IV Domenica di Avvento – Anno A
Is 16, 1-5; Sal 149; 1 Tess 3, 11 - 4, 2; Mc 11, 1-11

IVAvventoC’è un valore simbolico nell’entrata di Gesù in Gerusalemme ricordata dal Vangelo odierno che non è meno concreto di quello reale perché ha in sé lo stesso spessore di riferimento. È reale e vero l’ingresso di Gesù a Gerusalemme nell’imminenza della sua Pasqua, ingresso che vede gente stendere il proprio mantello sulla strada per significare la gioia dell’accoglienza come solo gli umili sanno farlo, ma è altrettanto vero che, nel cammino d’Avvento che ci sta portando al Natale, il valore simbolico dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme è altrettanto forte. L’entrare di Gesù in Gerusalemme, la città santa, è la manifestazione della volontà di Dio di essere, nella città degli uomini, salvezza per tutti e questo, solo il Natale rende vero. Ecco l’incontenibile ricchezza della parola di Dio di oggi: lo sguardo di salvezza che Dio ha sull’umanità, si fa dono e concretezza nel Natale del Signore. Ma è ingresso che richiama alcune sottolineature, alcuni aspetti che chiedono l’urgenza di passi nella direzione dell’incontro con il Signore che sta per venire. Il primo è quello di un Gesù umile; Egli entra nella città santa non come un trionfatore e un potente della storia, ma in modo mite cavalcando un puledro. Il secondo punto riguarda la folla che lo accoglie; non è una folla di cortigiani che accoglie il suo re nei posti d’onore in una sfilata trionfale, ma è folla di semplici, gente magari povera che aspettava la liberazione dalle proprie miserie, una folla che celebra, onora Gesù chiamandolo con il titolo di Benedetto, Colui che ha avuto la benedizione del cielo e quindi ricco di doni che portano gioia e consolazione. Allora possiamo capire come il Vangelo dell’entrata in Gerusalemme da parte di Gesù, sia anche icona del Natale. Il Vangelo della Messa di mezzanotte annuncerà una solidarietà commovente che sorprende perché il Signore della storia, il Dio eterno della vita, viene accanto a noi e in mezzo a noi umile e povero limitato e non più infinito: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Questo è lo stile che Gesù inaugura con il proprio Natale; Gesù non smetterà di solidarizzare con noi, lo farà in profondità venendoci incontro per stare accanto con parole, segni e anche presentandoci volti di modo che anche noi possiamo a nostra volta avvicinarci all’altro. Gesù percorrerà le strade che sono lo spazio di tutti, le percorrerà ascoltando, vedendo, accogliendo, lasciandosi prendere per il mantello.

Accetterà l’invocazione del povero che grida facendosi solidale con coloro messi fuori dalla società o perché lebbrosi, o perché ritenuti peccatori e quindi ritenuti non più degni di stare dentro quella comunità. Entrerà nelle case lasciandosi ospitare anche se Zaccheo ci direbbe: “Si è invitato Lui a casa mia”. Una progressione di avvicinamento che tutto il Vangelo ci regalerà, e allora davvero non ci sorprende che Lui entri così anche a Gerusalemme. Il suo tratto è inconfondibile: l’umiltà e la povertà. È quindi annuncio che evidenzia ancor di più l’importanza di incamminarsi sempre più e sempre meglio nell’Avvento. Come ci prepariamo per accogliere Colui che si presenta così, e soprattutto, cosa vorremmo che Lui trovi in noi. Il Suo mettersi accanto alla nostra vita chiede la nostra disponibilità a lasciarci raggiungere. Penso che potremmo arrivare all’incontro con Lui con la stessa gioia di quegli umili di Gerusalemme o dei pastori alla sua grotta. Sono passi di vicinanza, attenzioni, finezze, percezioni che ci faranno essere vigili e non distratti dalle momentanee passioni che lasciano il nulla. Questo è il modo bello di vivere l’Avvento. L’Avvento è fatto di passi semplici e di pensieri genuini, di slanci del cuore umili, ma reali. E se facciamo passi così, riusciamo a constatare che c’è una amicizia da costruire, una vicinanza da onorare, una ospitalità gioiosa del cuore, che possa far riconoscere come questo tempo forte che chiamiamo Avvento, sia davvero il cuore di colui che via via, sta conformandosi all’attesa di qualcosa di straordinario. E questo ce lo dice anche l’ultima annotazione che il Vangelo propone: il suo entrare ed uscire dal Tempio dopo: «aver guardato ogni cosa attorno». È annotazione che ci vuole dire come non si tratti di eliminare il tempio, ma di sostituirne le modalità di frequentazione. Occorre che i rapporti passino attraverso la semplicità del ritrovarsi bene insieme, uniti dallo stesso cammino, tesi a condividere l’amore di cui il Signore ci ha resi capaci. Ed è bello notare come Gesù uscendo dal tempio si rechi con i Dodici a Betania; sembra proprio dirci che questi valori il Signore Gesù, li ritrova a Betania. Betania vuol dire “casa del povero”, come a significare che è nella fragilità e nella riservatezza della vita ordinaria che si può rintracciare la presenza di un Amore che ci accompagna e ci ravviva con il calore di un incontro prezioso. Questo è il Vangelo che il Signore ci regala oggi nel cuore dell’Avvento; ci fa attendere l’ingresso di Gesù nella storia degli uomini chiedendo a tutti il tratto di una umiltà disarmante, che provoca e che chiede sequela. Già il profeta Isaia aveva prefigurato questo avvenimento: «Sarà stabilito un trono sulla mansuetudine, vi siederà con tutta fedeltà, nella tenda di Davide, un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia». L’Avvento è questo: passi semplici e pensieri genuini, slanci del cuore umili, ma reali. L’ingresso di un re mite è posto per noi a richiamare il nostro essere nella storia; non con i segni della potenza e del prestigio, ma con il segno di una umiltà che avvicina e che aiuta a cogliere quanto questo periodo meriti di essere vissuto con intensità e con gratitudine; anche di questo Signore oggi, ti vogliamo rendere grazie. «Non attendere che Dio su te discenda e ti dica «Sono». Senso alcuno non ha quel Dio che afferma l'onnipotenza sua. Sentilo tu, nel soffio ond'ei ti ha colmo da che respiri e sei. Quando non sai perché t'avvampa il cuore: è Lui che in te si esprime» (R. M. RILKE, Dio, Torino, Einaudi 1995). Questi versi del poeta Rainer Maria Rilke riescono ad inquadrare bene il ritratto di un Dio "povero", che non ama l'incedere solenne di un imperatore onnipotente, che non irrompe tempestoso proclamando una presenza che umilia e impaurisce, ma docile, docile soffia all’anima.

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