà una vita alla mercè della logica della carne e del male. Paolo conosce come nella comunità dei Galati non manchino aspetti belli e positivi, ma conosce anche che il pericolo della logica della carne rischia di prendere il sopravvento quando si è chiamati a decisioni importanti. La predilezione nel custodire se stesso, il proprio benessere, il proprio primato, diventa infinitamente più importante della custodia che rende vero l’uomo come “l’essere vivente” e il testo del Vangelo esprime bene questo passaggio.

Gesù si richiama a Noè e a Lot per ricordare cosa sia successo nei momenti difficili narrati dal libro di Genesi: «come avvenne nei giorni di Noè e Lot […] così accadrà quando il Figlio dell’uomo si manifesterà». La manifestazione di Gesù mette in crisi la concezione frammentaria della vita lasciata scorrere a se stessa quasi fosse innestato il pilota automatico; la manifestazione di Gesù Cristo esige un ripensamento della propria vita, esige lo scuotimento delle coscienze dal torpore che rende tutto piatto e soprattutto esige la risposta alle domandi fondamentali che Gesù porta con sé. Oggi, nel contesto di una cultura materialistica, siamo ancora portati a comportarci come ai tempi di Noè: «mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e venne il diluvio e li fece perire tutti», (Lc 17,27), o siamo portati a comportarci come i concittadini di Lot che «compravano, vendevano, piantavano, costruivano» e a cui il Signore dice: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva». Sant’Agostino meditando su questo insegnamento di Gesù dice: "Chi è colui che perde la vita per aver voluto preservarla, se non colui che viveva esclusivamente nella carne, senza far emergere lo spirito; o colui che vive ritirato, dimenticando completamente gli altri? Perché è ovvio che la vita nella carne deve necessariamente essere perduta, e che la vita nello spirito, se non condivisa, si indebolisce”. Se infatti ci si è contenuti e conservati allo scopo di possederla in modo geloso ed esclusivamente egoista, la vita stessa appassisce, diventa sterile e muore. Il Signore ci presenta il Regno dei cieli che è in mezzo a noi; chiede a noi la scelta di vivere per il Regno che è lo stato di Dio, lo stato del Creatore; il Regno, infatti, ama con fedeltà ma esige amore. Donarci così in questa mandato, sicuramente porta ad un risultato che sarà definitivo. I piccoli fallimenti o errori commessi, non ci devono deprimere, non devono farci arrendere; Gesù Cristo ci dice di puntare i nostri occhi sull'obiettivo finale promesso dal Signore. Occorre quindi scegliere Lui, il Padre che intravediamo nel Figlio senza curarsi troppo se c’è la pioggia o il sole. Non dobbiamo temere e non dobbiamo arrenderci, ma continuamente perseverare come ha fatto Noè e come ha fatto Lot che non si è girato indietro a differenza della propria moglie che divenne statua di sale (cfr Gn 19,26). Ma appunto, chi può ancora avere il tempo di attendere? Non si può confondere l'attesa con l'impazienza. L'attesa del Regno di Dio non è come l’attesa di colui che sta aspettando che parta il proprio treno; l'attesa del Regno di Dio è un cuore che desidera e non ha paura di essere in ritardo. Colui che attende è colui che sa trovare nel suo profondo la speranza illuminata da un cammino fatto. È bella la sottolineatura di Simone Weil quando evoca la figura di due donne al lavoro: una esegue per costrizione un lavoro di cucito; l'altra lavora la maglia per il bambino che sta portando nel proprio grembo. I gesti sono paragonabili eppure, per una è un dolore e per l'altra è felicità. La parola di Gesù: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva», è parola di sequela; è parola che, una volta entrata nella vita di ciascuno di noi, ne mostra i frutti e gli sposi lo sanno molto bene. Se reputiamo la parola del Signore dura da accettare perché la nostra vita appare tutto ciò per cui siamo, ciò che amiamo, ciò a cui teniamo profondamente, esiste tuttavia un primato che si riconosce nell’altro e questo primato aiuta a dare forma e meta alla propria libertà che si fa vera comunione con il Signore. Aiutaci, Signore, perché davvero la nostra vita sia attraversata così.

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