XII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
2Cr 36, 11-21; Sal 105; Rm 2, 12-29; Mt 11, 16-24

XII pentecosteSembra proprio che Gesù, raccontando questa piccola parabola, voglia assumere, nei nostri riguardi, la posizione di quei bambini che gridano ai loro compagni: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!». Noi siamo costanti nel perseverare negli sbagli, ma, e questo è il peggior lato umano, anche nell’indifferenza; Dio invece, si adopera con modi differenti per farci allontanare dalle cattive distrazioni in cui spesso ci immergiamo e ci sprona a lasciare la nostra apatia fatta di indifferenza agli avvenimenti che Dio crea intorno a noi; Lui vuole coinvolgerci nella sua vita per attrarci davvero verso di sé. Gesù si mostra deluso dai nostri cuori spesso anticonformisti e ingrati: «A chi posso paragonare questa generazione?». L’apatia vince sulla nostra felicità così che siamo portati a lamentarci sempre. Osiamo persino accusare e rendere Dio responsabile di tutto ciò che ci infastidisce, ma, dice Gesù: «La sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie». Gesù Cristo è l'incarnazione della sapienza di Dio; Gesù con la sua fecondità di vita si fa modello per ciascuno di noi sempre tentati di disertare. Perché stiamo o vogliamo fuggire? La causa è la nostra mancanza di umiltà. Giovanni Battista raccomandava di "diminuire" per rendere vero l’essere discepoli. Noi, ad attimi di trasporto, spesso alterniamo la dispersione di giorni e giorni di oblio costruendoci così una cattiva immagine che vuole nascondersi dietro false scuse e false finzioni. Già all’alba dell'umanità Adamo ha incolpato Eva, Eva ha accusato il serpente e sembra proprio che, anche dopo tanti secoli, non sia cambiato nulla. La pagina di Vangelo mostra come Gesù sperimenti la delusione di aver incontrato cuori duri, incapaci di cogliere il valore dei doni e della parola di cambiamento che continuamente semina. La vicinanza del Regno di Dio non ha provocato nella gente di quelle città un appello alla conversione e alla penitenza. Gesù riconosce che Sidone e Tiro (città pagane), avrebbero beneficiato meglio delle grazie riservate alle città galilee. C’è dunque in Gesù afflizione per questa chiusura e non tanto perché non abbiano capito, quanto perché a vincere è l’indifferenza. L’Onnipotenza dell’Amore viene imbrigliata dalla libertà umana di non voler cogliere il Dono che quella Presenza manifesta. Questo assenteismo provocano le dure parole di giudizio da parte di Gesù; è la situazione visibile di un cuore costretto ad assistere alla rovina dell’amato e che dopo diversi tentativi di riportarlo sulla retta via, alla fine deve solo trarre la conclusione che quella salvezza viene rifiutata. Quante volte anche noi ci arrendiamo davanti all’indifferenza dell’altro e si arriva a dire: “va bene, fai come vuoi”. Tutta la liturgia odierna è ferma su questo aspetto. Non è tanto una questione di perdono o non perdono, ma è l’indifferenza di colui che si ostina a voler proseguire sulla strada che sa e conosce essere strada errata senza mostrare segni di conversione ricadendo così ancora e più puntualmente nell’errore che ferisce lui e gli altri che lo amano. All’abbraccio di Colui che ama veramente, si preferisce soddisfare la logica della pancia, del successo, della propria visione infallibile del mondo e dell’essere in primo piano a scapito di tutto ciò che è utile a generare vita. La storia, ce lo insegna la nostra esperienza, si ripete affliggendoci ancora oggi: quante volte nella nostra comunità, nelle nostre famiglie si preferisce non rivolgersi più la parola e tagliare i ponti, piuttosto che accettare la correzione fraterna o rinunciare a qualche interesse troppo personale?

Quante volte le relazioni giungono ad un capolinea, perché vengono meno i famosi compromessi utili ad accettare i propri limiti e difetti che l’altro fa notare, stimolando anche una nostra crescita? Sono passati due millenni da quando l’evangelista Matteo ha focalizzato l’atteggiamento della gente con cui Gesù viveva, ma l’apatia, la noncuranza del popolo di allora si ripete ancora nei nostri giorni. Quante volte invece di ringraziare Dio dei doni che ci dà non sappiamo fare altro che lamentarci, non riusciamo a vedere altro che quello che ci manca. Conversione ha in sé il termine ravvedersi, avere cioè l’umiltà di capire di non essere i detentori del sapere assoluto; è lasciarsi avvolgere dal beneficio del dubbio sul proprio operato affinché si crei lo spazio utile che ci faccia accogliere qualcosa di veramente diverso. Siamo in cammino e per quanto a volte ci atteggiamo a maestri o predicatori provetti o guide spirituali della morale, le nostre miserie riflesse nelle nostre azioni, metteranno sempre a nudo ciò che siamo veramente e ciò che deve essere migliorato. Il ritorno a Dio, il richiamo alla radicalità dell’amore fraterno che in maniera diversa ci viene continuamente chiesto, diventa ventata d’ossigeno per cogliere nuove sfumature e colori nel nostro orizzonte. È mistero grande la libertà dell’uomo! Possiamo dire "no" a Dio, il nostro Creatore perché il Vangelo non si impone con la forza, ma è offerto e noi possiamo chiudere o aprire il nostro cuore; possiamo accettarlo o rifiutarlo coscientemente, il Signore rispetterà totalmente la nostra libertà di scelta. La speranza che ci auguriamo è quella di saper riconoscere la “musica” che Dio suona per noi attraverso i suoi messaggeri e con i suoi doni di cura e di amore.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy