I DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE – ANNO A
At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

IDopoDedicazDuomo2023Trasfigurazione di un Abbassamento è un capitolo di un libricino del gesuita e scrittore François Varillon (1905-1978) dal titolo “L’Umiltà di Dio” ed. Qiqajon, che appare adeguarsi bene alla liturgia di oggi Domenica del mandato missionario. Nel Vangelo odierno Gesù dice: «Di questo voi siete testimoni»; il riferimento è al suo abbassamento sino alla croce che Paolo chiama «scandalo per i Giudei». Tuttavia, la frase di Gesù presenta una sottolineatura che va al di là di un semplice riscontro: chiede anche una disposizione attiva. Lo stato passivo della testimonianza è dovuto al solo riscontro di un’azione che si vede accadere; lo stato attivo invece configura una vera e propria trasfigurazione della propria persona a seguito di un’azione che si sperimenta su di sé e che opera una re-azione. L’Umiltà dell’Abbassamento di Dio in Gesù Cristo produce proprio questo in noi; mostra come il beneficio ottenuto nell’essere riammessi alla salvezza dall’Umiltà di Dio, non è soltanto qualcosa di personale da conservare gelosamente, ma è azione che determina risvolti tali che non possono essere trattenuti perché chiedono di essere messi in circolarità. L’Abbassamento di Dio chiede a noi di essere parte integrante della Sua azione. Scrive François Varillon: «Tra “essere-con” e “chinarsi-su” c’è un abisso. Gesù non si china sui peccatori: è con loro»; e ancora: «L’umiltà di Dio esige che la fede sia al vertice della nostra libertà, quali che siano il suo percorso e le sue tappe». Fede al vertice richiede spazio del nostro cuore all’azione del Padre in Gesù, ma chiede anche che l’azione di Gesù Cristo si faccia abbraccio teso verso l’altro così che anche l’altro possa sentire il battito del cuore di Dio, e questa è la missione. Il breve brano di Vangelo che è il finale di tutto il racconto di Luca, riflette proprio questo; esprime la sottolineatura della testimonianza in questa direzione. Gesù chiede ai suoi discepoli, gli Apostoli, di essere parte attiva nella testimonianza della verità d’amore ricevuto dall’abbassamento di Dio, per dare modo a tutti si sentirsi abbracciati dall’Amore che non ha confini. Per fare questo, apre loro la mente alle Scritture, per permettere loro di avere nel proprio cuore l’infinita portata di quel gesto. La Scrittura accolta e fatta propria nel cuore accende: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). L’ascolto fatto con il cuore conduce alla famigliarità con il Signore ed il suo Vangelo in modo che lo stile, i linguaggi, le prospettive umane, siano resi più belli, appunto: trasfigurati. Lì anche noi siamo aiutati a vivere e ad amare la vita fino in fondo nonostante le traversie, le fragilità, le fatiche che inevitabilmente si presentano; lì anche noi intravediamo l’orizzonte nuovo a cui si è chiamati. Attraverso le personali storie di resurrezione che la fede, nell’incontro con Gesù risorto, permette di vivere, è possibile vivere la trasfigurazione dell’ordinarietà della nostra vita nei riguardi delle persone a noi più vicine: familiari, colleghi di lavoro, amici. Tutti possono essere testimoni chiamati a proclamare e vivere l’umiltà di Dio che racconta la Croce, ma non è permesso di fermarsi lì perché altrimenti: «Vana sarebbe la nostra fede» (1 Cor 15,17). La stoltezza della Croce, come la chiama Paolo, ha il suo sbocco nella gloria della Risurrezione. Questa è la Trasfigurazione dell’Abbassamento di Dio e a questo tutti sono chiamati. Lì l’Antico Testamento, che non è mai venuto meno, viene trasfigurato alla radice in Gesù Cristo. È certamente qualcosa di ancora più inesauribile e insondabile; è la risoluzione della tensione fra Dio e l’uomo, tra l’Infinito e il finito, fra la Purezza e la nostra miseria di peccatori, è il “Dio con noi” che dà soluzione al mistero inesprimibile che trasfigura l’ordinarietà della vita.

