III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B
Is 51, 1-6; Sal 45 (46); 2 Cor 2, 14-16a; Gv 5, 33-39

IIIAvvento2023“Le profezie adempiute” è il titolo assegnato a questa terza domenica di Avvento, ma forse può essere più adeguato dire “le promesse che continuamente si realizzano”; esse, infatti, si compiono sempre anche qui e ora in questo Avvento, nel prossimo Natale del Signore che noi aspettiamo con tanta speranza. La pagina del profeta Isaia è pagina davvero intensa, capace di disporre il cuore alla speranza. Ogni frase meriterebbe di essere trattenuta per il vigore e la capacità di ancorare a qualcosa di saldo, qualcosa che regga nei tormentati tempi che la storia abbraccia. L’immagine che ci viene donata è quella della roccia: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»; il profeta vuole farci constatare che tutti veniamo da lì, tutti veniamo da quel popolo che il Signore si è scelto e di cui: «ha pietà di tutte le sue rovine». L’immagine della pietra tagliata dalla roccia è immagine viva e superba; non definisce una roccia friabile che con l’andare del tempo si consuma, ma presenta la roccia granitica che, se anche esposta alle peggiori intemperie, resiste. Il profeta Isaia ci dice “guardate che voi siete solidi come quella cava lì, come quella roccia” perché lì è la vostra nascita, la vostra origine. Il contesto storico vedeva per quel popolo un periodo di profonda fatica, una profonda precarietà e il senso di disfatta segnava l’incapacità di vivere la chiamata del Signore. È il Signore che per mezzo del profeta dice: «Alzate al cielo i vostri occhi», invita a guardare da dove si è partiti. Per questo le parole della profezia non sono solo voce riservata al popolo di allora; il Signore parla ancora così al nostro cuore oggi. Non è difficile, infatti, riconoscere che spesso la vita ci riserva momenti di smarrimento personali o famigliari; periodi che si riflettono anche nelle relazioni di comunità ed è difficile reggere a questi disorientamenti, ma il Signore continua a spronarci con parole che devono essere conservate nel nostro cuore come verità e dono prezioso. Sono parole che vengono da lontano, vengono da Colui che promette: «la mia salvezza durerà per sempre» e le cui promesse non sono mai a vuoto. Là dove si decidono i passi, le scelte, il cammino d’Avvento si apre alla speranza proprio perché, ci dice il Signore, noi veniamo da lì, veniamo dalle certezze di una Roccia che non può consumarsi come invece si consuma un vestito. Le attese e le speranze di noi uomini e donne di questo millennio, sono state le attese e le speranze di quel popolo in cui Cristo si è fatto uomo; portiamole con noi come tappa d’Avvento per un cammino di fiducia anche quando la strada comincia a salire e le difficoltà si vanno moltiplicando. E il Vangelo ci mostra il cammino di un uomo dell’attesa; Gesù parlando di Giovanni Battista dice: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. […] Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce». Immagine significativa quella della lampada che arde e fa luce. Il dramma di chi aspettava e vedeva assottigliarsi sempre più la speranza che le promesse antiche non si concretizzassero, era davvero forte e Giovani Battista nel suo essere uomo dell’attesa e testimone della verità, aiuta coloro che vogliono aprirsi a quelle promesse. Il rallegrarsi anche per un momento alla sua luce, racconta non solo il desiderio di ricevere una novità importante, ma anche avere la certezza che Dio quelle promesse, attese per secoli, le stava adempiendo in Gesù Cristo. Gesù, infatti, di sé dice: «Ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere». Non è più Giovanni Battista a testimoniare, è addirittura il Padre attraverso le opere che Gesù compie.

Siamo al capitolo cinque del Vangelo secondo Giovanni e Gesù in giorno di sabato, alla piscina di Betzaetà aveva sanato un uomo malato da trentotto anni; quel paralitico guarito è la riprova dell’affermazione che dice “Il compimento sono Io”, “Io sono la profezia che si realizza”. È testimonianza esplicita, è indicazione di compimento di quell’attesa di cui il Battista aveva parlato e nella quale i Giudei, non avevano creduto. Credere al compimento di Gesù che: «[il Padre] ha mandato», chiede l’incamminarsi nella sequela di Gesù Cristo; chiede il coraggio della fede per accoglierlo come la testimonianza definitiva di Dio. In Gesù, l’invito a rompere gli indugi si fa più pressante perché Lui è la garanzia dell’adempimento delle profezie. Già era grande e profonda la testimonianza di Giovanni, ora la testimonianza viene dalle opere che il Padre ha dato di compiere e il Padre è Dio e non c’è un oltre perché Dio è parola ultima, è parola definitiva. Qui nasce la preghiera e l’attesa che fa puntare diritto sul Signore il nostro cammino d’Avvento. Giovanni chiamando tutti ad un battesimo di conversione, ci aiuta come luce sulle nostre tenebre, ma occorre che la luce rimanga e che sia luce forte che riscaldi il cuore e faccia vedere bene. L’Avvento è pieno di queste immagini che devono potersi tradurre in sentimenti, in preghiera, in invocazioni, in attese forti nella speranza in Colui che viene da lontano e che chiede di alzare lo sguardo. «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna», e se non vi trovate la vita, ci dice Gesù, è perché non avete in voi l'amore di Dio. Ciò che resiste all'azione della grazia e ostacola il riconoscimento di Gesù, è l'amore smisurato che abbiamo per noi stessi, una vera idolatria di noi stessi che si traduce in un'insaziabile ricerca della gloria umana. Nella nostra cecità, possiamo anche arrivare a dimostrare Dio approfittando della conoscenza che affermiamo di avere di Lui, ma rimane solo un esercizio per aumentare il nostro prestigio davanti agli uomini. In positivo però quel: «Voi scrutate le Scritture» si fa augurio di entrare nel mistero dell'amore trinitario che il Padre ha con il Figlio nello Spirito Santo che dà testimonianza a Gesù; solo così la rivelazione potrà essere pienamente accolta e Paolo ci guida in questo. Il piccolo brano tratto dalla seconda Lettera ai Corinzi, l’Apostolo non usa più una immagine, ma espone un modo di essere: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo». Riconoscere la chiamata a diventare il profumo di Cristo, è sicuramente l’aspettativa che Dio ha per ognuno di noi. Il profumo dice esperienza e concretezza dei sensi che tutti sanno riconoscere. Il profumo si avverte, non appare e diventa davvero opportunità per tutti. Essere profumo di Cristo è farsi mitezza, bontà d’animo, fedeltà, gioia gratuita, disponibilità accogliente, condivisione sincera, farsi carico dell’altro quando l’altro sta soccombendo. Questo è profumo di Cristo, l’impegno di esserci come testimone del Vangelo. Educarsi a guardare così il nostro cammino di comunità, senza voler distinguere i difetti, i limiti, le cose che mancano, le inadeguatezze è davvero un passo decisivo verso quella lampada che arde e che a tutti consegna calore. Profumo di Cristo, dunque, è abitare così la storia che ci è data di percorrere.

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