V DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
Gen 11, 31. 32b – 12, 5b; Sal 104; Eb 11, 1-2. 8-16b; Lc 9, 57-62

V pentecoste 2023«Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò»; è l’affacciarsi improvviso di Dio nella vita di un uomo che è anche un capo clan di una popolazione nomade abituata a trasmigrare di terra in terra, di pascolo in pascolo e Abramo va. Inizia un cammino totalmente affidato alla parola di una promessa. Avanti nell’età lui e sua moglie Sarài sono destinatari oltre che della promessa di una terra nuova anche di una promessa di una discendenza numerosa: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione». Era una coppia oramai anziana senza figli, e quella promessa era ritenuta irrealizzabile per le conoscenze umane, ma Colui che l’ha proferita è il Signore e Abramo si affida alla sua promessa. La Lettura ci narra solo della chiamata, ma la vita di Abramo sarà tutta avventura di fede che conoscerà i suoi travagli, momenti di incertezze e di crisi, ma anche il rinascere per il suo continuo affidarsi a Dio. Questo è il primo messaggio che ci viene dato, quello di metterci nelle mani del Signore e dire “guida la mia vita, conducimi tu; ritma tu il mio cammino, la direzione, la parabola da seguire”. Ci chiediamo: noi da dove dobbiamo uscire, verso dove dobbiamo incamminarci e soprattutto, verso chi. Queste domande affiorano man mano che si entra con attenzione nel testo che la Liturgia oggi ci chiama a ricevere; è già ricchezza immensa che da sola potrebbe anche bastare, ma è bello avvertire che questa parola abbia trovato risonanza già nelle giovani comunità cristiane sorte alla luce della Pasqua di Cristo. La Lettera agli Ebrei è già linguaggio cristiano di chi avverte la necessità dell’ascolto profondo della parola del Signore Gesù; è invito ad avere quella fede nel percorrere il lungo il cammino della propria vita come stranieri e pellegrini, perché la dimora stabile non è qui. È invito rivolto a tutti di avere presente il traguardo della città definitiva che non è più solo promessa, ma è la certezza perché la Pasqua di Gesù ha aperto «le porte di Gerusalemme risuoneranno di canti di esultanza, e in tutte le sue case canteranno: «Alleluia!», dice il libro di Tobia. Anche se si avrà una terra, si abiterà una casa, si vivrà una cultura, si permarrà in una storia, la Lettera agli Ebrei ci dice che questa non è la definitività. Essere, sentirsi forestieri e viandanti, suggerisce la necessità di avere lo stesso atteggiamento di Abramo, quello che presta ascolto e sa affidarsi; camminare quindi con lo stile e l’animo di chi ha la certezza che il Vangelo lo guiderà. Anche Luca ci parla di sequela del Signore Gesù. È pagina che ha una connessione bella e vera con la prima Lettura, ma è il Signore ad aiutarci a cogliere il significato. Intanto possiamo dire che è un discorso fatto a tutti e non solo agli Apostoli; Luca la consegna a noi così, anche se ognuno di noi è chiamato ad una singolarità di vocazione. È pagina davvero forte e radicale il cui il linguaggio è immediato, fin quasi tagliente non tanto perché Gesù sia duro e spietato, quanto perché limpidamente esige il cambiamento degli orizzonti. Vi è una radicalità di inclusione che dice benevolenza e apertura. Questa è la radicalità evangelica: quella della misericordia, dell'apertura di tutti alla salvezza e si manifesta nelle parole e nelle opere di Cristo. "La misericordia è l'atto ultimo e supremo con cui Dio ci viene incontro nel suo Figlio", ha scritto Papa Francesco incontrando i membri di associazioni, congregazioni e movimenti dedicati alla misericordia della Francia (Sala Concistoro – Venerdì 13 dicembre 2019).

Un po’ come dire e indicare a tutti: guarda hai trovato una perla preziosa adesso vai. Il Vangelo non dice nulla dei personaggi che via via si incontrano, ma questo non è un procedere anonimo perché, come ormai abbiamo imparato, tutti sono chiamati ad immedesimarsi in quei tre personaggi. Proprio perché non hanno nome, possiamo scrivere e mettere il nostro perché è parola detta a noi, qui e ora. Il Signore ci dice: se vuoi seguirmi, affidati, infatti, neanche: «il Figlio dell’Uomo […] ha una pietra dove appoggiare il capo». Chi vuol seguire Gesù deve sapere che non c’è niente di sicuro né di accomodante per i propri bisogni. Non è data a nessuno la sicurezza del vivere in tranquillità nella vita terrena e questa eventualità spiazza visto che si stenta parecchio a procedere senza le programmate sicurezze, senza le garanzie, senza condizioni preparatorie. Tante sono le ragioni che si possono addurre, alcune sono anche molto serie, lo dico con rispetto di tutti, anche per me, ma Dio ci chiama mentre noi siamo in mezzo alla nostra vita. Non si aspetta che siamo perfettamente pronti a compiere quanto ci viene chiesto, non lo sono stati neanche gli Apostoli, ma quello di cui si è decisamente sicuri è il fatto che sarà Lui a darci tutto il necessario per colmare il nostro vuoto. Quello che ci chiede è di dargli tutta la nostra disponibilità di vita, il resto seguirà. Il Dio che cerchiamo è Colui che continuamente si incarna nella vita di ciascuno facendosi Parola e lasciandosi spezzare nel Pane del suo Corpo; dunque, quel: «lascia che i morti seppelliscano i loro morti», non vuole dire che la sensibilità è messa al bando, ma sottolinea l’urgenza della sequela. Gesù, infatti, dice: «tu seguimi»; è richiesta la libertà nell’adesione all’incontro decisivo della nostra vita con il Maestro di Galilea e sempre nella libertà, scegliere. Il Signore chiede di non aspettare, di non procrastinare introducendo altre cose; il tempo della sequela è già ora, è già questo. È un Vangelo deciso che chiede di non avere rimpianti o nostalgie. Domenica scorsa Gesù ci diceva : «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9,25), oggi ci dice che, se scegliamo di metterci in cammino come ha fatto Lui, la sequela deve essere costante: «nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio». Hai scelto, ti sei messo in cammino, vai, perché sarà un Altro a custodire coloro rimasti indietro o a casa. Per il discepolo non c’è più un “prima” rispetto al “regno di Dio”. Tutti sono oggetto di chiamata che avrà certamente espressioni diverse da quelle di Abramo e di questi tre anonimi personaggi che il Vangelo ci presenta, ma la chiamata è chiamata. Siamo convocati con il nostro nome affinché il Regno di Dio si possa compiere anche in questo piccolo fazzoletto di terra che abitiamo. C’è una prospettiva nuova per chiunque sia che ci si decida di abbracciare la chiamata religiosa, sia che ci si decida di aderire alla vocazione di formare la propria famiglia. La nostra volontà, le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre miserie, saranno aiutate dalla forza di Colui che il cammino l’ha compiuto fino in fondo e il cui traguardo è stata la Croce. Solo se si inciampa su questa parola (Lc 24,25-27). Poi, sarà essa stessa che, a poco a poco, accenderà un fuoco dolcissimo che riporterà sulla vera via di Gesù, abilitando a seguirlo (Lc 24,32-33).

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