Domenica nell’ottava – Anno B
Pr 8,22-31; Sal 2; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14

ottava 2023Sembra volerci rincorrere la parola del Natale quasi a dire che il mistero svelato ha bisogno ancora di contemplazione. È la domenica nell’ottava del Natale del Signore e davvero l’orizzonte è per intero rivolto ancora al messaggio del Natale, ma ha una visuale diversa. L’annuncio nella liturgia del giorno di Natale ha messo in evidenza i passi umili e poveri del Natale di Gesù avvenuto nel contesto del tutto disadorno di Betlemme; e se la parola di quel Vangelo offriva un quadro di solennità per via del censimento voluto dall’imperatore Cesare Augusto, i protagonisti veri sono i pastori, persone all’indice di quella società. Oggi, la liturgia ci porta in alto per permetterci la visione di un orizzonte più ampio; ci dice che il dono del Natale di quel Bambino avvenuto concretamente a Betlemme, in verità, viene da un pensiero infinitamente lontano la cui ricchezza è tale che riusciamo a mala pena coglierne qualche briciola perché è Parola di pura contemplazione quella che accogliamo in questa domenica nell’ottava del Natale. Il testo tratto dal Libro dei Proverbi, la prima lettura, ci riporta al momento della creazione; è il momento in cui tutte le cose sono nel loro nascere, l’acqua, il cielo, le stelle, ma anche l’uomo. Qui la Sapienza siede accanto a Colui che tutto può (cfr Ef 3,20), e la Sapienza è Colui che sarebbe poi venuto tra noi. C’è una pennellata mirabile sul finale del testo che è sorprendente e che fa da sentiero d’accesso diretto al dono del Natale: «Quando egli fissava i cieli, io ero là […] ero la sua delizia ogni giorno […]ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo». È testo che mostra come l’immenso Dono che Dio fa all’uomo, ha origine eterne in Dio Creatore tanto da essere sua Delizia e accompagnare così il suo gesto creatore. Questo è il Natale; la delizia di Dio posta tra i figli dell’uomo come Uomo tra gli uomini per la nostra gioia. È dunque testo che chiama alla famigliarità con Dio e questa è la vocazione più vera e connaturale del messaggio del Natale. Famigliarità espressa bene da Paolo nella Lettera ai Colossesi riconosciuta come primato nella preghiera delle giovani comunità cristiane. Non solo il Vangelo andava raccontato, ma andava celebrato come inno rivolto a Gesù Signore il Cristo di Dio. Il dire: «Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose», è preghiera che non solo vuole riconoscere e ringraziare Gesù Cristo per il primato che aveva, ma riconosce anche che, il Figlio donato alla storia degli uomini, si pone come seme di futuro. Paolo fa intravedere come il venire tra gli uomini di Gesù Cristo, sia per la pacificazione e la crescita di un popolo nuovo «pacificato con il sangue della croce», e questo popolo nuovo è la Chiesa. Allora, è Dono che non solo è seme da cui spunta l’albero della Croce che tiene tutti stretti a sé (cfr Gv 12,32), ma essendo Lui risorto come «primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,20), è il Primogenito di un popolo sterminato (cfr Ap 7,9), una sterminata folla di uomini e di donne di ogni età e provenienza che ritrovano in Cristo Signore, la loro vocazione nuova: l’essere generati da Dio così da poterlo invocare con il nome di Padre (cfr Lc 11,2-4). C'è un dono, una grazia, una luce, che è per sempre nel cuore del mondo: Gesù. A dircelo è lo splendido prologo del Vangelo secondo Giovanni. Il prologo che è messo all’inizio del Vangelo, di fatto condensa come anteprima tutto il suo svolgersi. È testo che ha lo stile, il tratto e la profondità inconfondibile con cui Giovanni ci regala le pagine del suo Vangelo, ma anche lo sguardo di futuro del Libro dell’Apocalisse e l’esperienza di fraternità nuova delle sue lettere.

Diverso per tanti aspetti dai linguaggi e dagli orizzonti che guidano i Vangeli dei sinottici (Matteo, Marco, Luca) che rimangono un regalo uno più bello dell’altro, Giovanni penetra le pieghe del vissuto di Gesù avendo un linguaggio che è attraversato da una profonda esperienza spirituale. L’evangelista Giovanni, infatti, ci consegna parole già pregate, parole che escono come risposta dal cuore di quest’uomo dall’occhio penetrante e dalla vocazione ad amare fino in fondo il mistero di Dio. Siamo ben oltre la nostalgia di un Gesù che non è più visibile, siamo già immersi nella comunione che ci chiama ad un avvicinamento progressivo sempre più intenso. Il testo che accogliamo in questa domenica, ha anzitutto l’espressione maestosa e regale che apre il Prologo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio», un’espressione che vuole essere il centro dell’annuncio. Vi è il riferimento al “principio” di Genesi, ma il termine “principio” qui è da intendersi in modo radicalmente differente. Se, infatti, nel libro di Genesi possiamo leggere l'inizio della creazione, nel termine “in principio” usato da Giovanni, siamo in un tempo anteriore alla creazione, siamo dunque in un tempo fuori dal tempo ed in una relazione che è relazione d’Amore. Ma l’espressione che più tocca le nostre corde è quando Giovanni scrive: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Il Dio che nessuno ha mai visto e che nessuno può vedere restando vivo (Gv 1,18; Es 53,20; Sir 43,31), in un mistero vertiginoso, nasce da donna ed è deposto in una mangiatoia. La densità, la complessità del mistero di Dio, si dipana nei tratti umanissimi e poveri di Gesù che si fa Uomo con noi. Il dire: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», possiamo tradurlo come volontà indistruttibile di “porre la sua tenda” accanto alle nostre tende fatte di fragilità e di miserie. La tenda è stata la casa itinerante del popolo dell’Esodo; al termine di ogni tappa veniva piantata per essere smontata per un’altra tappa nel deserto. Una tenda era anche la Dimora, l’Arca di Dio, che cammina con il suo popolo e questa immagine è rimasta nel cuore e nella storia del popolo di Israele. Giovanni custodisce questa immagine riproponendola in filigrana in questa pagina mirabile e densa. «Venne ad abitare in mezzo a noi», ci dice che Dio visita il suo popolo in modo permanente, solo così il Natale è in grado di avvicinare la maestà della sua gloria alle povertà della nostra vita. Dio è così: è itinerante con la nostra storia di gente in cammino e ci vuole accompagnare così verso il traguardo vero che è la sua dimora eterna. Questo è il dono che si lascia intravvedere nella straordinaria densità del Natale: il fiorire della possibilità di diventare corpo del Signore in una fecondità di comunione che ci lega come figli reciprocamente gli uni gli altri in una appartenenza che diventa appartenenza ad un popolo nuovo. L’Amore opera questo, lo fa mettendosi come povero tra i derelitti dell’umanità che poi sono i volti, gli sguardi e i gemiti che escono dalla sofferenza, dalla fatica e dal cammino degli uomini. Natale; mistero da contemplare nello stupore e da celebrare nella fedeltà di una fede rinvigorita che ci afferri, altrimenti compiamo solo dei riti che possono anche sembrare suggestivi, ma rimangono solo riti. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» è davvero il dono di questa domenica irradiata dalla luce del Natale, e vogliamo ridire nella fede e nella preghiera, il nostro grazie al Signore per questa storia concretissima che ancora vuole vivere con noi.

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