II DOMENICA DI PASQUA - ANNO B
At 4,8-24a; Sal 117; Col 2, 8-15; Gv 20,19-31
La pagina di questa seconda domenica di Pasqua “ci fa entrare nel laboratorio della fede” (San Giovanni Paolo II). Era la sera di Pasqua, Pietro e Giovanni erano già stati al sepol-cro, avevano già visto segni particolari; le donne avevano già annunciato la resurrezione, Maria di Magdala aveva portato il grido “Ho visto il Signore”, e tuttavia, in quel cenacolo con le porte chiuse, la prima Chiesa rappresentata dai discepoli, era una Chiesa abitata dal dubbio, dalla paura, era una comunità cristiana abitata dalla perplessità. Eppure Ge¬sù viene, nonostante il loro cuore inaffidabile e il mio cuore lento: «Venne Gesù e stette in mezzo a lo¬ro» (Gv 20,19). Ecco il laboratorio della fede: il primo passo lo compie Lui; anche se hai le porte chiuse, Lui viene e ti dice “Pace”, ti regala la sua pace; non si presenta con il volto di chi vuole rimproverare (poteva farlo), non si presenta con il volto di chi vuole accusare (poteva farlo); soffia lo Spirito Santo il primo dono del Risorto, e poi regala la misericordia. La fede non nasce dal solo ricordo di Gesù, perché il ricordo da solo, non basta a rendere viva una per¬sona. La Chiesa è in quanto nata e continuamente retta da u¬na Presenza, non da una rievoca¬zione, appunto: “ Stette in mezzo a loro”.
E Tommaso? Nel nostro comune pensare definiamo Tommaso il discepolo dubbioso, il discepolo incredulo, e i fatti descritti sembrano dare ragione al nostro pensare; però Tommaso è il discepolo che davvero ci rappresenta tutti. Quando Tommaso dice “Non credo”, sembra paradossale, ma ci aiuta nella ricerca. Il proprio dell’uomo è l’ansia della ricerca, della risposta alla domanda, l’uomo è questo. Senza ricerca, senza domande, l’uomo non vive, vegeta, non approda a nulla. Tommaso è deciso, vuole vedere i segni della Passione, vuole poter credere in Gesù Cristo ora glorioso che non è separato dal Gesù umano che soffrì e morì in croce. E il Signore lo prende subito in parola «tendi la tua mano e mettila nel mio fianco» (Gv 20,27), come a dire: fai esperienza dell’Amore, di quell’Amore che buca la carne, di quell’Amore che va al di là del dolore e non lascia parola alla morte. Gesù non è un fantasma: l'Amore ha scritto il suo racconto sul suo corpo, le sue ferite sono indelebili, incancellabili.
La lentezza di Tommaso a credere, il suo lungo impaurito dubitare mi conforta, perché la grande fatica degli Apostoli è in fondo anche la nostra. La fatica di chiedere al Signore l’aiuto concreto per riuscire a mettere la nostra vita in quelle piaghe, a mettere la nostra vita in quell’Amore, in una parola: la fatica di riuscire ad abbandonarci completamente a Lui, il Risorto. Allora io come Tommaso pongo domande per arrivare a dire “Dio è la mia salvezza in Gesù”. Io voglio cercare, voglio fare il mio percorso, voglio capire, voglio rendermi conto e più mi rendo conto, più voglio essere capace di aderire alla persona straordinaria che è Gesù, e non sarò più un credente anonimo, un credente infantile che si accontenta di quello che gli è stato dato.
Solo facendo così ho la consapevolezza dell’innamorato che continuamente cerca di conoscere di più; un innamorato che scoprendo, più si innamora e più diventa capace di mettersi ai piedi del Maestro e riuscire a confessare “Mio Signore e mio Dio”, il Dio intrecciato con la mia vita. Nel Vangelo non si dice che Tomaso toccò le ferite del Risorto, perché il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, una vita che non può essere toccata con le mani, ma solo raggiunta con la fede. Altro che apostolo ficcanaso, Tommaso è l’apostolo mendicante dell’Amore, Tommaso è l’apostolo di chi vuole dare forza e sostanza al suo cammino di fede. Tanto è vero questo che, dopo la sua bella e intensa professione di fede, strapperà dalla bocca del Risorto, la beatitudine che ci riguarda in prima persona: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»(Gv 29,29).
La magna carta del Vangelo sono le Beatitudini, e tuttavia le affermazioni “Beati i poveri in spirito”, “Beati i misericordiosi, gli affamati di giustizia”, rischiano di farci trovare sempre e solo in difetto; ma l’assicurazione «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29), magari anche solo con una fede ridotta al lumicino, crea un legame, crea trame tra noi e Dio, e in questa beatitudine davvero possiamo ritrovarci tutti. Ogni domenica siamo raggiunti dal Risorto sia nella nostra dimensione comunitaria sia nella nostra dimensione strettamente personale. Siamo raggiunti e chiamati per nome non per essere accusati, ma per ricevere la sua misericordia, la sua pace, nonostante la nostra incredulità, nonostante il nostro peccato, nonostante la nostra infedeltà. Pace a voi, è il saluto del Risorto a ciascuno di noi ogni giorno, e questo è l’augurio che vogliamo scambiarci reciprocamente anche noi oggi. Chiediamo al Signore di fare questa esperienza, di farci entrare nel laboratorio della fede per dire anche noi “Mio Signore e mio Dio”. Chiediamo al Signore di confermare il suo soffio su tutti noi, di darci lo Spirito che ci renda capaci di essere testimoni contagiosi della Sua misericordia; di darci il coraggio, la passione, per riuscire ad aderire all’avventura affascinante della fede, forti del costante perdono di Dio.
