II DOMENICA D’AVVENTO – ANNO B
Is 51,7-12a; Sal 47; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12

IIAvvento2023Il percorso d’Avvento cominciato domenica scorsa per essere vero cammino deve avvalersi di tutte le dimensioni che riescano a coinvolgere l’intera persona. Una prima dimensione è senza dubbio la sorpresa. Nel brano del profeta Isaia si avverte presente il riferimento alla desolazione e allo smarrimento perché è il tempo dell'esilio che vede gente dispersa e che vive da deportati in terra straniera. Proprio in quella situazione esistenziale molto forte e drammatica, il Signore fa dire al profeta: «Svegliati, svegliati, rivestititi di forza, o braccio del Signore». È un dire al proprio popolo “invocami così, perché se mi invochi così tu apri la tua mente alla speranza”, e infatti, il linguaggio del profeta, si trasformerà e prenderà le pieghe di una promessa: «Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo, giubilo e felicità li seguiranno, svaniranno afflizioni e sospiri. Io, io sono il vostro consolatore». Il modo con cui Dio parla al suo popolo per scuoterlo, mostra davvero un livello di intimità e di famigliarità. Il Signore Dio si dichiara “Consolatore” e dice a coloro che vivono e sperimentano tutta la loro fragilità dovuta alla lontananza dal Signore, che è Lui stesso per primo a non sopportare che il popolo viva in queste condizioni. La sorpresa è riservata anche a noi uomini e donne di oggi, perché anche noi possiamo constatare come il testo del profeta non sia qualcosa di antico e fuori dal nostro vivere e dal nostro sentire; quelle parole, infatti, hanno accenti che rimandano alla nostra storia che ha conosciuto e magari ancora conosce fatiche non piccole. C’è il realismo di uno sguardo concreto sulla faticosa avventura della vita, ma c’è, e il testo lo dice apertamente, l’invito ad osservare come questo nostro cammino vuole essere illuminato da Dio che invita ad avere fiducia. Questo è l’esordio che la Parola oggi ci consegna, ed è un’apertura importante per la sua forte carica di speranza che porta alla convinzione che davvero tutti i confini saranno superati. Allora mi chiedo: chi può sentirsi tagliato fuori da una prospettiva come questa? Se il Signore si rivela come il Consolatore, chi può dire di non avvertire il bisogno della sua consolazione? È dunque parola che non ha bisogno di mediazioni per coinvolgere tutti, perché la nostra necessità è davvero quella di sperimentare su di noi la presenza di Colui che accoglie, consola, sostiene. Anche Paolo arriva alle stesse conclusioni con il testo del profeta: «Coloro ai quali non era stato annunciato, lo vedranno, e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno». Paolo è così; anche se non è stato lui a spargere il seme della Parola di Dio ai Romani è contento per loro così che ognuno, all’interno del proprio cammino, si senta chiamato ad appartenere a quel popolo che Gesù Cristo porta nel proprio cuore. La seconda dimensione, dunque, è la gioia: «Vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete»; gioia perché vede e constata come il Vangelo non sia qualcosa di esteriore che si apprende da un libro, ma qualcosa di vitale che si sperimenta nel proprio cuore, nella propria intimità più profonda, nello spazio della libertà di ciascuno. Qui è spiegato il titolo di questa domenica: “I figli del regno”, perché figli lo possono essere tutti proprio perché tutti sono i destinatari della rivelazione della Parola del Signore. Il regno di Dio non è il club esclusivo di eletti che hanno un pass speciale (a questo proposito Paolo è ben cosciente delle frizioni che attraversano la comunità di Roma tra i cristiani che vengono dal giudaismo e i cristiani provenienti dal paganesimo); a quel regno tutti sono chiamati a parteciparvi, perché il regno è dono e grazia che ha una illimitata apertura, ma che tuttavia, deve essere accolta. La dimensione della gioia permette l’apertura al Signore che viene per incontrarci. È Lui che si rende vicino porgendoci la mano per aiutarci a rialzarci, ma chiede di avere il desiderio di condividere con Lui la nostra esperienza su questo mondo.

Ma poi la liturgia opera un salto ed è la terza dimensione: «In quei giorni venne Giovanni il Battista»; è l’affacciarsi di un mutamento. Tutto non è più come prima, c’è il venire di uno che annuncia: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». È l'ingresso di una parola che scuote, che dice: “guarda che sta accadendo qualcosa di grande, non rimandare a dopo quello che è urgente compiere oggi”. Ci sprona così la liturgia odierna, ci rimanda alla profezia che darà carne e sangue alla Consolazione di Dio verso il suo popolo. Non accade per caso che Giovanni Battista sia la voce che grida la parola decisiva di questo mutamento che è già in atto e che occorre riconoscere per poterlo viverlo. Giovanni Battista è essenzialmente pratico nella vita e ha una parola che taglia come il fuoco; a vederlo così descritto dal Vangelo, può mettere a disagio, ci si sente quasi respinti, eppure è talmente potente quello che dice ciò che compie, che la gente – dice il testo di Matteo – accorre da ogni parte. Giovanni Battista è talmente significativo nel racconto dei Vangeli che nessuno degli evangelisti può escluderlo dal proprio racconto. La sua manifestazione così impetuosa, così dirompente e fuori dagli schemi, così decisiva, così esigente, così essenziale, permette alla gente di riconoscere che la venuta del Messia, del Cristo aveva bisogno del mutamento, del cambiamento spirituale profondo: «Convertitevi». La conversione molto spesso viene semplicemente letta come miglioramento della propria vita dal punto di vista comportamentale, ma se dal punto di vista comportamentale può anche andare bene, dal punto di vista etico chiede un di più. Non è questione soltanto di forza dell’agire per migliorarsi dal punto di vista del proprio contegno, qui è questione di direzione che dia senso alla propria vita e dare completezza e compiutezza al perché della nostra storia. Non basta dire e credere di essere una brava persona che si comporta bene, che non fa del male a nessuno e che rispetta tutte le regole, se il mutamento, il cambiamento non fa trovare la propria strada. È trasformazione richiesta a tutti affinché tutti possano trovare la via indicataci da Giovanni Battista, quella di credere con tutto il nostro essere che «il regno dei cieli è vicino». Gesù Cristo è la meta, il traguardo che apre alla speranza e noi sappiamo ormai per esperienza che, se aderiamo alla relazione con Gesù Cristo, benché la vita e non abbia rispetto neanche della nostra fragilità, nel momento della prova saremo consolati perché avvicinati da Lui. Ancora oggi Giovanni Battista si fa voce nei nostri personali deserti, grida perché il rumore di fondo che ci avvolge tende a soffocare ogni parola che ci viene da Dio. Giovanni Battista è l'uomo del mutamento, dell'essenziale; vive nel deserto perché il deserto è il luogo del silenzio in cui le voci risaltano e non sono rumori di fondo. Giovanni ci chiede uno stile così se veramente vogliamo andare incontro al Signore. Uno stile essenziale, sobrio, affinché il cuore non si appesantisca e il passo non perda il proprio slancio. Ecco tre parole che possono scaturire dai testi che la liturgia ci presenta, altre se ne possono trovare per significare la figura che interpreta l'attesa. Siamo chiamati da Giovanni Battista per essere alla presenza di Gesù Cristo affinché su di noi possa splendere la luce del suo volto che rinnovi la nostra adozione a figli, perché: «Io, io sono il vostro consolatore».

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