II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE - ANNO A
Is 45,20-23; Sal 21; Fil 3,13b-4,1; Mt 13,47-52
C’è una canzone dal titolo “Andremo tutti in Paradiso” di Michel Polnareff, cantante francese all'apice della carriera dalla metà degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta, le cui parole dicono pressappoco così “Andremo tutti in paradiso, io compreso, beati come dannati, ci andremo. Tutte le suore e i rapinatori. Tutte le pecore e i banditi. Andremo tutti in paradiso”. È pensiero che indubbiamente seduce, ma davvero sarà così? Gesù ci consegna questa piccola parabola per invitarci a leggere e a considerare la libertà del nostro cammino personale. Attraverso l’immagine della rete che raccoglie una grande quantità di pesci, il Vangelo presenta il tema del giudizio al termine della vita quando cioè, tutto ciò che si è costruito, quello che ha albergato nei nostri cuori a fronte della luce e della chiamata di Dio, si evidenzia per quello che è, o ricca di doni o magari troppo appesantita dalle cose terrene: pesci buoni o cattivi. L’esperienza quotidiana dei pescatori, data anche dalla legge ebraica che riteneva certe specie di pesci impuri che dopo la pesca dovevano essere gettati via (cfr Lv 11,10-1), dà modo a Gesù di parlare del regno come di una realtà conosciuta che esige pazienza e attesa (la rete gettata), ma che non è esente dal giudizio: i buoni conservati e i cattivi gettati «nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti». Non vuole essere il calare di un pensiero triste sulla fine della nostra esistenza, ma soltanto invito a riconoscere che la realtà concreta del nostro vivere, percorso nella fede e nella luce di Gesù, ci consegna l’orizzonte della trasfigurazione della nostra persona nella pienezza di vita. È Paolo stesso a dirlo: «La nostra cittadinanza, infatti, è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Trasfigurare il nostro corpo è esattamente il sogno di Dio: «Volgetevi a me e sarete salvi». Saremo salvi per la giustizia di Dio - cioè, la fedeltà alla sua promessa di salvezza - che si fa chiamata per tutti. Isaia ha queste parole come invito rivolto anzitutto ad un popolo disperso, smarrito che ha perso tutti i suoi elementi unificanti quali la patria, il Tempio, la tradizione, ma in filigrana, quell’invito è apertura incondizionata verso tutti. Tutti i «confini della terra» sono chiamati, e a tutti è chiesto di abbandonare ogni idolo che appesantisce il passo e stacca dal Signore per avere la dignità di abitare quella casa e sentirsi figli in relazione con il Padre. Se comprendiamo questo, allora l’immagine della rete gettata non è più angosciante, ma si fa immagine di speranza. Quella rete che raccoglie tutto, buono e cattivo, non dice immediatamente l’esclusione dal regno dei cieli, perché, anche se coesistono posizioni diverse – suore e rapinatori, pecore e i banditi dice Polnareff – tutti hanno la possibilità di ravvedersi e cambiare. Fin che la rete è posta in mare, essa non è mai ferma perché il termine “raccoglie” presuppone che vi sia un dinamismo che si interrompe solo quando la rete viene tratta a riva. Possiamo immaginare che quella rete altro noi sia che le braccia di Gesù allargate sul legno della Croce;
lì Gesù trasforma le sue braccia tese e inchiodate in un abbraccio esteso a tutta l'umanità a cominciare dalle persone che lo stavano uccidendo. I crocifissi giotteschi sottolineano bene questo evento; mostrano Gesù crocifisso con le mani completamente aperte e il corpo che sporge in fuori come volesse fondersi in una stretta universale con tutto il mondo e ciascuno di noi. La rete con la quale Egli cattura la storia e le nostre vite è il suo amore, è la sua misericordia, la sua pazienza, la sua mitezza, il suo perdono che la sua Pasqua ci elargisce copiosamente così che in Lui siamo chiamati a trasfigurare le nostre vite. Allora il giudizio finale che inevitabilmente ci sarà, non può appesantirci perché purificati da Lui. «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Invidio davvero i discepoli per aver saputo rispondere alla domanda di Gesù in modo così chiaro e senza esitazioni. Penso che il loro "sì" così spontaneo e così meraviglioso, sia più risposta ad un’altra domanda che rimaneva sottesa: "Ti fidi di me?". La fede come il nostro tesoro (cfr Mt 13); essa è il tesoro che ci abilita ad abitare, con le nostre scelte di carità, quella rete gettata. E se il dire di Gesù: «Così sarà alla fine del mondo» mostra la sequenza che porrà termine a tutti i cammini, l’operosità della nostra fede farà sì che potremo essere solo pesci buoni. Per questo Gesù chiede: «avete capito bene?»; in quella domanda vi è tutta la preoccupazione di Gesù. Capire presuppone l’ascolto vero che permette di attingere alla Sua sapienza per aprirsi all’intimità con Lui. Gesù vuole che nessuno vada perso, ma rispetta fino in fondo la libertà di tutti; chiede a coloro che lo vogliono seguire che la perseveranza nell’ascolto e la lotta per la custodia della Parola, si faccia certa, così che si possa rimanere «saldi nel Signore» capaci cioè, di guardare a tutti gli eventi della propria vita. La parola di Dio è provocazione per la storia e per gli eventi che quotidianamente in essa si sgranano, e il sapiente è colui per il quale tutto ha un suo posto, nulla è insensato e da tutto si può trarre qualcosa, esattamente come fa «un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». È questa la libertà che Dio mette nelle nostre mani, e di questa libertà ci sarà chiesto conto. Allora riconosciamo che le parole di Michel Polnareff sono solo buonismo che celano e nascondono la libertà di ciascuno. Esiste davvero la fornace in cui saranno gettati i malvagi, ma non perché Dio è così terribile che vuole pesare anche la polvere sulla stadera; no! La fornace esiste per il fatto che ciascun uomo o donna è chiamato a vivere pienamente la propria libertà di acconsentire o meno all’invito di Dio: «Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra». È dunque cammino che deve essere fatto con il desiderio di un Tu che sappia attraversare il nostro cuore per dare colore e spessore al proprio stile di vita; la salvezza non è dono che cade addosso, è dono da desiderare nel profondo del cuore. Gli apostoli probabilmente non lo avevano colto pienamente, e tuttavia si sono fidati della parola del Maestro e quella rete abbandonata che ha segnato l’apertura della loro avventura (cfr Mt 4,19-22) con Lui, diventerà, dopo la Pasqua del Signore, la Chiesa, la rete a cui tutti sono chiamati ad entrare per farne parte a pieno titolo.
