V DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B
Is 11, 1-10; Sal 97; Eb 7, 14-17. 22. 25; Gv 1, 19-27a. 15c. 27b-28

Germoglio IesseIl brano offertoci alla nostra comprensione e tratto dalla prima pagina del Vangelo di Giovanni, possiamo paragonarlo ad un seme; forse a uno dei semi più piccoli che ci siano, ma che contiene, in potenza, il più grande di tutti gli alberi: quello che unisce cielo e terra, l'albero della croce, su cui la vita ha la vittoria definitiva sulla morte. Quello che ci viene raccontato infatti, è un piccolo evento molto limitato nello spazio e nel tempo. Tutto accade un giorno a Betania «al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando» dice il Vangelo. È episodio in cui emerge prepotente la figura di Giovanni Battista. C’è un tratto comune tra i protagonisti del dialogo riportato: i protagonisti sono tutti degli inviati. Giovanni Battista è inviato da Dio, lo sappiamo dalle battute iniziali del Prologo del Vangelo secondo Giovanni: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni» (Gv 1,6), e i sacerdoti e i leviti sono inviati dai Giudei. Nel Vangelo di Giovanni i “Giudei” normalmente non definiscono il popolo di Israele, ma i loro capi. La narrazione ci fa assistere a un interrogatorio di identità che inizia proprio con la domanda: «Tu, chi sei?». È l’inizio di un processo a carico del Battista che poi si sposterà sulla persona di Gesù per accompagnarlo fino al suo arresto e alla sua Passione e Morte. Come non vedere che già qui è in gioco tutta la vita terrena di Gesù? Il luogo che ci viene consegnato è posto «al di là del Giordano»; è annotazione topografica che ha il suo significato forte perché il fiume Giordano è il confine attraversato dagli ebrei per entrare nella Terra Promessa. Questo confine ha segnato il passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di uomini liberi e tutto ciò, rende l'"al di là del Giordano" il segno in cui la vita prende il posto della morte. Giovanni Battista è dunque l’uomo di frontiera; il suo battesimo nell'acqua vuole significare un cammino di conversione verso la vita e lui, definendosi «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore», assume veramente in sé la missione di testimone di una venuta che non può più essere taciuta. Del resto, già il profeta Isaia ci parla di qualcosa di grandioso che deve accadere; parlandoci di un germoglio che nascerà e di un virgulto che crescerà, che fiorirà dice che quell’immagine ha davvero in sé tutta la forza per attrarre. Un germoglio è cosa assolutamente piccola, marginale, e il virgulto (che è un piccolo ramoscello tenerissimo), spesso rimane nascosto per tanto tempo. Quale rilevanza e quale sconvolgimento possono avere un germoglio e un virgulto se non apparire marginali e insignificanti? Il profeta ci dice che tuttavia il germoglio e il virgulto si schiudono, si aprono alla vita perché hanno in sé la promessa della vita. Il germoglio evocato da Isaia dice bene l’amore di Dio e il suo piano di salvezza che viene da lontano. Esso parte dal piccolo, da ciò che è semplice per educarci a capire che quell’annuncio, non è una sorpresa venuta chissà da dove, ma è qualcosa che Dio ha nascosto nell’umanità affinché fiorisca, sbocci. È immagine che ha una forza dinamica che preannuncia movimento. Il tempo di preparazione al Natale ha questo significato: preparare da lontano qualcosa che è già seminato in noi, ma che ora deve dischiudersi, aprirsi. È seme piantato nella terra degli uomini affinché diventi spazio e tempo in grado di far fiorire la nostra vita. Per questo il Precursore è la "voce" di ogni uomo nato da donna, perché il suo messaggio è rivolto alla totalità dello spazio e del tempo e non racchiude il proprio messaggio ai soli uditori che lo ascoltano.

Ciò che è in gioco è la possibilità per ogni uomo e donna di venire alla luce e la luce, può essere compresa solo in opposizione alle tenebre. Le tenebre sono le forze del male, del peccato e l’evangelista Giovanni nel Vangelo lo esprime bene. La luce invece è la forza vitale che trionfa sulle tenebre, che fora la notte oscura di tutte le esistenze che compongono l’intera umanità. Tutti siamo presenti al cuore di questo testo perché tutti siamo intrappolati nell’oscurità che è lo spazio governato dalle tenebre che evocano la morte. Allora la domanda «Tu, chi sei?» che sembrerebbe essere solamente rivolta a Giovanni Battista, in realtà è domanda rivolta ad ognuno di noi. Non solo è domanda che chiede l’identità della persona, ma chiede che la consapevolezza della risposta liberi l’energia per poter emergere dalle tenebre del peccato. Giovanni Battista risponde a questa domanda in modo veritiero e con grande semplicità con la sua testimonianza; egli è consapevole di essere "inviato da Dio", profeta, testimone della luce (cfr Gv 1, 7). Non prende il posto di Dio né per gli altri né per se stesso. Non si erge a salvatore di nessuno. Al contrario, dicendo "è lui che viene dietro di me", annuncia la venuta del Signore e chiede la conversione. E la conversione è il volgere lo sguardo verso questo Dio che viene a noi, l’Emmanuele che viene a salvarci dalla morte interiore; la conversione è il volgere lo sguardo, il proprio cuore, tutto il proprio essere e le proprie opere verso il Figlio Gesù Cristo. Tutti siamo invitati a questo battesimo di conversione; tutti siamo invitati a gioire nel Signore che viene e che non spegnerà il lucignolo fumigante (cfr Mt 12). Se ci sentiamo circondati, visitati, abitati dal Signore, la fiducia di crescere sarà sempre presente. Questo è il frutto dell'umiltà che è l'opposto del disprezzo di sé, e che sviluppa in noi una grande forza e una pace profonda. L’umiltà è l’atteggiamento di colui che si avverte guidato dalla mano di Dio e ne gioisce; Giovanni Battista invita tutti a vivere così l’incontro con il Signore che si fa uomo tra gli uomini. «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete», dice che Dio a chinarsi sulle miserie umane per risollevare dalla polvere del peccato l’uomo caduto. Gesù non è un'idea, per quanto bella possa essere; è Persona divina, sì, ma Persona concreta che si rende vicina ad ognuno di noi. Gesù è il servo dei servi, è l’ultimo dei servi, ed è così il primo. Nessuno può servirlo poiché Lui si è messo in fondo alla scala della servitù. Gesù ci insegna l’umiltà vera. Questo è l’interiore desiderio e stupore che chiede di celebrare bene l’Avvento e il Natale nella piena, ma semplice e genuina libertà. E così, nella verità di chi finalmente conosce se stesso e dall'esperienza di chi ha conosciuto ed esultato per l'amore di Dio in Cristo, possiamo annunciarlo a tutti. La nostra stessa vita, infatti, anche le nostre debolezze, perfino i nostri peccati saranno il segno che indicherà Gesù il Salvatore presente nella storia di ciascuno. Basta l’umiltà di saper accettare su ognuno di noi, la Grazia donata a Giovanni Battista di essere quello che era, e nulla di più. Sia davvero così il desiderio di chi vuole avvicinarsi e lasciarsi avvicinare il più possibile dal Signore.

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