DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO A
1 Mac 1,10. 41-42; 2,29-38; Sal 118 (119); Ef 6,10-18; Mc 12, 13-17

MGB 2023Non è facile parlare di martirio, in genere si tenta di scostarlo dai nostri pensieri, ma sappiamo però che dentro il cammino della fede che è dono che Dio ci ha dato chiamandoci ad essere figli e parte del popolo che a Lui appartiene, questo passo può essere richiesto. La Lettura tratta dal Libro dei Maccabei, oltre a scandire la brutalità con la quale viene compiuto l’eccidio, fa risaltare la limpidezza e forse anche la serenità con cui l’uno si sente sorretto e aiutato dall’altro a vivere il momento più doloroso per la propria vita, appunto il martirio. Sono persone appartenenti ad una comunità che camminano insieme nelle fede sorretti dalla Parola del Signore che non vogliono venir meno nella fedeltà al Dio dei loro padri. Non vogliono uniformarsi alle disposizioni legislative emanate dal dominatore Antioco Epifane che prevedevano l’abbandono della propria religione a favore dell’instaurazione di un solo popolo che avesse anche déi stranieri e non più l’unico Dio che li aveva fatti uscire dall’Egitto. Vanno nel deserto per questo, vanno a vivere l’antica peregrinazione che la loro memoria poneva davanti a loro prima della loro pasqua; ma una folla di mille persone non riesce a nascondersi così vengono brutalmente sterminati nel giorno a loro più caro, il sabato giorno destinato al culto e al ricordo di Dio. C’è davvero una profonda distanza tra coloro che si adeguano a tutto pur di non avere noie o seccature, e invece coloro che rimangono totalmente fedeli alla legge del Signore anche quando sanno che la loro fedeltà li accompagnerà alla morte. Papa Francesco nella canonizzazione dei martiri coreani nell’agosto del 2014, ci ha regalato riflessioni di una grande intensità. Il papa, con la sua nota libertà espressiva chiedeva: “che cosa c'è nella tua vita per cui tu possa dire vale la pena di darla, di consegnarla? Che cosa c'è di così grande, di così decisivo?”. Penso che quelle parole oggi possano raggiungere anche noi perché sono domande vere che aiutano la vita di tutti soprattutto nei passaggi difficili o addirittura drammatici. La risposta o non risposta a quella domanda mostra il sentiero intrapreso; un sentiero che porta nelle braccia del Signore Gesù Cristo oppure porta alla perdizione. Scegliendo il Vangelo si sceglie la sequela del Signore, si compie un passo decisivo, vero ed esigente verso di Lui, ma è cammino che ha bisogno di essere rinvigorito domenica dopo domenica nell’incontro con il Signore, ascoltando la sua Parola e spezzando il Pane che Lui ci consegna insieme alla nostra comunità. Gesù ha vissuto per primo la scelta di essere fino in fondo obbediente al Padre; Lui che ha scelto di farsi piccolo tra i piccoli, ha percorso il suo cammino fino al totale dono di sé nella sua Pasqua. La sua relazione con il Padre ha permesso a tutti coloro che lo hanno seguito di essere figli nel Figlio perché entrati a pieno diritto nella salvezza. Questa è la grazia che continuamente ci viene riversata per aiutarci nel vivere i perché e le passioni forti della vita. È quanto ci dice la pagina del Vangelo. Chi non ricorda anche solo proverbialmente la massima “dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”?

È frase assai citata come esempio di giustizia umana, e tuttavia, Gesù non vuole solo sottolineare il legame imprescindibile per il credente di essere anche un buon cittadino, ma vuole andare oltre: la prerogativa fondamentale del rapporto che il credente ha con il Dio di Gesù Cristo che noi chiamiamo Padre. «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio», è frase che parla all’intima libertà del nostro cuore; se la relazione con l'autorità civile può essere quantificata, può essere espressa nei termini di dare e avere, non è possibile farlo con il Signore.
Lui ci ha detto: «Io sono il Signore, tuo Dio» (Es 20,1). Al Signore dobbiamo dare ciò che siamo, il nostro essere. Gesù chiede di non dare a nessun Cesare che a turno si ergono a paladini ciò che è solo di Dio: la vita dei suoi figli. La vita, la dignità o la felicità degli uomini non devono essere sacrificate a nessun potere. Dio ci chiede di operare nel mondo per realizzare il Suo regno di giustizia e pace. Per fare questo occorre fare scelte coerenti con il Vangelo: a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Allora nel rendere a Dio le cose di Dio, è incluso l'obbligo di restituire le cose di Cesare, le cose degli uomini, i doveri terreni. Ciò che è dovuto a Dio abbraccia ciò che si deve restituire ai poveri, agli esclusi, agli sfruttati, alle vittime dell'ingiustizia, ai senza voce, ai non aventi diritto, ai condannati, ai dimenticati, agli schiacciati sotto tutte le forme dell'oppressione, a coloro che sono stati privati della loro dignità. Questo è l’inventario che dobbiamo attuare per essere davvero nella relazione con Lui che ci chiama amici (Cfr Gv 15,12-17). È un po’ quanto ci dice la bellissima pagina di Paolo agli Efesini. Siamo invitati a mettere nella nostra bisaccia (che poi è il nostro cuore), un equipaggiamento che non ne ritardi il passo. L’Apostolo delle Genti sta vivendo i contrasti con persone di fede giudaica, sta sperimentando fatiche, insidie, rifiuti e persecuzione, ma sta anche conoscendo le gioie di aperture inaspettate al Vangelo che vengono dall’adesione alla sua predicazione e alla sua testimonianza. Ci sentiamo aiutati in questo; ci sentiamo aiutati a convergere con il nostro cuore e con la nostra mente attorno a Colui che ci dà la forza per riuscire a farcela. L’invito che a tutti fa: «State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace», è fatto per rafforzarci nel Signore perché la lotta vera da affrontare per essere profondamente fedeli a Dio, è il contrasto al male che è in noi e fuori di noi. La fede, ci dice Paolo, è sempre esperienza spirituale che si riversa sul vissuto concreto, e questa è la pienezza del dono di Dio. La fede chiede di percorrere le strade del discepolato; allora, quali sono le risorse che dobbiamo mettere nella nostra bisaccia se non la Parola di Dio che ci aiuta a vivere e a riconoscere la meta alla quale quella Parola ci indirizza? Essa è bagaglio che scalda il cuore e dà forza, fa intravvedere la meta alla quale siamo chiamati, fa vedere la bellezza del volto di Dio nelle persone che ci affiancano in questo cammino. Se si ha la libertà del perdono e il coraggio della dedizione all’altro, questi si fanno regalo e principio di vita nuova anche per loro.

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