III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO A
Is 11,10-16; Sal 131; 1Tim 1,12-17; Lc 9,18-22
Sembra che la domanda sconcertata di Erode: «chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?», continui a provocare riflessioni e possa ancora aiutarci ad introdurci alle letture di questa terza domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista. Una prima risposta ci viene dal testo antico del profeta Isaia. Settecento anni prima della nascita di Gesù, Isaia lascia intravvedere la risposta: «la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli», mentre la risposta dell’Apostolo Paolo è risposta di colui che ha sperimentato su di sé chi è davvero costui. La sorpresa viene però dal Vangelo perché la domanda di Erode viene ribaltata da Gesù che la pone agli stessi Apostoli che vivono continuamente con Lui. Il profeta usa immagini che troviamo anche nella nostra storia di oggi; scontri, battaglie, morti, terre perdute o ritrovate, ma le ultime righe mostra la speranza: «Si formerà una strada per il resto del suo popolo che sarà superstite dall’Assiria, come ce ne fu una per Israele quando uscì dalla terra d’Egitto». È richiamo al costante Esodo che il Signore mette sempre in campo; Lui continua ad essere il liberatore come lo fu all’inizio quando ha fatto nascere un popolo e una nazione da una schiavitù. Il salmo, che è risposta orante alla parola di Dio, riprende il tema di quella promessa: «preparerò una lampada per il mio consacrato. Rivestirò di vergogna i suoi nemici, mentre su di lui fiorirà la sua corona». Avvertiamo in quelle parole una celebrazione, una liturgia che esalta la fedeltà di Dio e ci sentiamo aiutati a comprendere i passaggi anche difficili e sofferti del popolo di Dio, di tutto il popolo di Dio. Allora, chi è costui al quale fare capo per la salvezza? Ci dice il profeta: «la radice di Iesse» compirà la promessa antica. Saper accogliere questa parola che si fa germe di speranza sempre viva, è importante soprattutto per ciascuno di noi quando abita momenti in cui delusioni e miserie vanno a moltiplicarsi a dismisura e si vivono sofferenze e paure non solo per se stessi, ma anche per l’avvenire dei propri figli. Fa davvero bene avvertire come Dio non abbia nessuna intenzione di lasciarci per strada in balia della disperazione. Una seconda risposta ci viene direttamente da Paolo che apre il proprio cuore e ne trae aspetti ed esperienze che sono entrate nella sua vita e lo hanno cambiato. Scrive a Timoteo suo giovane collaboratore: «Carissimo, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia». Paolo ha sperimentato su di sé la misericordia del Signore ed è come se volesse rispondere indirettamente alla domanda di Erode mostrando come Gesù Cristo, il Signore, abbia dato fiducia ad uno sciagurato che lo perseguitava. Si è sentito amato per quello che era traendolo dalla palude del male. L’Apostolo ha capito che, anche se era “dottore della legge” e interprete delle Scritture sante, non ne conosceva pienamente l’Oggetto. Allora è davvero bello poter pensare che, a fronte di una evidente situazione di fragilità che ciascuno di noi sperimenta e porta come bagaglio personale, possiamo dire quasi con una sorta di pudore “si è fidato anche di me e mi ha dato fiducia”.
Ecco, il profeta calca la strada della promessa di Dio che rimane fedele e Paolo percorre il sentiero della propria esperienza per rincuorare e aiutare Timoteo che vive un momento di sbandamento e di debolezza perché non si sente all’altezza della chiamata. Tra le due risposte annunciate, quella del profeta e quella di Paolo ve n’è però una terza che il Vangelo pone. È preziosa l’indicazione di Luca che, per introdurci al riconoscimento di Gesù, sottolinea il fatto che: «Il Signore Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare». È segno della relazione con il Padre che è insostituibile per Gesù, ed è esigenza per la sua missione dono per i tanti semplici che l'ascoltano. La domanda: «Le folle chi dicono che io sia?» scaturita dopo la preghiera, non è curiosità o una sorta di sondaggio di opinioni, quanto piuttosto preludio ad uno svelamento di sé che deve aiutare i discepoli a riconoscere quale Maestro stanno seguendo. La prima domanda: «Le folle chi dicono che io sia?» si rifà alla domanda di Erode (cfr Lc 9,7-9). La risposta attinta dalle folle è abbastanza simile a quella data dai consiglieri del re. È sguardo che si rifà al passato ed evidenzia solo la veduta esterna della figura di Gesù, per questo Egli sarà sempre paragonato o a Giovanni Battista, o a Elia o ad un altro profeta risorto. La domanda di Gesù non è un gioco, è chiamata alla responsabilità di ciascuno. Fino a quando sono gli altri a rispondere, allora si possono raccogliere pareri diversi, ma quando – come avverrà di lì a poco – si è chiamati a rispondere in prima persona, allora la cosa deve farsi profonda. La domanda è diretta: «Voi chi dite che io sia?». La risposta di Pietro sgorga dal suo cuore per rivelazione del Padre e giunge al cuore di Gesù come risposta alla sua missione: «Il Cristo di Dio». Solo il compimento della sua Pasqua consentirà di esprimere tutta la realtà, la verità della “definizione” data da Pietro. Gesù rivela la sua vera natura inaugurando un'altra via: quella della povertà assoluta. Egli viene a salvarci assumendo in Sé tutta la sofferenza umana per portarci nella misericordia di Dio. Attraverso la sua Croce Gesù chiama i discepoli di tutti i tempi a passare dallo scandalo del male, della prova e della morte, alla fedeltà e alla misericordia di Dio Amore che non abbandona né suo Figlio né la sua creatura. C'è nel Vangelo una chiamata alla pienezza della vita che il Signore ci dona attraverso la sua morte e risurrezione. La risposta di Pietro non è un’affermazione statica che sta lì in modo granitico, ma è risposta che incessantemente si ripropone alla coscienza di ogni credente! Non è risposta che può scaturire da un ragionamento, ma è esperienza di dono che lo Spirito fa visitandoci e guidandoci. L’esperienza di Pietro infatti, porta anche noi, a poco a poco, a dare risposta alla domanda di Gesù; siamo invitati a vivere la relazione con Gesù Cristo come il volto della fedeltà di Dio che ci è rimasto sempre accanto e non ci ha mai abbandonati lungo la strada. Ecco perché la palla passa a noi. Io, tu, ognuno di noi cosa diciamo di Lui? Chi è Lui per me, per noi? Domande che non devono essere archiviate nel cassetto della memoria perché la risposta modella costantemente la propria vita, chiede costantemente la ricerca anche se si hanno avuto ragioni per rimanere colpiti, affascinati, conquistati da Lui. Sempre si è interrogati dal Signore e se non abbiamo smesso la ricerca e la stiamo proseguendo, riusciremo a non mollare, a non rassegnarci in risposte generiche e fumose. Il Signore chiede una vita non offuscata da parole vane, vuole una vita che, anche se percorsa nella fragilità e nella fatica, sia intessuta da parole vere. Il Signore Gesù, non cerca parole di assenso, cerca persone; non cerca definizioni ma coinvolgimenti e oggi chiede a noi di non essere solo degli spettatori, persone che odono la Parola e celebrano l’Eucaristia, ma poi stanno sulle loro senza sbilanciarsi. Il Signore è colui che ci dona la nostra vera identità, la sua chiamata creativa ci chiama a muoverci, a cambiare, ad essere in movimento, a rinascere dal perdono così che i nostri passi e i nostri sì detti alla sua sequela, orientino tutta la nostra vita.
