DEDICAZIONE DEL DUOMO – ANNO A
Bar 3,24-38; Ap 1, 10; 21, 2-5; Sal 86; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17

DedicazDuomo2023«Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che essi, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo!» (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). Ci accomuna davvero l’avventura di vivere la fede da liberi. La tentazione di ritornare schiavi di qualcosa che è già indirizzato, di qualcosa di pre-scritto, è la vera tentazione di sempre, ma la libertà umana, che espone l’uomo anche al rischio di scegliere il male, o semplicemente di fermarsi solo alle formali prescrizioni perché si è sicuri, (lo dicono i precetti!!), resta comunque un dato irrinunciabile. Gesù, con la sua esistenza terrena, ci chiede di vivere bene la libertà della nostra vita; ci invita a scegliere tra la libertà costituita dal proprio egoismo (le bancarelle e i tavoli dei cambiamonete) e la libertà di coloro (ciechi e zoppi) che si sentono autorizzati ad entrare nel tempio ed avvicinarsi a Dio nonostante ci sia per loro un assurdo divieto di varcare quella soglia, divieto imposto per mala interpretazione delle Scritture (cfr 2Sam 5,8). L’azione libera di Gesù che scaccia dal tempio e accoglie e guarisce quegli sfortunati, evidenzia la libertà di Gesù di corrispondere pienamente alla volontà del Padre perché ciò che è sacro agli occhi di Dio non è tanto la struttura in sé con i suoi “servizi”, ma è la relazione che il Padre chiama a vivere. Tanto è vero questo che il brano del Vangelo termina dicendo che Gesù: «uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte» (Mt 21,17), evidenzia una sorta di esilio volontario dal tempio di pietra e dalla città che esclude. Gesù si è incarnato per chiamare tutti a sé (cfr Gv 12,32) e non può vivere l’esclusione di alcuno, salvo coloro che non lo accettano. I capi e sacerdoti che si sdegnano, non permettevano che in quel tempio si vivesse la piena accoglienza. Quell’uscire fuori dalla città, preannuncia che sarà la Pasqua di Gesù Cristo il vero centro spirituale; lì, il Signore si fa chiamata alla quale rispondere con la nostra libertà. In Lui, infatti, ogni donna e ogni uomo possono rinascere anche se sono vecchi e minati nella propria salute sia fisica che psichica; rinascono dall'acqua e dallo Spirito donati dal Figlio sulla Croce per avere in Lui, la vita che ha futuro di eternità. Ci entriamo così nella liturgia di oggi; ci entriamo raccogliendo la domanda: «Chi è costui» e facendo nostra la risposta: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea» che guarendo gli storpi e i ciechi, ci dice che la vita libera è possibile. Sprona così il nostro cammino; fa capire che non dobbiamo soccombere e vivere la solitudine che isola, non dobbiamo rimanere soli nelle nostre fatiche, le nostre preoccupazioni, i nostri rischi, perché abbiamo la certezza di una Presenza che ci accompagna: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap. 21,3). Testi dunque che, pur essendo diversi l’uno dall’altro, evidenziano come il vero tempio non sia tanto la costruzione fatta di pietre, ma sia l’uomo. Paolo si esprime così: «Il Signore conosce quelli che sono suoi». È il Signore Gesù che chiama a convergere il nostro cuore, la nostra attenzione, il nostro volto, la nostra preghiera verso di Lui. Quando si ama, quando si spera, quando si perdona, quando si condivide, è a Lui che ci si ispira; Lui invita la nostra libertà ad accogliere il dono di essere Figli di Dio in cammino nella storia, ciascuno con la propria capacità di apporto, con il proprio sorriso, con la propria dedizione, ma anche con la propria fragilità. Solo corrispondendo con la nostra libertà nel vivere bene il Vangelo, si riuscirà rendere più cara e preziosa la propria vita che fa dire a Sant’Ireneo: «la gloria di Dio è l’uomo vivente».

Per questo è bello sentirsi accompagnati dall’altra parola che oggi pronunciamo con l’esultanza di fanciulli: «Iscriverò Raab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono; ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: là costui è nato». È parola di Dio che vuole confermarci nella possibilità di esercitare la nostra libertà: quella di varcare la soglia della casa di Dio. Non solo l'Egitto (qui chiamato Raab come il mostro mitologico pagano rappresentante il caos primordiale. Cfr. Sal 89,11; Is 30,7), e Babilonia, cioè le due grandi forze ostili ad Israele entrano a far parte di una unica famiglia, ma anche Tiro e Filistea che rappresentano il nord e l’Etiopia che rappresenta il profondo sud. Da tutte le parti si entra e tutti i popoli, sul libro della storia curato da Dio, sono registrati come cittadini della nuova Gerusalemme fondata: «sui monti santi». Anche se è vero che la nascita al mondo non è sempre ritenuta una benedizione, né tante volte un dono per la sua disuguaglianza fin dall'inizio segnata tra amore e abbandono, tra povertà e abbondanza, tra sperante attesa o angoscia temuta per la violenza subita, a tutti è offerto il sogno di Dio come altra nascita. È la chiamata ad abitare la nuova Gerusalemme prefigurata da Giovanni scendere dal cielo come sposa adorna per il suo sposo e proprio perché sposa, sarà anche madre che attende e accoglie. Ci sentiamo dunque sollevati e grati perché possiamo pensarci tutti nella storia di redenzione operata da Colui che: «asciugherà ogni lacrima» (Ap 21,4), e che chiama le stelle che a Lui rispondono: «Eccoci» (Bar 3,35). Il centro di tutto, quindi, non può essere l’edificio chiesa costruito con pietre, ma l’Agnello, l’Emmanuele, il «Dio con noi» (Mt 1,23). È Lui che si fa prossimo alle persone più bisognose siano esse bambini, malati, peccatori, stranieri; è Lui che chiama tutti ad essere figli a cominciare da coloro che le regole della vita tendono ad escludere così da non avere un proprio posto: i ciechi e gli storpi che non potevano entrare nel Tempio; o ancora il paralitico per il quale hanno scoperchiato il tetto, la donna dalle continue perdite di sangue, la cananea che supplicava per la propria figlia, la donna che stava per essere lapidata, l’uomo crudelmente malmenato, derubato e lasciato ai bordi della strada. Ognuno di noi con la nostra fragilità possiamo ritrovarci in quelle condizioni, ma ognuno di noi in Lui, in Gesù Cristo, trova diritto d'asilo. Ritornando allora alle parole di Dostoevskij, come esprimiamo e viviamo la nostra libertà? La viviamo lasciando scivolare piattamente la nostra esistenza su schemi già confezionati e predisposti (rappresentati dalle bancarelle e dai cambiamonete), o la viviamo come esperienza che ci permette di sperimentare la freschezza dell’ascolto, la possibilità della supplica e della lode, ma anche il pentimento che ci fa aprire a Gesù Cristo in piene e totale libertà? Siamo chiamati ad interrogarci così dal Vangelo di oggi; siamo chiamati alla verità del culto che rendiamo al Signore, questo culto deve essere in spirito e verità per conformarci a Lui. Gesù è morto e risorto per mostrarci questo, per permetterci di vivere questa intimità divina, ma lo vogliamo davvero? Signore aiutaci a sentirci figli e fratelli in totale libertà.

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