DOMENICA CHE SEGUE IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO A
Is 65,13-19; Sal 32; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11

DopoMartGB 2023I Vangeli sono spesso attraversati da personaggi che appaiono una sola volta come la Samaritana, la vedova di Naim, il centurione, il capo della sinagoga e molti altri che ci regalano un’immagine luminosissima, ma ci sono personaggi che ritornano più volte e questo ci dona la temporalità, qualcosa che dice il senso della durata e illustra un cammino. Penso alle figure degli Apostoli, alle figure di Nicodemo, Maria Maddalena, alle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria e altri ancora. C’è espressa in quelle figure l’interiorità di uomini e donne che dal Vangelo vogliono farsi guidare. Ma tra le persone che ricorrono più volte, la figura di Erode non brilla certo per saggezza. Erode, benché governi uno dei regni in cui era suddivisa la Giudea in epoca romana (questo è il significato di tetrarca), qui è alla periferia della conoscenza di Gesù; sente parlare di Lui, lo vorrebbe incontrare, lo vorrebbe vedere perché è impressionato dal racconto che altri fanno. La notorietà di Gesù la percepisce solo dalle parole di altri e attraverso le loro vedute, i loro giudizi, ma lui, Erode, non riesce a farsi un'idea personale, non sa cosa pensare di Gesù e per questo non lo conosce. Il suo desiderio di vedere Gesù è più ispirato dalla curiosità per quella Persona, che dalla reale volontà di porsi alla sua sequela. Tende infatti a rimandare, a lasciarlo accadere, a non farsi carico di un cammino che lo possa avvicinare, tanto è vero che, quando lo incontrerà e si troverà faccia a faccia con Lui, il suo desiderio svanirà, evaporerà come nebbia al sole. Il suo desiderio era solo quello di vedere qualche miracolo compiuto da Gesù, ma non sarà esaudito. Erode per questo lo insultò, lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. E «in quel giorno» – nota con ironia il vangelo – «Erode e Pilato diventarono amici; prima, infatti, c'era stata inimicizia tra loro» (cfr Lc 23,8-12). Il desiderio di incontrare Gesù è solo per “usare” Gesù, ma Gesù non starà al gioco. La manifestazione del mistero di Cristo richiede il cammino di tutti; solo in questa prospettiva la figura di Erode ci aiuta perché tende a farci scoprire il pericolo di comportarci come lui. Vedere il mistero di Cristo non è desiderarlo per mera curiosità o avidità di averlo tutto per sé per compiere qualche miracolo come fosse un giocoliere, vedere il mistero di Gesù è altro: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono» (Lc 10,23-24). Questo concetto doveva essere ampiamente noto perché già il profeta Isaia aveva insistito sull’aspetto del vedere senza vedere, ascoltare senza capire (cfr Is 6,9). Ecco, la figura di Erode evidenzia anche il nostro continuo bisogno di vedere ed avere un "nuovo" che sia sensazionale a tutti i costi e che appaghi la nostra frenesia. Spesso anche noi cerchiamo la novità senza riconoscere che la vera novità è lì alla nostra portata nel messaggio di Gesù che il Padre ci ha donato per costruire e vivere il nostro cammino con fedeltà. Gesù che ha camminato sporcando i propri sandali della polvere della Palestina, ogni giorno lo vuole fare con noi se davvero noi vogliamo metterci in cammino con Lui. Questo è il mondo nuovo, diverso da quello che quello fatto da sensazionalità ad ogni costo come Erode voleva; un mondo che conosceremo solo attraverso l’armonia che Gesù sa dare. Il breve brano del Vangelo che oggi ci viene donato, contiene quindi questa domanda che lo percorre tutto: Gesù chi è? È la domanda che si pongono Erode e la gente, domanda che ancora oggi risuona e che ci interroga e che trova anche atteggiamenti diversi.

L’atteggiamento di chi vuole calare il proprio sapere: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti», e c’è l’atteggiamento di chi non capisce e non pretende di sapere tutto in assoluto, e per questo, si mette a seguire Gesù per aprirsi umilmente e sinceramente alla sua chiamata. Sono coloro che aprono gli occhi del proprio cuore per riuscire a contemplare a quale speranza si è chiamati (cfr Ef 1,18) e vedere tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9). I potenti che vogliono rimanere potenti, anche se attratti dalla Persona di Gesù, non hanno alcuna possibilità di udire la sua parola e accedere al suo mistero. L’hanno invece i servi, coloro che, pur affaticati e stanchi, muovono un passo sincero verso Colui che conduce al Padre. A costoro sono accostati i discepoli di Gesù. Sono gli umili impersonati dai discepoli inviati da Gesù a fare cose buone per gli altri (cfr Lc 9,1-6), umili che intrecciando rapporti nel nome di Gesù si fanno essi stessi consolazione. Sono coloro che aderiscono all’invito ad essere «poveri in spirito» (Mt 5,3) sicuri della predilezione di Dio e della fecondità della loro missione. È bellissima l’immagine di Gesù che prende con sé i discepoli che tornano stanchi e si ritira in disparte. Proprio perché si sceglie la sequela di Gesù, si ottiene l’intimità con Gesù che nessun Erode potrà avere. Gesù li attira a sé, non li estranea dal mondo ma li preleva dai vissuti affinché riposino. È riposo vero perché è il cuore a riposare in Lui. Si è nella vita, si è nella relazione con gli altri, ma non si appartiene alla mondanità come Erode sentiva di appartenere. Ed è su questa relazione che si inseriscono le folle. Le folle vengono a sapere che Gesù sta spostandosi e lo seguono, vanno da Lui, non vanno da Erode. Le folle dei Vangeli non vanno dal potente, le folle vanno da chi ha parole di consolazione perché sono parole vive. Gesù parla loro del regno di Dio e li guarisce. La Parola di Dio è messa sempre al primo posto. Gesù accoglie tutti i dispersi e i disperati che le folle impersonano, accoglie e guarisce. Come quelle folle anche noi siamo stanchi di parole vuote, sentiamo di aver bisogno di parole vere come è vera ed efficace la Parola del Signore che è capace di cambiare il cuore delle persone, nei tempi e momenti che solo Lui conosce. Le parole di Gesù, infatti, rendono capaci di affrontare anche la malattia. È però una guarigione assai diversa e ben più profonda che sperimento sempre ogni volta che sono a contatto con gli ammalati; trovo che essi hanno dentro di sé, nella loro fede anche semplice, più serenità di tante persone sane. Chi segue il Signore è consolato dal Signore, è portato in disparte in una intimità particolare che dona calma e pace anche se la fatica e la fragilità del corpo segnano il cammino della propria esistenza. La presenza di Cristo non lascia indifferenti, spinge a cercare la verità, sollecita un esame del nostro modo di agire. Allora per rispondere alla domanda che il brano del Vangelo pone, dobbiamo lasciarci guidare dalla fede e dall'amore, non da una curiosità o da ragionamenti umani. Con cuore fiducioso e disarmato dobbiamo fare come Zaccheo, scendere presto da ciò che rappresenta i nostri presunti castelli in cui ci sentiamo forti e crediamo di vedere bene, per accogliere Gesù con gioia (Lc 19,6) e come Bartimeo dobbiamo osare di chiedergli la vista (Mc 10,51). «Chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?», sia davvero la nostra costante ricerca.

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