IV DOMENICA DI GENNAIO – SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE – ANNO B
Isaia 45,14-17; Salmo 83, Ebrei 2,11-17; Luca 2,41-52

IVGennaio24Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe è il titolo assegnato alla quarta domenica di gennaio ed è tiolo che può indurre a credere come quella famiglia abbai vissuto lontano da ogni preoccupazione ed ansie, ma il Vangelo ci mostra altro. È famiglia che vive bene la propria religiosità e per fare questo si recano a Gerusalemme con Gesù per la Pasqua e lì rimangono per i giorni necessari per la festa per poi fare ritorno a Nazaret, ma il giovane Gesù: «rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero». In filigrana quell’assenza mostra la futura privazione che durerà anch’essa tre giorni prima del suo manifestarsi glorioso in quel giardino alle prime luci di quel mattino di Pasqua. Lì Gesù mostrerà la piena rivelazione della sua filialità e della universale paternità di Dio che permetterà a tutti, in Gesù Cristo, di chiamare Dio “Abbà, Padre”. Possiamo allora solo immaginare i pensieri e le preoccupazioni provate dai genitori che sono racchiusi nel dire di Maria: «tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». È il dichiarare il loro smarrimento. Il termine “angosciati” dice sofferenza intensa che genera paura, ma dice anche lo sperimentare l’affanno di non saper cogliere più la direzione della loro strada. L’angoscia infatti, rattrappisce il cuore, rende immobili, incapaci di proiettarsi più avanti e quando finalmente trovano Gesù, scoprono che quell’oltre Lui, lo ha già superato: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Hanno trovato il luogo in cui Lui si trova, ma sperimentano la fatica di cogliere chi veramente Lui è. Qui si dimostra vera la parola del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore». Riconoscere che il nostro Dio sia sempre dove non lo cerchiamo, e manchi là dove ci aspetteremmo di trovarlo. È il mistero di Dio che non si lascia catturare e che ci lascia sempre disorientati. Infatti, accostandoci ancora di più a questo Vangelo, scopriamo un'apparente contraddizione; Gesù rispondendo: «devo occuparmi delle cose del Padre mio» porta a farci pensare che Lui volesse rimanere nel tempio di Gerusalemme, ma torna a Nazaret con loro. Il tornare di Gesù dice la volontà di Dio di operare la salvezza dell’uomo là dove egli vive. Attraverso Gesù il Padre vuole raggiungere tutti gli uomini nei luoghi della loro vita per chiamarli ad abitare la famiglia stessa di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il profeta ci dice che: «Israele sarà salvato dal Signore con salvezza eterna»; in quell’Israele Dio vuole comprendere tutti i popoli della terra e questa è la buona notizia; del resto, oggi non preghiamo con le parole del salmo che dicono: «Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore»? Di obbedienza in obbedienza, Gesù vivrà la vita umana realizzata e piena di senso tanto da trasformarla in Vangelo! Nazaret allora è il concreto di una casa, di una famiglia, di un piccolo borgo, di una condizione povera e defilata, marginale nella storia, che permette l’accadimento di cose grandi che arrivano al cuore degli uomini in cammino. Il Signore regala tutto questo affinché diventino luce e calore per tutti. La famiglia di Nazaret mostra che tra Maria, Giuseppe e Gesù, si viva in pieno ciò che poi San Paolo manifesterà ai Colossesi: «Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione» (Col 3,14). È la carità che ci proviene da Gesù ad operare l'unità, così che il rapporto non diventi bloccato in tante rigide riservatezze. Cana di Galilea è solo una tappa di quel cammino, ma mostra in tutta la sua evidenza che la carità che si vive in quella famiglia permetta poi alla Madre di chiedere l’immaginabile al proprio Figlio. Anche se concretamente la vita di quella Famiglia non si discostasse poi di molto da quella di ogni famiglia povera di Nazaret, quello che è certo è che in quella famiglia non è mai venuta meno la carità che porta a fare di sé dono all’altro giorno dopo giorno.

Dono che dice apertura accogliente e gioia; quel Magnificat scaturito nella gioia dell’incontro con Elisabetta, Maria lo custodiva nel proprio cuore come tessuto di tutta la propria vita. E anche l’atteggiamento di Gesù che: «stava loro sottomesso», non è azione che indica una destituzione della gioia, quanto piuttosto la sua esaltazione. Leggiamo nella Lettera agli Ebrei: «Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo». Prendersi cura è la parola chiave che dice un incrociarsi, un vivere accanto che è molto di più di un semplice accostamento che può risultare soltanto transitorio. Il farsi carico del cammino gli uni degli altri ci riconduce proprio qui, ci riconduce a Gesù che per operare la salvezza dell’intera umanità, ha dovuto “imparare” questo perché in tutto simile a noi. Per questo allora, avvertiamo come la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, costituisca una chiamata permanente a vivere le condizioni e gli stili di fraternità e di comunione. E questo è il cuore dell’esperienza di famiglia, è il cuore perché, se anche avessimo tutto, ma non questo, ci verrebbe a mancare qualcosa che costituisce il centro e il senso di una scelta di vita condivisa per un cammino comune. È vero, poi esistono e non vengono mai meno le miserie e le fragilità del cuore dell’uomo, ma rimane vero l’insegnamento che il Vangelo ci fa. Lo spazio di una famiglia non può essere uno spazio obbligante, ma luogo in cui ciascuno deve saper intravede e cogliere il proprio cammino e la sua possibilità di realizzazione. Lo stupore di veder il proprio figlio in una condizione nuova, inedita e sorprendente che può generare anche preoccupazione, dice che il vivere bene la libertà dell’altro genera futuro anche per noi. Quel «non compresero» che il Vangelo annota, dice che nella vita di tutte le famiglie le scelte dei figli, possono provocare fatiche e difficoltà di comprensione. Allora, ammettere di non comprendere diventa spazio e aspetto di vita famigliare. Quante volte ci sorprendiamo a dire “non capisco o non ho capito; quello che è accaduto mi ha sorpreso e faccio fatica ad inquadrarlo”, ma è lo stesso Vangelo a fornirci l’atteggiamento da tenere: custodire nel proprio cuore. Accettare di non capire tutto subito e prendersi il tempo per meditare; Maria stessa non capisce tutto e subito tutti gli avvenimenti che viveva, ma li custodiva tutti nel proprio cuore. «Veramente tu sei un Dio nascosto»; a Nàzaret stava accadendo proprio questo, proprio lì dove nessun segnale indicava la presenza di qualcosa di significativo (cfr Gv 1,46). Allora siamo invitati dal Vangelo a vivere pacificati con la vita feriale di sempre, con la Nàzaret di ciascuno di noi e delle nostre famiglie, e questo, non è un invito secondario. Ti rendiamo grazie Signore perché ci regali una parola così.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy