PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO B – DOMENICA DELLA DIVINA CLEMENZA
Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
C’è una sorpresa molto grande in questa domenica detta della Divina Clemenza. Nel brano del Vangelo che si impone per il suo insegnamento diretto, si evidenzia come nel cuore dell’osservante abiti la legge che dà ad ogni azione una coloratura gelida, formale, impersonale, servile, e nel cuore della peccatrice, con l’arrivo di Gesù, abiti il desiderio di perdono che si esprime con gesti di riconoscenza, di amore, di tenerezza. Il linguaggio usato per queste due domeniche che ci separano dal tempo quaresimale, ha parole improntate al richiamo piuttosto che ad un giudizio che rischia di far sentire schiacciati. «Il mio giudizio sorge come luce: poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti», sono le parole del profeta che mostrano come il Signore frema per il proprio popolo; parole che sottolineano come Dio voglia rimettere in corsa il suo popolo che si era allontanato, restituendogli la sua fiducia. Anche se il futuro di Efraim e di Giuda, sarà un futuro di sconfitta a seguito delle loro opere (e la storia di deportazione lo conferma), non sarà quello il loro destino, ma lo sguardo che Dio avrà sul loro cammino. È questo il modo con cui il profeta ci apre alla bellissima pagina del Vangelo; Vangelo che merita un ascolto intimo che faccia arrivare alla preghiera perché questa è pagina che invita all’incontro. Ci mostra il Vangelo che due sono i modi di incontrare il Signore: quello del fariseo che ha invitato Gesù a pranzo, e il modo di quella donna senza nome che, a quel pranzo, si è introdotta in modo furtivo. Il gesto del fariseo, di nome Simone, mostra come quello sia un gesto di pura cortesia. Dalla narrazione di Luca sembra proprio che egli sia contento già così: è riuscito a far venire a pranzo in casa sua, il Maestro di Nàzaret di cui tutti parlano. Sembra addirittura palpabile la sua soddisfazione, quasi un senso di fierezza, di orgoglio. Ha centrato un obiettivo caro a molti; il suo è un bel colpo che tuttavia viene sconvolto da una donna anonima e tuttavia conosciuta per i suoi trascorsi. L’introdursi abusivamente, l’andare vicino per toccare Gesù, il piangere e versare le lacrime sui piedi per poi asciugarli con i propri capelli e il baciare i piedi, dicono di gesti che sono ritenuti uno più imbarazzante dell’altro e per tanti aspetti, anche sconvenienti. È evidente che l’irrompere sulla scena di quella donna crea disagio a tal punto da insinuare la mancata verità della persona di Gesù. Non è tanto il fatto in sé che viene evidenziato, quanto la sentenza che Simone il fariseo ha nei riguardi di Gesù: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». Lo sguardo di Simone il fariseo non è certamente uno sguardo benevolo verso quella donna rea di aver avuto atteggiamenti pesanti nei confronti del proprio ospite, ma il pensiero nascosto che abita nel suo cuore di fiero fariseo che si ritiene giusto, a far di quell’Ospite che tutti individuano come il Maestro, non più persona a cui riferirsi: «Se costui fosse un profeta». La bellezza di questo brano sta nel modo di essere di Gesù; Gesù a Simone parla in parabole. A lui, uomo della legge che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. È parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: «Un uomo aveva due debitori…». Non usa nessuna parola di disprezzo nei confronti del fariseo, non lo ripaga con la stessa moneta, ma gli mostra come in lui, nel suo animo, non ci sia stata attenzione nei riguardi dell’Ospite. Gesù conosce bene le prescrizioni rituali da tenersi nei riguardi dell’ospite che viene in casa.
Dicendo che quel fariseo non aveva ottemperato neanche alle prescrizioni che l’etichetta imponeva, fa constatare che i segni di accoglienza alla Sua persona, individuati nell’acqua, nell’olio e nel bacio, non ci sono stati. Non giudica e neanche intende esprimere una conclusione e tuttavia aggiunge che quella donna, che ha fatto delle cose che possono essere state riprovevoli ed imbarazzanti, è vista da Gesù oltre il suo stato. Gesù la guarda dentro e dentro vede amore, vede il desiderio di vicinanza che la portano oltre il suo stato di peccatrice. È il Signore che abbiamo visto nella pagina del profeta Osea: «voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti». Quella donna ha in sé, forse senza neanche saperlo, questo desiderio di amore, così da far dire a Gesù: «le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato». L’insegnamento della parabola detta a Simone appare in tutta la sua chiarezza e ricchezza di senso: non esistono creditori di fronte a Dio ma solo debitori. Gesù ci insegna a fare posto nella comunità anche a chi ha un passato terribile perché la clemenza di Dio è per ciascuno. Alle persone che vivono situazioni profondamente sofferte, persone che riconoscono di avere sbagliato e anche pesantemente, persone che sanno di essersi profondamente allontanate dal Signore, il Vangelo dice che c’è sempre lo spazio di avvicinarsi al Signore come ha fatto quella donna senza nome. C’è spazio per dirgli tutto l’amore che chiede un riscatto della propria vita; c’è spazio per sentirsi rimessi in gioco, riposizionati per una possibilità di incontro da cui si sprigiona affetto, amore. Qui si gioca tutta la nostra vita, il nostro futuro. Anche se ci sentiamo schiacciati dal peccato, sfigurati dagli sguardi accusatori, abbiamo ancora la scelta di consegnare la nostra vita all'Amore. Nessun fariseo, nessuno che sia troppo rispettoso della legge, impedirà a Gesù di oltrepassare ogni limite per mettere in pratica il primo comandamento: l'amore di Dio e del prossimo sopra ogni cosa.
Simone, vedi questa donna? È dunque il richiamo di Gesù a guardare in modo diverso le persone che chiedono relazione. Sappiamo per esperienza che è molto difficile amare sinceramente il nostro prossimo perdonando e usando misericordia perché siamo sempre tentati di prestare attenzione solo alle apparenze e persistere nella nostra tentazione di essere critici e spietati. Il Vangelo chiede di guardarci dentro e capire se il nostro atteggiamento di oggi sia conforme all’atteggiamento di Simone il fariseo descritto dal Vangelo. L’accostarci a Gesù in questo modo restituisce dignità. Capiamo allora anche le parole di Paolo: «Mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me». Paolo ha fatto esperienza viva dell’amore di Dio incontrando il Signore Gesù mentre si accingeva a compiere arresti e deportazioni di cristiani investendo l’interezza della sua vita nella sua Parola: «mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me». Sono parole che edificano un futuro di verità e di senso alla propria vita. Anche nel nostro cammino di vita, in ogni passaggio della vita, in ogni tornante della vita, c’è sempre la possibilità di dire: «mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me». È parola forte che dice la grandezza di un dono capace di rimetterci in cammino.
