II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO A
Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24
Non si è ancora spenta l’eco della domanda di Erode della scorsa domenica: «Chi è dunque costui?», che già il Signore si presenta: «Quello che egli [il Padre] fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo». C’è in questa affermazione l’immagine forte ed evidente della relazione di Gesù con il Padre. Nel breve brano del Vangelo, Gesù ha per sei volte sulle labbra la parola Padre. Nell’Antico testamento Dio è chiamato Padre solo quindici volte in tutto. Il termine “Padre” nell’esperienza religiosa del popolo ebraico dell’Antico Testamento era usato rarissimamente per qualificare il rapporto con Dio, ma nell’esperienza terrena di Gesù, quella parola è ricorrente e predominante a tal punto che Gesù stesso insegnerà ad usarla come preghiera personale e comunitaria affinché quel Padre mio che il Figlio pronuncia, diventi il “Padre nostro” della nostra esperienza di creature. Gesù ci dice che il Padre non ama soltanto il Figlio, ma in Lui, in Cristo, ama tutti coloro che a Lui si affidano credendo alla sua parola. È il dono che già prefigurava il profeta Isaia nella prima lettura. L’unica luce, il profeta lo dice esplicitamente, sarà il Signore stesso, il Dio creatore di tutte le cose. Di più; dice infatti Isaia: «Farò venire oro anziché bronzo, farò venire argento anziché ferro, bronzo anziché legno», come a dire che tutto ciò che Dio farà, sarà impreziosito e reso più forte, più stabile. L’immagine della pace e della giustizia vengono personificate nel sovrano e governatore di Gerusalemme il cui popolo sarà «tutto di giusti». La presenza del Signore si concretizzerà con la venuta di Gesù Cristo. È brano che fa sentire tutti affidati al Figlio Gesù e questo genera e fa fiorire certezze che aiutano, conducono e rendono capaci di speranza. Vi è poi l’altro termine che Gesù usa: la parola “Figlio”. In questo specifico brano la usa sette volte come a rimarcare la stretta connessione di una realtà vera che esiste proprio perché è lo stesso Padre a darle forma. Allora è evidente che per Gesù il riferimento al Padre non è uno dei tanti riferimenti della sua vita, ma è invece il riferimento primo, quello decisivo, quello fondativo, quello che definisce la sua identità. La sfida della fede, dunque, è ascoltare Gesù e credere nel Padre quale datore di Vita: «chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita». La guarigione dell’uomo paralizzato che apre il capitolo, rompe una lunga attesa sterile; le lamentele, la gelosia che genera delusione hanno bloccato quell’uomo nell'immobilità. Gesù risveglia in lui un nuovo desiderio che permetterà di avere la capacità di rispondere alla vita offerta muovendo il proprio corpo: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Gv 5,8). Questa è "l'opera" di Gesù, un'opera pari a quella del Creatore che dà origine alla vita e da questa opera scaturirà il conflitto con i capi religiosi che conduce al brano odierno. La sofferenza e la malattia hanno sfigurato l'immagine di Dio nell’uomo paralitico, ma il Figlio ha operato come opera continuamente il Padre. Allora, l'ascolto che conduce alla fede, si fa termine chiave che rivela e risveglia la possibilità di vedere compiuta l'opera del Padre anche in noi. Il dare ascolto rivela l'identità del Figlio Gesù che agisce secondo la volontà del Padre, per questo siamo chiamati ad aprirci ad un cammino di fede che ci porti fuori dal nostro sepolcro (cfr Gv 5,28), e che faccia della nostra vita un “fiat” permanente che faccia dire: “eccomi a fare la tua volontà” (cfr Eb 10,7). L’ascolto diventa apertura a Gesù che ci porterà a vivere con Lui l'incredibile sua ora. L’evangelista Giovanni propone un'inversione-provocazione.
Ascoltare per poi vivere l'opera di Dio in noi; ci è chiesto di non fare nulla da soli vivendo solo per noi stessi. È vero; queste sono parole lontane dalla mentalità di oggi perché siamo portati ad ascoltare solo i nostri bisogni, i nostri interessi che obbedire alla Sua volontà. Ma per Gesù, la vita trasformata secondo la Parola del Padre, non è una vita di sottomissione come può essere quella di tipo militare, ma è vita di somiglianza. Per Lui, l'opera del Padre suo non è qualcosa di astratto, ma qualcosa di molto concreto persino carnale: «Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Tutto è comunione in Gesù. Tutto è amore. La sua vita è sempre risposta d'amore all'amore del Padre che poi è la dinamica della vita trinitaria: un perpetuo scambio d'amore. Gesù ci invita a partecipare a questa dinamica esistenziale. La sua incarnazione vuole portarci nel seno stesso della Trinità. Il suo è invito è a vedere il Padre, ad incontrarlo a partecipare alla totalità del suo scambio d'amore vivendo come figli nel Figlio di Dio! Questa è la vocazione cristiana che anche Paolo ci insegna a vivere. Lo fa invitando a contemplare la risurrezione di Gesù non solo come epilogo della sua vicenda personale, ma anche come principio della fase finale della intera storia umana. L’esito finale sarà l’affermazione di Dio Padre in tutto il suo splendore di amore e di comunione: «Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre» (1Cor 15,24), e lo dice a ciascuno di noi che siamo l’Adamo caduto e ricreato dalla vittoria di Gesù risorto. La fede ci dice che Gesù è il vero uomo e il vero Dio in un mistero inscindibile; la fede, quindi, non può essere un dato esterno slegato dal nostro essere, non può essere una imposizione o soltanto un dato culturale, essa deve essere il dato fondamentale della relazione personale con Gesù il cui amore nutre ed alimenta il nostro modo di relazionarci verso il nostro prossimo. Anche se la nostra vita risulta essere soprattutto insufficiente come l’uomo paralizzato che ci rappresenta un po’ tutti, anche se continuamente ci lamentiamo per le deficienze che riscontriamo e la nostra opera è quella di affannarci per aggiungere quel che manca, la sola opera che il Padre ci chiede è che la relazione con Gesù, il Figlio, sia relazione che porta inderogabilmente verso l’altro così da essere la nostra scelta di fondo. Il dono che Dio va preparando per il suo popolo promessoci dal profeta: «Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe», è svelato da Gesù Cristo. Le parole dette a quel popolo, diventano apertura per il nostro cuore e la nostra mente ancora confinati in tanti piccoli recinti di passioni e di fragilità; apertura che porta a vedere l’orizzonte più ampio della sola nostra storia. È pedagogia di speranza, non è utopia di qualcosa che poi non accadrà mai; questa è la promessa di un Dio profondamente fedele all’umanità. Il Vangelo di questa domenica, pur rimanendo una pagina difficile ad una prima lettura, presenta Gesù che ci dice: “gli occhi di Dio sono i miei occhi, chi vede me, il mio volto, vede il volto del Padre”. Questi è il Dio di Gesù Cristo, non una astrazione filosofica ma un volto! E dinanzi a questo volto, come dinanzi ad ogni volto, è davvero bello scoprirci di essere avvolti dallo stupore. Ci aiuti e ci guidi la luce del Vangelo ad essere figli nel Figlio, così come il Padre ci vuole.
