IX DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
2Sam 12,1-13; Sal 31; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12

IXPente2023Testi diversi l’uno dall’altro che aprono a riconoscere la profondità del perdono che la misericordia infinita del Signore ci dà come dono. Il Vangelo ci fa fermare a Cafarnao; l’essere a Cafarnao di Gesù dice la volontà del suo porsi là dove le persone vivono e crescono. L’espressione che apre il Vangelo odierno: «Il Signore Gesù entrò di nuovo a Cafarnao», non esprime solamente un movimento, ma mostra come la sua volontà sia quella di vivere pienamente con tutti. Gesù, infatti, vuole entrare nei villaggi ed entrare nelle case dove si sperimenta il dolore, ma anche l’attesa, la speranza e la gioia. Il racconto evangelico è ingegnoso e creativo; non riescono a portare il loro amico o parente paralitico su un lettuccio davanti a Gesù per la ressa della gran folla, e allora rimuovono parte del tetto per consentire loro di calarlo alla presenza di Gesù. Fede o incredulità, che cosa prevarrà nel cuore degli uomini che sorpresi assistono alla scena? Il dramma che attraversa tutto il ministero di Gesù è già presente fin dai primi giorni a Cafarnao. La fede esiste realmente in quegli uomini che portano la barella; una fede determinata, attiva, quasi impaziente. Soffrono nel vedere soffrire quell’uomo miseramente minato nella sua mobilità e sanno che Gesù è per lui l'ultima e la vera possibilità perché solo Dio lo può guarire; agendo così, non solo la loro fede è proclamata, ma si traduce in carità. La loro intraprendenza dice a noi un primo elemento da osservare: la necessità che agli infermi sia data la possibilità di incontrare Gesù. Quel fascio di sofferenza e miseria che da sé non può più fare nulla, solo con l’aiuto di altre persone può avere la possibilità dell’incontro con Gesù Cristo. Il Vangelo mostrerà come la loro disponibilità ad aiutare quell’uomo sfortunato, abbia la radicata la certezza che, se Gesù incontra quest'uomo, allora quell’uomo sarà guarito. L’incredulità è però la sorpresa grande che circonda Gesù. Quanto Gesù dice a quell’uomo finalmente di fronte a Lui, è parola altra rispetto alle aspettative generali: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Non parla di subito guarigione fisica, parla di guarigione dell’anima come a dire che per Gesù la guarigione dell’anima è preziosa ed è preparazione alla restaurazione intera dell’uomo. Per questo che gli scribi presenti in quel luogo mormorano fra di sé pensando: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». L’incredulità è proprio in questo pensiero: si attendevano la sola guarigione fisica, e invece Gesù si comporta in modo diverso e imprevedibile. Da notare che il dialogo mostrato dal Vangelo, in realtà non è un dialogo fisico fatto persone diverse; a parlare è soltanto Gesù che riprende i pensieri degli scribi, ma anche di coloro che hanno assistito al fatto dicendo: «Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”?». Dicendo così Gesù chiede un esodo dal pensiero troppo radicato sul convincimento religioso che la Legge degli scribi e farisei imponeva. Chiede una ventata di libertà nell’aderire al suo Vangelo; chiede un esodo che è duro da realizzarsi, ma porta all’incontro vero. Tuttavia, la sua aspettativa non sempre è accolta; piuttosto che ammettere che Gesù proviene da Dio perché compie le opere di Dio, si preferisce pensare: "Quest'uomo bestemmia!". Il rischio per tutti è quello di rifiutare Gesù come paradigma a cui riferirsi e si tenta sempre di riportare Cristo alle dimensioni dell'ordinario umano chiudendolo negli schemi e nelle logiche della ragione umana. Qui avviene la restaurazione di quell’uomo profondamente invalido: «sappiate che il Figlio dell’Uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra […] dico a te: alzati prendi la tua barella e va a casa tua».

Il peccato non è descritto nella sua forma; il Vangelo vuole farci cogliere la fragilità dell’uomo, le tante sue possibili incoerenze e vuole dirci che Gesù vuole donare la pace del cuore, vuole donare l’esperienza viva di rinascita che il perdono dei peccati porta. «Figlio mio», indica proprio la volontà di Dio Padre ad accoglierlo nella sua casa ed in quella figura siamo rappresentati anche noi. Anche noi, infatti, siamo invitati da Gesù Cristo a prendere la nostra barella simbolo delle nostre infermità e tornare nel senso più pieno alla nostra casa, alla nostra comunità dalle quali il peccato ci ha davvero allontanati. Testo in sé è lapidario che però annota e fa emergere la grandezza del Maestro di Nazaret e la misericordia con cui Dio Padre vuole abbracciarci. Il perdono dato da Gesù nella guarigione del paralitico è la completa restaurazione del malato e in lui, ci siamo anche noi. L’altro testo su cui è bello soffermarsi è quello proposto dalla Lettura. Il re Davide, uomo grande, uomo caro a Dio, arriva a consumare lucidamente una scelta gravissima: quella di fare in modo che Uria, l'Hittita marito di Betsabea, donna di cui il re Davide si era invaghito, venga mandato nel luogo più pericoloso della battaglia così da perdere la vita per consentire a Davide di continuare quella relazione. Davide ha splendidi passi di vita, ma ha anche cadute e inquietanti momenti come questo. Il testo proposto aiuta tutti perché fa emergere come il peccato sveli il cuore di chi lo commette. Se prestiamo attenzione al racconto notiamo che, quando ascolta l’apologo raccontato dal profeta Natan, Davide si indigna, ma viene riportato alla realtà dal profeta che è uomo di Dio: «Tu sei quell’uomo!». C’è una rivelazione del cuore che non può più essere nascosta a Dio; la fragilità umana porta a compiere malvagità perché ospita nel proprio cuore pensieri che adagio adagio conducono, travolgono e portano ad intraprendere quei passi che inizialmente Davide, o chiunque di noi, non avrebbe creduto di voler fare. Il peccato svela la verità della propria vita; possiamo nasconderci dietro le nostre parole per far credere quello che vorremmo essere o pensiamo di essere, ma non c’è dubbio che quello che veramente si è, viene raccontato dalla propria vita, dai propri gesti, dai propri linguaggi, dalle proprie scelte, dai propri passi. Sono loro che parlano infinitamente di più e in maniera diretta. Ma il testo ci dice anche che a tutto questo c’è ancora un rimedio. Dio non vuole che nessuno si ripieghi su se stesso chiudendosi così alla sua grazia, il testo ci dice che c’è sempre una seconda possibilità. Se abbiamo agito male e abbiamo il cuore inquinato, perché non percorrere la strada che lo purifica riconoscendo la nostra infermità: «Ho peccato contro il Signore!». Davide lo afferma togliendo ogni velo che possa anche solo velare questa verità; lo fa con schiettezza per questo diventerà la figura di colui che, pur sapendo di aver commesso quel peccato ed aver infranto l’alleanza, avverte Dio come la presenza amica e riconosce se stesso. Il peccato che normalmente tende a soffocare la vita ed allontanare la sua Fonte, se riconosciuto fa spazio alla verità sulla nostra vita così che l’ultima parola non sia più quella del peccato, ma sia la parola creatrice di Dio: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato». È dunque possibilità di rinascita che però chiede di essere vissuta nelle relazioni con gli altri. Non è sufficiente infatti che Dio perdoni, è necessario che gli uomini si perdonino a vicenda. Senza il perdono ricevuto e dato, il peccato tornerà a fiorire dando risalto all’egoismo, all’odio, al risentimento, alla vendetta, al disprezzo, all’orgoglio. Perdono è la parola chiave della liturgia di questa domenica, ma è la parola più elevata nell'amore; permette di respirare, permette di ricominciare da capo per vivere in pace con se stessi e con gli altri. Davvero sia così per ciascuno di noi.

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