Paolo lo aveva compreso bene: «Cristo mi ha mandato ad annunciare il Vangelo»; lo scopo della sua vita sarà la missione affidatagli che non ha scelto come mestiere. Il mestiere, quando è possibile, lo si sceglie; sicuramente lo si insegue perché dà gusto, perché in esso si vede il motivo del proprio appagamento e, anche se risulta essere faticoso, si sopporta perché quello che si è scelto piace. L’essere testimone invece è davvero “mestiere” impossibile; in esso il dubbio assale e tende a frenare l’operosità richiesta. Il testimone riconosce la propria fragilità e la propria inadeguatezza, ma sa anche di essere supportato dallo Spirito del Risorto. Soprattutto, riconosce che c’è un orizzonte aperto a disposizione di tutti che non si chiuderà più perché è chiamata alla eternità della Vita. Pietro, nell’incontro con il centurione Cornelio e la sua famiglia ha sperimentato questo. Nel racconto di Atti appare evidente tutto ciò; lui aderendo all’invito di recarsi presso quella casa, ha reso possibile il lavoro dello Spirito Santo che è disceso su loro. La missione è l’azione di Pietro che si reca in quella casa pagana, ma la trasfigurazione per le persone che abitavano quella casa, è opera dello Spirito del Risorto. Da solo Pietro non avrebbe potuto fare granché, forse non si sarebbe neanche recato in una casa abitata da pagani, tanto era forte e antico il muro di separazione tra Giudei e pagani disposto dalla tradizione della legge di Mosè e soprattutto dall’interpretazione che di essa avevano dato gli scribi di indirizzo farisaico. Pietro però obbedisce all’invito ad andare a quelle persone, e la sorpresa per lui sarà quella di sentirsi atteso. Quel muro che prima sembrava insuperabile, in realtà è già caduto perché l’incontro era preceduto da una attesa, da un desiderio di conoscenza dovuto allo Spirito Santo che agisce e soffia dove vuole e come vuole (cfr Gv 3,8). Il testo di Atti mette in evidenza come i frutti della missione non siano tanto dovuti alla concezione di un piano elaborato da esperti di una commissione; la missione si realizza se accade che l’incontro sia desiderato e questo è opera di Dio, a noi è chiesto soltanto di spenderci in questo cammino. È possibile allora scorgere una similitudine tra l’annuncio ai pagani e la richiesta di un rinnovato annuncio a coloro che oggi sono cristiani dalla nascita ma soltanto di nome, o quasi. La Chiesa parla dell’esigenza di “nuova evangelizzazione” verso coloro che, in certo senso, parrebbero non aver bisogno di questo. Infatti, se il Vangelo nei suoi passaggi di svolta parrebbe conosciuto, così come sembrano essere conosciute molte delle parole e parabole di Gesù, non sempre però quelle parole o azioni di Gesù sono vissute come un discernimento sulla propria vita e invito alla conversione. Per lo più il Vangelo è visto come una riserva spirituale alla quale attingere energie di speranza nei tempi in cui, le fragilità e le miserie colpiscono la nostra vita, più che una pietra di inciampo destinata a rivelare i segreti dei propri cuori. Anche se siamo piccoli, magari poveri, magari insignificanti, magari anche ostaggi di pregiudizi o magari appesantiti da prove che fanno perdere la scioltezza e l‘entusiasmo, il Signore per noi vive il desiderio di comunione. Ci è chiesto di mantenere viva l’attenzione e lo sguardo sulla persona di Gesù che è Parola di vita affinché il suo Abbassamento possa compiere in noi la trasfigurazione della nostra vita e non vivere l’ignoranza profonda della propria dignità, come scriveva G. Bernanos nel suo “Diario di un curato di campagna”

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