II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO B
Is 25, 6-10°; Sal 71 (72); Col 2, 1-10°; Gv 2, 1-11

IIDopoEpif 2024Il Vangelo delle nozze di Cana guida tutta la riflessione di questa domenica; ci dice come la manifestazione di Gesù e delle sue opere, si radica profondamente dentro la storia degli uomini come rivelazione intensa. «Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli»; è veramente bello che il Vangelo ci dica questo. Invitare Gesù, vuole dire fare spazio alla sua persona che condivide in pieno ogni attività e sentimenti dell’uomo quali le gioie per una festa (oggi le nozze), ma anche le fatiche e le sofferenze che la vita riserva. Il racconto delle nozze di Cana è mosso da Maria la Madre; è lei che nota l’insolita mancanza di vino che allieta la festa di nozze. «Non hanno vino» dice al Figlio Gesù aspettandosi implicitamente il suo intervento. Non chiede apertamente l’intervento del Figlio, ma riporta una situazione che può ferire gli stessi sposi e lo fa avendo in cuor suo la certezza che il Figlio Gesù opererà qualcosa per sanare quella situazione. Qui scopriamo che per lei emerge la manifestazione di una relazione nuova verso il proprio Figlio, prova ne è che non si arresta davanti alla misteriosa risposta di Gesù: «Donna che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora»; l’aspettativa di Maria verso il proprio Figlio irrompe con la freschezza di chi ha sperimentato che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Sembra che qui la madre voglia "generare" il figlio anche al ministero e ciò per la fede che la fa avvertire profondamente radicata nel proprio Figlio, fede che le permette di attraversare anche la risposta enigmatica di Gesù perché il cuore di Maria è un cuore che sa custodire. A Cana di Galilea, la Madre che fin qui ha accompagnato il proprio Figlio nella crescita, si scopre cambiata; avverte cioè, che quel rapporto di cura non è più come prima: rimane sempre Madre, ma è Madre che si fa discepola del proprio Figlio. C’è dunque una manifestazione anche per la Madre: la relazione con il proprio Figlio fa cambiare anche a lei; il suo porsi nei confronti di Lui, è quello di mettersi alla sua sequela. Scaturisce da questo cambiamento l’invito rivolto ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Non c’è attesa di spiegazione alla risposta avuta dal Figlio, intuisce che tutto quanto aveva custodito dentro di sé nel proprio cuore, adesso emerge per indicare un orizzonte nuovo rispetto alle proprie attese. La prospettiva nuova è “l’ora di Gesù”, e questa “ora” riguarderà tutti. Ecco allora che la premura e l’amore di Madre che intercede per chi è nella condizione di bisogno, accelera i passi di Gesù che istruisce i servitori i quali riempiono le giare fino all’orlo. “Cosa mai si potrà fare con tutta quest’acqua?”, penso sia stato questo il pensiero che ha attraversato la mente di quei servi. Il Vangelo ci insegna che è l’obbedienza alla Parola a permettere a quello che facciamo di diventare fecondo. L’invito di Maria ai servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», è frase che permette anche a noi di liberarci dalla ossessione di non riuscire ad arrivare in fondo per le troppe cose che ci sono da fare. Maria sta dicendo a tutti che non si deve arrivare a tutti i costi alla fine, ma occorre sicuramente partire dall’inizio che è il Signore Gesù Cristo al quale dare profondo credito e obbedienza. Se la nostra azione è obbedienza alla sua Parola, Egli stesso moltiplicherà il senso e il valore di ciò che noi facciamo. L’azione obbediente di quei servi ci dice questo, e l’aspetto più sorprendente del racconto di Cana, è che la verità del gesto di Gesù, paradossalmente, è colta proprio dal maestro di tavola che è il rappresentante dei luoghi comuni, il modo di pensare e di sentire della gente di questo mondo: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio», come a dire che all’inizio si dà il meglio, poi basta meno del meglio.

All’inizio della storia comune della vita tra l’uomo e la donna, il fervore della dedizione, il desiderio, l’attenzione vigilante che spia ogni occasione per poter suscitare la sorpresa, la gratitudine, la risposta riconoscente dell’altro è cosa normale, poi con l’andare del tempo ci si abitua e viene considerato come normale che non si dia più il meglio, ma si dà quello che capita e si finisce così per tirare avanti. Del resto, non si è soliti dire a colui che ci chiede come va: “Si tira avanti”? Noi non siamo chiamati a tirare avanti, occorre credere, sperare, supplicare per il meglio perché la festa è nel futuro di ognuno e non nel passato (cfr Is 25,6-10). Il maestro di tavola, l’uomo meno indicato per interpretare il gesto di Gesù, in realtà dice la verità del gesto di Gesù: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Si rivolge allo Sposo! Qui il Vangelo ci fa leggere in filigrana la Manifestazione più alta di Dio: in Gesù Cristo, il vino migliore è dato fino all’ultima ora, e la gioia, quella vera, quella che ripara ogni mancanza, sarà data per sempre. Paolo, nella sua lettera ai Colossesi dice appunto questo; dice che «voi partecipate della pienezza di lui». Questa è la sorpresa più bella; l’essere consapevoli che indicare Gesù come Colui che entra nella nostra storia e la fa emergere con l’invito a riempire la nostra vita personificata dalle anfore vuote, dona freschezza e novità a tutta la nostra vita. Il vino nuovo del Vangelo è quello che poi rende libera la vita perché sprigiona davvero la consapevolezza che l’incontro con il Signore fa entrare in tempi nuovi; perciò, forti di questa consapevolezza, come umili “servi” vorremmo servire anche i nostri fratelli che sono nella rassegnazione. È l’atteggiamento che scaturisce dalla frase che chiude il Vangelo odierno: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». Nella storia che da lì si dipanerà, saranno i discepoli a portare il Vangelo ai pagani. Allora, la fede di queste Persone che iniziano a camminare con Gesù, ha bisogno di essere evidenziata dalla manifestazione di Gesù stesso come Figlio di Dio. Tentenneranno e fuggiranno “nell’Ora di Gesù”, ma saranno poi in grado di portare la Parola fino a noi. Il segno compiuto da Gesù a Cana che sembra risolvere solo un problema logistico per quelle nozze, più in profondità ha in sé il senso profetico della Pasqua di Gesù, e questo i discepoli lo capiranno rimanendo nella sequela profonda di Gesù. È il regalo di oggi, ed è Parola che scalda il cuore perché dice qualcosa che va oltre le parole, lascia intravvedere lo spazio di confidenza, di famigliarità e il tutto avviene in una umanissima situazione di festa in cui è presente la gioia degli sposi e la gioia degli amici che sono lì attorno ad una famiglia nuova che nasce. Cana ci entra così nel cuore ed è augurio che con gratitudine oggi raccogliamo.

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