XI DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
1 Re 19, 8b-16. 18a-b; Sal 17; 2 Cor 12, 2-10b; Mt 10, 16-20

XI pentecosteLa potenza di Dio non è ciò che l'uomo crede spontaneamente e l’episodio di Elia all'Oreb è lì a dimostrarlo: solo dopo una leggera brezza Elia si velò il volto con il suo mantello ed uscì. Elia aveva capito che Dio non è nelle manifestazioni di potere che tanto ama il mondo, ma è nel fruscio dal respiro debole che è la brezza leggera. Questo è il paradosso di Dio che attraversa tutta la Bibbia a partire dalla sorprendente scelta di un popolo molto piccolo per comunicare al mondo la vera e più grande notizia: la redenzione dell’umanità. Sceglie un uomo balbuziente di nome Mosè come suo portavoce e artefice della liberazione dalla schiavitù d’Egitto; sceglie una coppia sterile, Abramo e Sara, per suscitare la speranza di una discendenza numerosa come le stelle; sceglie un pastorello di Betlemme, Davide, per sconfiggere il gigante Golia e secoli dopo, ancora da Betlemme piccolo villaggio insignificante, si incarnerà lo stesso Figlio di Dio che vivrà nascosto per trent'anni in un villaggio perduto di cui ci si chiedeva: "Che bene può venire da Nazaret?” (cfr Gv 1,46). Ma ciò che esce da Nazaret è il Verbo, è la Parola, come dice l’evangelista Giovanni; Parola che, come seme, è gettata a tutti subendo il rischio di essere calpestata e dispersa. Dio si pone così; al dominio con la forza Lui preferisce l’apparente fallimento della Croce di Cristo suo Figlio per far trionfare l’Amore. E di questo amore Paolo se ne fa interprete e portavoce. L’Apostolo delle genti, nelle difficoltà che incontra nella sua missione di proclamare il Vangelo, trova l'aiuto nella promessa fatta: «Ti basta la mia grazia» che lo farà rimanere umile, per quanto il suo carattere lo permetterà. Alla sua richiesta d'essere sollevato dalle sue pene, Dio non gli fa mancare la sua grazia, la sua vicinanza, il suo conforto tanto che l'Apostolo riconoscerà la contraddizione secondo la quale è proprio quando avverte tutta la sua debolezza, il suo sentirsi oltraggiato e immerso nelle difficoltà, allora lì si scopre forte della forza di Colui che in lui dimora: Cristo. È contraddizione talmente fuori dagli schemi della ragione umana che ci lascia di stucco tanto che diventa domanda anche per noi chiamati tutti a vivere e lavorare per il Vangelo. Siamo tutti pronti per questo? Se ripensiamo a noi stessi, alla nostra esistenza, quante volte abbiamo abbandonato a portare a termine le cose in cui crediamo e che sono fondate sulla Parola nuova e bella del Vangelo, in famiglia, sul lavoro, nella comunità in cui viviamo, perché ci siamo trovati di fronte a difficoltà e a reazioni negative. Come spesso succede, la motivazione positiva e altruistica dell’andare verso l’altro fratello che ci è vicino, è spesso ostacolata da incomprensioni culturali. Al giorno d'oggi, testimoniare Cristo significa essere esposti, per usare un eufemismo, alla derisione. Quando Gesù ci chiede di essere testimoni del suo amore, prevede la persecuzione come contesto di questa testimonianza. Non sono incidenti che capitano e i martiri (più numerosi nei nostri tempi di quanto successo all’inizio del cammino della Chiesa), ci dicono che non c'è testimonianza al di fuori di questa avversità, qualunque forma essa assuma. Oggi si può essere carnefici usando male i social media; lo strumento per sé è anche buono, ma quando li usiamo in modo cattivo e in modo del tutto gratuito e disumano, i più deboli sono colpiti e ridicolizzati e noi diventiamo impietosi proprio come i carnefici lo erano con le loro vittime. Sappiamo che in gioco c’è la libertà dell’uomo che può manifestarsi nell’indifferenza, nella contrapposizione arrivando anche alla persecuzione vera e propria, ma sappiamo anche che la missione di essere discepoli testimoni di Gesù, deve far fronte alla sproporzione dei mezzi che spesso sono i punti di forza dell’avversario che maschera la propria debolezza con la ferocia.

Il discepolo, ci dice Gesù, deve accogliere l’altro sapendo da subito che l’altro non è disposto a d accoglierci trasformandosi in persona disumana. Gesù però ci rinfranca in questo: sarà costante la Sua presenza nell’azione di chi gli è fedele, e questo a dispetto di tutte le fragilità e di tutte le contrarietà che si possono incontrare. Non la fuga dal monte Carmelo come fa Elia né tantomeno ci è richiesta la forza e la sapienza di ragionamento per affrontare i tribunali che oggi sono principalmente mediatici; a noi discepoli della nostra ora, è richiesta la prudenza per non cedere ed essere risucchiati nella mondanità. La testimonianza del Vangelo suscita l'uomo nuovo e chiede di disfarsi dell'uomo vecchio che è in noi. Cristo invita ad andare; il suo invito è rivolto a tutti e non solo ai sacerdoti o ai religiosi che aderiscono a quella chiamata. Ognuno di noi è chiamato a vivere la propria vita nella piena integrità del Vangelo perché solo così si può testimoniare la propria appartenenza. Tutti, nessuno escluso, siamo chiamati ad essere donne e uomini che si aprono all’altro vivendo con umiltà la propria vocazione: dal pulire le strade al curare corpi che la malattia rende irriconoscibili; dall’affabilità nel ricevere i piccoli scolari alla grande esposizione del sapere umano delle università. Tutto con l’umiltà di sapere che ci basta la Sua Grazia che è il dono e la forza per i suoi discepoli, ma è anche richiesta di una esperienza interiore condotta attraverso la relazione e la contemplazione di Gesù e della sua vita. Armarsi dell'abilità dei serpenti e del candore delle colombe, guardandosi da ogni fiducia sconsiderata nei propri mezzi, ma anche rifuggendo da ogni compromesso con lo spirito del mondo. Questa è la difficoltà, il delicato e vero equilibrio da trovare e salvaguardare. Tutti i rischi possono essere presi, poiché il Signore è fedele, ma è importante non intraprendere strade che non lo sono. Occorre mantenere l'anima e il cuore in uno stato di umiltà costante della propria azione. La testimonianza del discepolo non ha nulla a che vedere con la trasmissione dell'informazione: è una trasformazione di tutta la creazione, a cominciare dal cuore degli uomini. Lo Spirito ci rende figli nel Figlio così da essere persone nuove. Non dobbiamo preoccuparci: «Il Signore ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli» (1Tm 6,11). Siamo nelle mani di Dio; possono portarci via tutto, ma non la Sua Grazia e questo da sola ci basta.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy